Una kippà con due bandiere: israeliana e palestinese
Il 25 aprile, la ferita di Milano e la storia di Alex Sinclair, professore nello Stato ebraico. «Perché ho questo simbolo religioso con due vessilli? Perché qui se lo porti spesso ti vedono come appartenente a un campo politico religioso di destra, pro-insediamenti. Io invece voglio dimostrare il contrario»

Ho provato grande tristezza nel vedere quello che è successo a Milano il 25 aprile quando ho letto che la Brigata ebraica è stata allontanata dal corteo. Per me è una grave sconfitta che riguarda tutti. Per chi con passione si batte per i diritti dei palestinesi e non accetta quello che è successo a Gaza e continua a ripetersi in Cisgiordania; per chi si batte per la non violenza e il dialogo israeliano-palestinese e pensa che il futuro lo si costruisca con le relazioni dal basso, come fanno i combattenti per la pace che proprio domani manifesteranno a Tel Aviv; per chi vuole continuare a sentirsi ebreo a testa alta e considera che l’antisemitismo sia una malattia che riguarda tutta la società. Ho esitato a scrivere di getto un mio pensiero, perché qualsiasi cosa avessi detto sarebbe stata immediatamente attaccata e male interpretata. E infatti sui social ancora oggi non vedo nessuno che, con sincerità, cerchi di fare autocritica per ritrovare un sentire comune che superi le divisioni. Per questo mi preme affidare queste riflessioni ad Avvenire.
Per me tutto è molto semplice. Per lo stesso identico motivo per cui condanno la politica della destra al potere in Israele senza alcuna giustificazione legata alla memoria della Shoah (Putin, del resto, usa la memoria dell’Armata rossa contro il nazismo per giustificare l’invasione in Ucraina), così non accetto alcuna giustificazione per l’attacco a chi manifesta il 25 aprile con la Brigata ebraica. Di quello che accadde in Israele sono responsabili gli esponenti della destra israeliana, non gli ebrei italiani, indipendentemente da cosa pensano. Io personalmente dissento da molte posizioni dell’Ucei, ma non li considero responsabili per la politica di Israele. Quindi è legittimo condannare i massacri di Gaza, ma non è legittimo prendersela con gli ebrei italiani.
Oramai ogni anno il 25 aprile c’è la stessa dinamica, ridicola da un lato e vergognosa dall’altro. E poi cosa c’entra la memoria della Brigata ebraica che combatté il nazismo e il fascismo con il conflitto israeliano-palestinese? Se mai farei questo appunto. Nella “Jewish brigate” costituita nel settembre del 1944 nell’ambito dell’esercito inglese c’erano circa 5.000 volontari ebrei provenienti dalla Palestina che avevano aderito al sionismo, ma questi erano soltanto una minoranza, perché la maggioranza degli ebrei antifascisti combatterono nelle truppe alleate americane, inglesi, francesi, o nella resistenza italiana. Di questi ebrei non si parla mai, a eccezione delle ricerche per il Cedec di Liliana Picciotto, come se i resistenti fossero solo quelli della Brigata che avevano scelto di emigrare in Palestina. Ci dovrebbe essere un giorno, il 25 aprile, un grande striscione che li ricordi. Ma è davvero difficile dire tutti questi pensieri ad alta voce, con il rischio di finire in una gogna mediatica, perché oramai le discussioni sono solo di parte e sembra impossibile esprimere una visione plurale del mondo ed essere assieme dalla parte dei palestinesi, dalla parte degli ebrei, per la pace e contro l’antisemitismo.
Di fronte a questo mio sconforto, ho letto (ieri mattina, ndr) sul quotidiano israeliano Haaretz una storia bellissima, e mi ha fatto pensare a un futuro possibile. In Israele c’è un professore dell’Università ebraica che da anni va in giro con una kippà ricamata con la bandiera israeliana e quella palestinese. La settimana scorsa, lo hanno arrestato per una ventina di minuti e gli hanno sequestrato la papalina. «Signor Alex Sinclair, lei ci deve consegnare la sua kippà, perché è sovversiva e va contro la legge». Il professore si è però rifiutato di uscire dal commissariato senza la sua papalina, e allora una poliziotta gliel’ha restituita dopo avere tagliato la bandiera palestinese. Quando poi è uscito, il professore Sinclair senza esitazione ha ricucito nuovamente una bandiera palestinese. «Perché porti questo simbolo religioso con due bandiere?», gli chiedono spesso. «In Israele – risponde lui – se porti la kippà spesso ti vedono come appartenente a un campo politico religioso di destra, pro-insediamenti e antipalestinese. Io invece voglio dimostrare il contrario». Per Sinclair si può essere religiosi, orgogliosi di mostrare la propria identità ebraica e nello stesso tempo mostrare la propria simpatia per le aspirazioni dei palestinesi.
Si può vivere – come sostiene Edgar Morin, il grande sociologo ebreo francese nato a Salonicco – con diverse identità, senza che una debba escluderne un’altra, anche se una rimane quella prevalente a partire dalla propria storia. Quella kippà con due bandiere ha avuto un effetto incredibile. «Mi ha portato – dice ancora Sinclair – a conversazioni affascinanti e piene di speranza anche con persone di destra che sono in totale disaccordo con me, ma proprio per quella papalina che ho in testa, mi hanno voluto ascoltare». E poi quella bandiera palestinese gli ha permesso di dialogare con tanti lavoratori arabi con cui spesso la discussione è così difficile per quella kippà. L’esempio di Sinclair potrebbe essere utile per ricucire le ferite e non solo per le manifestazioni del 25 aprile. Sarebbe un grande segno di pace e di speranza se in un corteo gli stessi manifestanti che ricordano la memoria degli ebrei e le aspirazioni dei palestinesi potessero ritrovarsi assieme portando assieme le due bandiere. Sarebbe questa veramente una mobilitazione rivoluzionaria di fronte a un conflitto dove si immagina che una bandiera debba sventolare a scapito dell’altra. Una logica, questa, che continua a prevalere e porta a una guerra infinita.
Presidente di Fondazione Gariwo
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