La storia dell'Ilva di Taranto dimostra che diritto alla salute e diritto al lavoro non ammettono scorciatoie

La sentenza della Corte d'Appello di Milano riapre la ferita della città e richiama la politica alle proprie responsabilità: per troppo tempo salute e lavoro sono stati trattati come diritti incompatibili, mentre lo Stato rinviava le scelte necessarie sul risanamento e sul futuro industriale del Paese
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July 27, 2026
La storia dell'Ilva di Taranto dimostra che diritto alla salute e diritto al lavoro non ammettono scorciatoie
Per troppo tempo Taranto è stata raccontata come una partita tra chi difende l’ambiente e chi difende il lavoro, all’interno di una contrapposizione che ha prodotto soltanto sconfitti. Nessuna famiglia dovrebbe essere costretta a scegliere tra lo stipendio e la salute. E nessuna comunità dovrebbe aspettare una sentenza per ottenere ciò che la politica avrebbe già dovuto garantire. È con questa consapevolezza che va letta la decisione della Corte d’Appello di Milano di sospendere entro 90 giorni l’attività dell’area a caldo dell’ex Ilva, subordinandone la riapertura alla rimozione dell’amianto ancora presente e alla riduzione delle emissioni entro limiti di sicurezza. È il punto al quale approda una storia nella quale la politica, per decenni, ha preferito rinviare invece di decidere.
A Taranto i bagliori arancioni e rossastri degli impianti illuminano il cielo notturno, si riflettono sulle nubi e sul fumo, diventano parte del paesaggio urbano. Ai Tamburi, il quartiere che vive all’ombra dello stabilimento, quella presenza è una pressione quotidiana, visiva prima ancora che ambientale, un promemoria costante della vicinanza tra le case e la più grande acciaieria d’Europa. Eppure quella fabbrica era nata con un’altra promessa. L’Italsider rappresentava l’ambizione delle partecipazioni statali di industrializzare il Mezzogiorno. Migliaia di persone arrivarono dalla Puglia interna, dalla Basilicata, dalla Calabria. All’apice della sua espansione, nel 1981, lo stabilimento occupava 20mila dipendenti diretti, il doppio considerando anche l’indotto. Taranto finì per identificarsi con la fabbrica, che crebbe al punto da occupare un’area più vasta della città stessa.
Walter Tobagi descrisse quegli operai con un’espressione rimasta celebre: «Metalmezzadri». Erano lavoratori entrati nella grande industria senza aver reciso il legame con la terra e con una cultura contadina. Più che una classe operaia compatta, come aveva sognato la sinistra, erano padri di famiglia alla ricerca di un salario stabile. Quando negli anni venivano interrogati sui rischi cui erano esposti, molti rispondevano con una sincerità disarmante: i nostri figli devono mangiare. In quella frase, in una terra priva di alternative, era già racchiuso il dramma di Taranto.
Taranto viene dichiarata area ad elevato rischio di crisi ambientale già nel 1990, e nel 2005 la Cassazione conferma la condanna dei Riva – che nel 1995 avevano rilevato l’acciaieria dallo Stato e ne avevano fatto un affare di famiglia – per la dispersione delle polveri: una gestione, quella privata, che antepose sistematicamente il profitto alla sicurezza degli impianti e alla tutela della salute dei lavoratori. Tra i due estremi, protocolli d’intesa, sequestri, commissariamenti, decreti: la parola bonifica si ripete da un trentennio senza mai tradursi interamente in fatti. Oggi i giudici di Milano scrivono che negli impianti restano ancora oltre duemila chilogrammi di amianto, e la sentenza suona come la certificazione di un’incapacità di governo durata più di una generazione.
Nel frattempo è cambiato il mondo. Mentre in Italia si discuteva senza decidere, il mercato globale dell’acciaio veniva stravolto dalla sovrapproduzione cinese, che ha messo sotto pressione l’intera siderurgia europea. Così la questione dell’ex Ilva non riguarda più soltanto il risanamento ambientale, ma anche la sostenibilità economica di un settore chiamato a competere in condizioni radicalmente diverse. La sentenza arriva mentre è in corso la partita per la cessione di Acciaierie d’Italia, con il fondo statunitense Flacks Group e il gruppo indiano Jindal Steel tra i principali pretendenti. E non è irrilevante ricordare che gli occupati diretti sono ormai circa 9.700, con il timore che il riassetto possa comportare fra i tremila e i cinquemila esuberi. Anche questo racconta quanto il tempo perduto abbia presentato il suo conto.
Per questo sarebbe miope contrapporre ancora una volta salute e lavoro. La vera alternativa è tra una politica industriale e la sua assenza. Il giornalista e intellettuale tarantino Alessandro Leogrande, troppo presto scomparso, lo aveva compreso con lucidità. Per questo rifiutava sia la tentazione di considerare la chiusura dell’acciaieria una soluzione autosufficiente, sia quella di perpetuare un modello produttivo incompatibile con la tutela della salute. Leogrande pensava alle bonifiche come a un grande progetto di ricostruzione civile e occupazionale, capace di restituire a Taranto un’economia finalmente meno dipendente da un solo impianto e con l’obiettivo del bene comune.
La sentenza della Corte d’Appello toglie ogni alibi a chi finora ha preferito rinviare. Perché l’Italia avrà sempre più bisogno di dimostrare, nei fatti, che il diritto al lavoro e il diritto alla salute non sono interessi concorrenti, ma due facce dello stesso dovere pubblico. Quando a ricordarlo è un tribunale, vuol dire che la politica è arrivata troppo tardi.

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