Il degrado infinito del calcio italiano
È venuto il momenti di fare una “tabula rasa” che non sia solo un cambio di nomi, ma un cambio di paradigma. Nel mondo arbitrale servono regole chiare, in campo e fuori, criteri trasparenti, comunicazione aperta

Parafrasando Arrigo Sacchi («Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti»), oggi si può tranquillamente dire che il calcio italiano è diventato la cosa con maggiore capacità di autolesionismo tre le cose più facili da amare. Il nostro pallone non prevede la pace. Preferisce vivere in uno stato di perenne assedio, dove il campo è solo il palcoscenico di una guerra che si combatte altrove: nelle stanze della politica sportiva, nei verbali delle procure, nei sospetti sussurrati sotto i riflettori delle trasmissioni d’inchiesta. Il “caso Rocchi”, che vede coinvolto il designatore arbitrale dei massimi campionati, è l’ultimo, sgradevole capitolo di un’antologia del degrado che sembra non avere fine.
Riassumendo in breve: il capo degli arbitri di A e B, in carica da 5 anni, il più longevo dai tempi di Calciopoli, si è autosospeso dopo l’avviso di garanzia ricevuto per concorso in frode sportiva. Tra i comportamenti contestati a Gianluca Rocchi ci sono non soltanto l’indebita sollecitazione al Var (la squadra di arbitri che assiste quelli in campo tramite la revisione video degli episodi dubbi) per intervenire in un episodio di Udinese-Parma, ma diverse sue designazioni ed in particolare quelle per alcune partite della scorsa stagione. In senso gradito all’Inter, sempre secondo le ipotesi dei magistrati. Una vicenda che capita nel momento giusto per dare una spallata alla Federcalcio, con il Governo che solleciterà il Coni a commissariarla o, se la vogliamo dire in altra maniera, con Abodi che bloccherebbe la corsa di Malagò verso la presidenza.
La gravità della situazione non risiede solo nei dettagli burocratici o legali, ma nel collasso della credibilità del sistema. L’arbitro, per definizione, è l’elemento terzo, la garanzia della regolarità della competizione. Quando il vertice di questa struttura finisce sotto la lente d'ingrandimento, l'intero castello di carte del campionato rischia di venire giù. La sensazione è che il sistema arbitrale italiano, votato al carrierismo pur senza essere ancora stato inquadrato nel professionismo, stia vivendo una crisi d'identità profonda: non più “giudici di gara”, ma burocrati schiacciati dalla paura di sbagliare e dai giochi di potere interni. Il degrado calcistico italiano non è un evento improvviso, ma un processo lento e inesorabile iniziato con gli scandali giudiziari e “perfezionatosi” nella progressiva perdita di valore delle nostre squadre a livello europeo e della nazionale, incapace di guadagnarsi sul campo il diritto di disputare un Mondiale da 22 anni.
Ora un’altra tegola piove sullo sport più amato e seguito, sempre meno spettacolare e appassionante in campo, e sempre meno credibile fuori. Difficile dire come finirà la vicenda giudiziaria e sportiva legata a Rocchi. Magari in nulla, come è già accaduto in passato. Ma quello che sappiamo è che il danno d'immagine è già stato fatto. Il calcio italiano ha bisogno di una “tabula rasa” che non sia solo un cambio di nomi, ma un cambio di paradigma. Riguardo ai direttori di gara, uomini dalle cui decisioni dipendono i destini sportivi e soprattutto economici dei club, forse è davvero arrivato il momento di separare definitivamente la loro gestione tecnica dalla politica federale, rendendo l’Aia un corpo realmente indipendente e meritocratico. Con regole chiare, in campo e fuori, criteri trasparenti, comunicazione aperta. In un mondo ideale, di un arbitro non dovremmo conoscere nemmeno il nome. In Italia, purtroppo, ne conosciamo anche i fascicoli processuali. Ed è proprio qui che risiede la loro, e la nostra, sconfitta più grande.
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