Il Giappone (che invecchia) apre al lavoro straniero

Carenza di personale e salari deboli spingono Tokyo a rivedere ingressi e regole per attrarre manodopera qualificata. Negli aeroporti si incrociano i flussi di chi se ne va per il ribasso dei salari e chi entra perché attratto da pratiche facilitate e migliori condizioni proposte
April 28, 2026
Il Giappone (che invecchia) apre al lavoro straniero
Lingua, formazione e adattamento culturale restano e vere barriere per chi entra a lavorare in Giappone /Foto Icp
Il Giappone sta vivendo uno degli inverni più nevosi della sua storia meteo moderna e mentre dazi e incertezze mordono lo yen in picchiata, il gelo rallenta un poco le moltitudini di viaggiatori che si preparano ad affrontare le certezze e le incognite di un viaggio nel Giappone primaverile. Uno tsunami che si teme continuerà ad alimentare un turismo eccessivo che a sua volta gonfia prezzi e malcontento della popolazione locale nelle aree più gettonate dell’arcipelago. Sicuramente a Tokyo e Kyoto-Nara forse meno nella regione di Osaka, dove l’Expo 2025 ha portato 22 milioni di visitatori. Nel gelo e nella preoccupazione per la stabilità regionale e globale non si annulla del tutto l’interesse locale per tematiche un tempo volutamente attenuate o ignorate quasi appartenessero solo a altri. Due di queste sono parallele, con l’origine comune nella crisi demografica che il Paese del Sol levante sperimenta in misura crescente. Negli aeroporti congestionati non si incrociano soltanto i flussi contrari di turisti per e da l’arcipelago nipponico ma anche due correnti di lavoratori: quella in uscita colpita dal ribasso dei salari che nemmeno l’incremento delle ore di straordinario offerte dalle aziende e la promessa di benefit convince a restare; quella in arrivo attirata da nuove possibilità offerte dai flussi programmati e da migliori condizioni di lavoro proposte, inclusa la possibilità di accedere alla residenza e, a certe condizioni, potere avere con sé la famiglia.
Lo scorso autunno il numero di stranieri ufficialmente attivi in Giappone ha superato per la prima volta i 2,5 milioni, con una crescita sull’anno precedente dell’11,7 per cento. Che questo accada nonostante uno yen in costante indebolimento e in un Paese che non riesce a risolvere la sua stagnazione è significativo anche delle difficoltà che “l’altra Asia” e in particolare il Sud-Est asiatico incontra in questi anni a garantire lavoro e redditi adeguati alla popolazione. Tuttavia è anche parte di una tendenza che dal 2013 non ha visto interruzioni, anche per l’evoluzione drammatica imposta dal crollo delle nascite e dall’ingrigimento accentuato della popolazione che impongono di allargare le strettoie dell’immigrazione a partire dall’edilizia, da sanità e assistenza, da ristoratori, tecnici, interpreti e mediatori culturali. Categorie che stanno vedendo la crescita maggiore di altre. Sul piano della nazionalità, confermano al ministero del Lavoro la predominanza dei vietnamiti, il 23,6 per cento del totale con quasi 605mila, seguiti da quasi 431.949mila cinesi (16,8 per cento) e quasi 270mila filippini (10,1). Come risulta dalle ultime statistiche disponibili, non soltanto la maggior parte delle aziende (371,215 lo scorso anno) hanno in organico lavoratori stranieri spinti dalla scarsità di personale disponibile, ma – pure questo un segnale di evoluzione di mentalità e di preparazione specifica al contesto giapponese – quasi il 60 per cento dei datori di lavoro si aspetta che i nuovi arrivati possano gestire i loro compiti alla pari o meglio dei colleghi nipponici. Valutandoli nel loro complesso, gli immigrati lavorano per i due terzi in strutture con meno di 30 dipendenti. Questo favorisce i rapporti interpersonali e se restano difficoltà di comunicazione evidenziate dai datori di lavoro intervistati (tutti di piccole imprese), oltre l’80 per cento degli occupati stranieri non segnala problemi di rilievo. Diciamo che chi resta può ora godere delle migliori condizioni mai proposte (almeno sulla carta), tra cui l’offerta di abitazioni, studio del giapponese di base e l’accesso con costi ribassati alle mense e caffetterie aziendali o convenzionate. Iniziative che come altre tendono a integrare il dipendente, facendolo sentire al sicuro e a proprio agio.
Ovviamente le opportunità e le tutele fornite dai diversi tipi di visto disponibili non sono le stesse, ma tendono a fornire maggiore elasticità in termini di possibilità e regole. Anche perché la fidelizzazione all’azienda, un tempo marchio di garanzia del sistema-Giappone parla ora molte lingue e ha tanti volti diversi. Soprattutto nell’area della capitale, estesa su più prefetture con 35 milioni di abitanti complessivi, le attività industriali, del terziario, del commercio hanno personale composto almeno in parte di immigrati con il visto rilasciato per “lavoratori con preparazione specifica”, quindi selezionati e contingentati secondo le necessità locali. Il visto “per lavoratori selezionati” introdotto nel 2019 che consente l’accesso all’impiego in alcuni settori produttivi o di servizio ha aperto molte porte, rendendo l’immigrazione più certa, tutelata e allontanata dalle potenzialità di sfruttamento. I due livelli del visto, quello che consente permessi di lavoro associati a residenza fino a cinque anni e quello di grado superiore e successivo che offre rinnovi senza limite e consente di accedere alla residenza permanente e il ricongiungimento familiare su suolo giapponese, stanno superando il periodo di rodaggio con risultati finora soddisfacenti.
Sono addirittura triplicati nell’ultimo decennio coloro che hanno trovato un impiego utilizzando il visto rilasciato per “Servizi internazionali, ingegneri, specialisti in scienze umane”, a oggi 450mila. Esso copre un certo numero di professioni, tra cui manager aziendali, interpreti, tecnici specializzati e chi ne fa richiesta deve avere un titolo di istruzione superiore o almeno dieci anni di esperienza lavorativa. Nel 2024 il governo si è impegnato a modificare in parte il sistema per incentivare l’arrivo di 820mila immigrati entro il 2029 a partire da professionisti e tecnici. Il doppio del numero previsto nello scorso quinquennio. Restano però difficoltà pratiche. Quello del costo delle abitazioni e delle regole onerose che tradizionalmente governano il rapporto tra locatore e locatario è un limite spesso insormontabile per uno straniero. Una mano può venire dalla spopolamento delle aree rurali che prosegue nonostante spesso siano a distanze relativamente brevi e facilmente superabili da grandi centri urbani. Emerge il fenomeno delle akiya, ovvero le abitazioni di campagna abbandonate che solo in alcuni casi sono prese in carico da giapponesi in cerca di diversità e tranquillità ma che stanno invece sollevando grande interesse tra gli stranieri, in parte come investimento, in parte come possibilità per molti di disporre una opportunità di alloggio accessibile, non necessariamente distante dal posto di lavoro.
Solo il tempo potrà dire se siamo davvero di fronte a una svolta per l’immigrazione in Giappone percepita per lungo tempo come problematica per barriera linguistica, cultura aziendale, mentalità comune, costi e limiti spontanei o imposti all’integrazione. Le necessità di accoglienza ci sono e si vanno estendendo, le condizioni meno favorevoli sul piano economico sono compensate da maggiore sicurezza e migliori condizioni generali. Per molti immigrati, il rifiuto del posto di lavoro è sempre possibile e interessa un lavoratore straniero su quattro entro i primi 12 mesi, ma successivamente cala drasticamente in ragione dell’adattamento e delle conoscenze acquisiti. Fra le cause dell’abbandono vi sono, con diversa preponderanza in funzione delle caratteristiche culturali e economiche individuali, i salari inadeguati, la distanza dalle famiglie, la percezione della propria “diversità”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA