Contano di più i confini o le persone? Per i minori sarà una questione dirimente

L'attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo non può portare a una compressione dei diritti per i bambini e i ragazzi migranti. Ci sono principi di civiltà che vanno tutelati e ribaditi
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June 12, 2026
C’è un punto molto concreto, oggi, in cui la politica europea incrocia la vita dei minori: le frontiere. È lì che si decide se l’Europa resterà fedele alla propria promessa di diritti o se, al contrario, sceglierà di sacrificare i più vulnerabili in nome della gestione dei confini. Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno, rappresenta una svolta. Ma ogni svolta, per sua natura, implica una scelta. Possiamo costruire un sistema efficace senza rinunciare alla tutela dei minori. Oppure possiamo imboccare una strada in cui la rapidità delle procedure e la pressione sui controlli finiscono per comprimere diritti fondamentali. È una scelta politica.
Se l’attuazione del Patto non sarà accompagnata da garanzie chiare, il trattenimento dei minori rischia di diventare sempre più frequente. Non è un dettaglio: è il segno di un cambiamento profondo, che sposta l’asse dalla protezione al contenimento. E questo, per una società che si vuole fondata sul diritto, è un arretramento. Allo stesso modo, il fatto che anche bambini molto piccoli possano essere sottoposti a pratiche coercitive per la raccolta delle impronte digitali ci interpella sul piano etico. Non tutto ciò che è possibile è anche giusto. Non tutto ciò che è previsto da una norma è coerente con il nostro sistema di valori.
La vera questione, allora, è quale priorità vogliamo affermare. Se il principio dominante diventa la chiusura dei confini, il rischio è che i minori migranti vengano considerati prima di tutto come un flusso da impedire, bloccare, costringere. Ma se manteniamo fermo il principio del loro superiore interesse, se affermiamo l’importanza di proteggere l’infanzia, allora è il sistema che deve adattarsi a loro: nelle procedure, nei luoghi, nelle decisioni.
L’Italia, per posizione geografica, sarà tra i Paesi più esposti agli effetti del Patto, ma ha anche una responsabilità politica specifica: dimostrare che un approccio diverso è possibile.  La nostra tradizione giuridica, e in particolare la legge 47 del 2017, ha affermato con forza un principio semplice: un minore è, innanzitutto, un minore. È da lì che dobbiamo ripartire, senza arretrare. Oggi quella scelta va difesa dentro il nuovo quadro europeo, in modo concreto: escludendo il trattenimento dei minori, garantendo procedure adeguate, investendo in accoglienza e tutela. In altre parole, utilizzando fino in fondo gli spazi di discrezionalità che il Patto lascia agli Stati membri. Non si tratta di subire una riforma, ma di interpretarla. Di decidere se usarla per restringere o per rafforzare i diritti.
Ai confini dell’Europa non si decide solo chi entra: si decide chi siamo. Non si difendono territori, ma un’idea di società. E ogni volta che un bambino arriva, quella idea viene messa alla prova. Scegliere di proteggerlo non è un gesto umanitario. È una scelta politica. Perché ognuno di loro ci consegna, senza parole, una domanda semplice e radicale: sapremo prenderci cura di lui?
Direttrice Generale Save the Children

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