Il 25 aprile è la festa di un popolo. E non si può privatizzare
È la nostra liberazione che ricordiamo, è la nostra resistenza. E tutti abbiamo diritto di scendere pacificamente in piazza, dietro all’unica bandiera che ci unisce davvero: quella italiana

La soluzione più semplice e giusta l’ha indicata su La Stampa Edith Bruck, sopravvissuta alla Shoah: «Alla manifestazione del 25 aprile si portino solo le bandiere dell’Italia». E ciò risolverebbe sul piano pratico buona parte dei problemi che si creano, da 30 anni ormai, a ogni ricorrenza della Liberazione. Tra contestazioni pesanti, provocazioni e da ultimo esclusioni arbitrarie dai cortei e dalle piazze. La questione da dirimere, però, è più profonda. E riguarda quella che potremmo definire la “privatizzazione” di una Festa che invece per sua stessa natura dovrebbe essere pubblica. E quindi plurale, aperta a tutti coloro che si riconoscono anzitutto in un’unica appartenenza. Quella di essere un popolo che si è liberato dal giogo dell’occupazione nazista e della dittatura fascista. Il regime che ci trascinò nella tragedia della Seconda guerra mondiale, che già aveva sanguinosamente oppresso gli italiani stessi e soprattutto collaborò, con le leggi razziali e le deportazioni, alla tragedia immensa dell’Olocausto. Di questo – grazie ai nostri padri, madri e nonni – ci siamo liberati più di 80 anni fa. E lo abbiamo fatto certamente con l’aiuto determinante di altre nazioni (gli americani innanzitutto con i quali, per questo, restiamo in debito perpetuo, anche se oggi spesso non ne condividiamo le scelte politiche), esprimendo però una chiara volontà propria e pagando un prezzo di sangue senza sconti di sorta. In migliaia e migliaia persero la vita per la libertà. Allora i partigiani venivano dalle fila dei comunisti, dei socialisti, dei liberali, dei cattolici. Alla Resistenza – in armi e senz’armi – parteciparono anche sacerdoti, moltissime madri e adolescenti poco più che bambini, persino.
Un popolo, appunto. Lo stesso che – nonostante le violenze, la confusione e i rischi dell’immediato Dopoguerra – seppe ritrovarsi in pace e giustizia. E che dopo appena un anno fu capace di scegliere la forma repubblicana e dotarsi poi di una Costituzione democratica tra le migliori del mondo. È questa la Liberazione che festeggiamo. È l’appartenenza a questo popolo che dobbiamo tornare a esaltare nelle piazze. Tenendo sempre uniti il 25 Aprile e il 2 Giugno. Ma proprio perché le due date sono strettamente correlate, e l’una non può vivere senza l’altra, chiunque ravvisi questo legame e si riconosca pienamente e coerentemente nella nostra Costituzione – da qualunque storia provenga e qualunque siano ora le sue idee – è perciò stesso parte a pieno titolo del popolo che si ritrova per festeggiare. E ha altrettanto pieno diritto di scendere pacificamente in piazza, dietro all’unica bandiera che ci unisce davvero, quella italiana appunto. Non della Palestina, non di Israele, non dell’Ucraina, non dell’Iran né di qualsiasi altro posto che pure oggi strazia i nostri cuori e a cui in altre occasioni e contesti possiamo e dobbiamo dedicare impegno politico e solidarietà fattiva.
Le selezioni e le esclusioni arbitrarie, invece, sono da condannare e da impedire. Ma per farlo, occorre che la manifestazione principale del 25 Aprile sia pubblica, nel senso addirittura di “statale” e non “appaltata” a un’associazione, per quanto rispettabile e storica come l’Anpi (che, se vuole può liberamente continuare a organizzarne di proprie con chi vuole). È vero, la grandissima parte dei manifestanti tanto a Milano quanto a Roma lo ha fatto in maniera pacifica e senza inveire contro alcuno. Ma che senso ha, se non quello di un arbitrio e una violenza, ad esempio, allontanare dal corteo di Bologna un ottantenne solo perché aveva un’asta con legate le bandiere italiana, europea e ucraina? Chi decide se è legittima la presenza di manifestanti con i vessilli della Palestina o quelli con la stella di David? Qual è il criterio di scelta? E chi è legittimato a decidere per me, cittadino italiano, chi può scendere in piazza e chi no, quale percorso può compiere nel corteo? Solo le autorità pubbliche che rappresentano tutti e che a tutti rispondono.
Sarebbe necessario, dunque, che il Governo pro tempore e le istituzioni locali assumessero la piena responsabilità di organizzare ogni anno manifestazioni pubbliche aperte davvero a tutti, con l’unica regola di portare solo bandiere italiane e non di altri Paesi (in questo vigilati dalle forze dell’ordine). E che tanto le massime cariche istituzionali quanto i sindaci dei piccoli paesi organizzassero questa ricorrenza senza infingimenti o ambiguità. Avendo invece ben chiaro cosa si festeggia il 25 aprile, non i morti di tutte le guerre, non quelli dell’una o dell’altra parte, ma appunto la Liberazione e l’embrione della nostra democrazia. Per questo il 25 aprile è Festa nazionale. Perciò la manifestazione può essere solo pubblica e sotto il tricolore.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






