La legge elettorale cambia ancora: ecco come
La maggioranza presenta 4 emendamenti, fra cui l’obbligo di candidarsi anche nel proporzionale per chi sarà nel listone del premio
Muro delle opposizioni con oltre 750 proposte. Nota dei leader di Pd, M5s e Avs: battaglia contro una destra che pensa solo a garantirsi

L’opposizione alza il muro contro la legge elettorale proposta dalla destra e ritrova l’unità perduta in occasione delle comunicazioni della premier in vista del prossimo Consiglio europeo. Oltre 770 gli emendamenti presentati dal campo largo in commissione Affari costituzionali della Camera, poco meno della metà (322) sono soppressivi. Un assetto belligerante, figlio di una lunga notte di trattative, che però, nella pars costruens, salvo qualche eccezione, non consegna un’idea precisa e altrettanto unitaria.
Proposte di modifica arrivano anche dal centrodestra, quattro in tutto. Interventi chirurgici, in parte destinati a prevenire possibili rilievi costituzionali. Il primo dispone che anche i voti di Trentino e Valle d’Aosta rientrino nel computo per l'assegnazione del premio di maggioranza. Un altro modifica la norma che prevede l'obbligo dell'indicazione del candidato premier alla presentazione delle liste, pena la non ammissibilità. La prescrizione resta immutata, ma al testo viene aggiunta una postilla: «Sono fatte salve le prerogative del Presidente della Repubblica previste dall'articolo 92 della Costituzione, nonché il rispetto di quanto disposto dall'articolo 67 della Costituzione», ovvero «ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Il terzo interviene sul premio di governabilità e dispone che chi finisce nelle liste circoscrizionali ad esso collegate si presenti anche in almeno uno dei collegi plurinominali ordinari della stessa circoscrizione. L’ultimo riguarda solo ritocchi di stesura. Delle preferenze non c’è traccia. Il partito della premier, come anticipato da Donzelli, punta all’Aula, dove però potrebbe scattare il voto segreto.
Sul fronte opposto c’è concordia sul voto ai fuori sede, sul conteggio dei voti in Trentino per la determinazione del totale dei voti validi nazionali, sull’attribuzione del premio in base ai migliori risultati nei collegi e non tramite un listone nazionale e sulla parità di genere (con una proposta che sostituisce la proporzione 60/40 con 50/50). Sulla presentazione delle liste con firme digitali si sfila invece Italia viva.
Venendo ai testi separati. Il M5s avanza una proposta di proporzionale con preferenze. Azione presenta un pacchetto per un sistema proporzionale puro, con un piccolo premio di maggioranza del 5% (10 seggi al Senato e 20 alla Camera) per la lista o la coalizione di liste che abbia superato comunque il 50% dei voti validi. Ma c’è anche un emendamento per l'esonero dall'obbligo della raccolta firme, che oggi è riconosciuta solo ai gruppi parlamentari costituiti in entrambe le Camere all'inizio della legislatura. Più Europa, come annunciato nei giorni scorsi, chiede il ritorno al Mattarellum, l’assegnazione del premio di maggioranza vincolata a un’affluenza minima del 70%, la possibilità di esprimere nella scheda la propria contrarietà al premio di maggioranza (così come concepito dal testo Bignami) e una proposta per cambiare il nome del testo in “Nuova legge fascista Acerbo”: «Più che una provocazione – spiega il segretario Riccardo Magi – è un atto di denuncia necessaria davanti a una legge che sottrae agli elettori qualunque potere, e pretende persino di trasformare una minoranza politica in maggioranza parlamentare».
Nel frattempo, il dibattito sulle regole del gioco continua a infiammare il Parlamento. I capigruppo del campo largo alla Camera (più Azione), firmano una nota congiunta per denunciare «la forzatura evidente» della maggioranza sul calendario dell’iter, mentre i leader maggiori dello schieramento, Elly Schlein e Giuseppe Conte, assieme al tandem di Avs, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, sfornano un comunicato a otto mani: «La destra è divisa e, dopo la sconfitta al referendum, prova a forzare la mano perché teme di perdere le prossime elezioni politiche. È il tentativo di riscrivere le regole del gioco, introducendo meccanismi che allontanano i cittadini dalla scelta dei propri rappresentanti. Proprio per questo abbiamo concordato di impegnarci in una battaglia comune contro la deriva di una destra che ormai pensa soltanto a garantire se stessa, dimenticandosi di famiglie e imprese». Matteo Renzi invece si esercita in solitaria nel divertissement preferito, il vaticinio politico: «Si voterà a maggio con la nuova legge elettorale. A me non piace che venga cambiata in corso d'opera ma ha un punto oggettivo di merito – ammette – che va riconosciuto: chi vince governa. Alla fine non si avrebbe il pareggio e per noi è meglio così».
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