Il nuovo album di Morrissey: lo specchio che non mente

In “Make-Up Is a Lie”, l’ex voce degli Smiths rivendica il valore dell’autenticità contro la tirannia dell’immagine e dell’artificio
April 28, 2026
Il nuovo album di Morrissey: lo specchio che non mente
Morrissey, ex The Smiths, è tornato con un nuovo album e con un tour in Europa e Nord America/Ansa
Tutti odiano Moz. Tutti amano Moz. È difficile trovare un artista più divisivo di Morrissey, pseudonimo di Steven Patrick Morrissey, cantautore e scrittore britannico giunto al successo come voce principale del gruppo The Smiths. Eppure è proprio questa frattura a renderlo ancora oggi necessario. Il nuovo lavoro, il 14° da solista della sua lunga carriera, Make-Up Is a Lie — uscito a marzo — è la conferma di una traiettoria che non ha mai cercato compromessi. Morrissey non aggiorna il proprio linguaggio: lo espone, lo mette alla prova, lo costringe a restare contemporaneo proprio mentre sembra fuori dal tempo. Non a caso il suo album parla di fratture interne e celebra chi lotta per le proprie idee, anche se controcorrente. Lester Bangs, contenuta appunto nel nuovo album, è un omaggio all’influente critico rock americano scomparso nel 1982. Il brano celebra il potere della musica come salvezza, esplora la nostalgia, la vulnerabilità e l’identificazione di Morrissey con lo stile furioso e autobiografico di Bangs. I brani più significativi del disco chiariscono subito la direzione. La title track è una dichiarazione di poetica: un attacco all’artificio, alla costruzione dell’immagine e alla superficialità del presente, in linea con la sua storica diffidenza verso ogni forma di rappresentazione falsata. Notre-Dame lavora invece su un immaginario simbolico e quasi sacrale, intrecciando memoria, perdita e identità europea, mentre The Monsters of Pig Alley riporta Morrissey su un terreno più cupo e urbano, evocando un’umanità marginale e disturbata, come già accadeva nei suoi ritratti più riusciti. Come quelli sul declino industriale britannico o sull’estetica della working class mancuniana (concetto legato al libro Melanconia di classe. Manifesto per la working class dell’autrice Cynthia Cruz).
Altri brani come The Night Pop Dropped e ancora Lester Bangs mostrano il suo rapporto ambivalente con la cultura musicale stessa: da una parte nostalgia per un’epoca in cui il pop era ancora esperienza vissuta, dall’altra una critica implicita alla sua trasformazione in prodotto. Quella perdita di autenticità nel raccontare storie che le pop star sembrano aver perso, nei continui adattamenti per accontentare più pubblico possibile, per logica commerciale. Boulevard e Amazona mantengono invece quella linea più intima e contemplativa, dove la voce torna a essere strumento di seduzione malinconica.
Make-Up Is a Lie non è un disco che cerca di reinventare Morrissey, ma di ribadire la sua funzione, quella di leggere il mondo con la mappa delle emozioni. È un lavoro coerente, quasi ostinato, che insiste sui suoi temi fondativi — solitudine, identità, memoria, rifiuto dell’artificio — confermando ancora una volta la sua distanza da qualsiasi logica di attualizzazione forzata.
Ma Morrissey non è solo un artista che resiste al nuovo mondo, sempre più tecnologico e veloce: è stato, prima di tutto, il canto della coda della generazione X e lo è anche per quelle attuali, seppur in modo diverso. Lo si capisce tornando ai brani degli Smiths. In There Is a Light That Never Goes Out, quando canta «to die by your side is such a heavenly way to die» (morire al tuo fianco è un modo così celestiale di morire), non celebra la morte: costruisce un assoluto emotivo in un mondo che assoluti non ne offre più. In How Soon Is Now? — «I am human and I need to be loved» (sono un essere umano e ho bisogno di essere amato )— rompe definitivamente con ogni retorica virile del rock. E in Heaven Knows I’m Miserable Now trasforma la frustrazione quotidiana in un linguaggio condiviso.
Questa capacità trova il suo vertice in The Queen Is Dead (1986), disco che molti critici continuano a considerare il miglior album britannico di sempre. Non solo per la qualità delle canzoni, ma per l’impatto culturale: è un manifesto, di una generazione che sposta il tiro, dalle lotte politiche o di classe, a quelle dei diritti civili, all’urlo travolgente della coscienza sul materialismo. E infatti la title track è un attacco diretto alla monarchia britannica in piena era Thatcher, un gesto quasi impensabile per il pop di allora. Morrissey non si limita a criticare: desacralizza, colpisce al cuore l’istituzione trasformandola in simbolo di un potere distante, quasi immobile. Una rappresentazione anche grottesca che va abbattuta non per quello che rappresenta ma per quello che è. È qui che nasce un nuovo canone inglese. Morrissey e Johnny Marr, l’altro fondatore della band e chitarrista sublime, smettono di guardare all’America e iniziano a raccontare Manchester, le sue periferie, i suoi cimiteri. Con dieci anni di anticipo inventano il Britpop. Dentro questo universo convivono oscurità e ironia. I Know It’s Over scava nella depressione più nera, mentre There Is a Light That Never Goes Out, come detto, trasforma un potenziale incidente stradale in un atto d’amore assoluto. È il marchio di fabbrica di Moz: unire il macabro al sublime. Anche sul piano sonoro, l’innovazione è decisiva. Marr costruisce un suono stratificato, cristallino. E da lì nasce una genealogia. Senza Morrissey non si capirebbero i Radiohead, né i The Killers di Brandon Flowers, né i The Cranberries. Ma soprattutto non si capirebbe il percorso fragile e assoluto di Jeff Buckley, che ha reinterpretato e portato in scena brani degli Smiths e di Morrissey, riconoscendone la centralità nella sua produzione artistica.
Questa influenza si muove su tre direttrici: lirismo vulnerabile, estetica dell’outsider e indipendenza artistica. Morrissey è stato il primo a rendere “cool” l’inadeguatezza. Anche il suo look è parte della costruzione: camicie aperte, fiori nei taschini, corpo esile. A questo si lega uno stile di vita coerente: vegetariano prima, vegano radicale poi, Morrissey trasforma l’etica in militanza, spesso con toni estremi che dividono. Ed è qui che il personaggio si complica. Le sue posizioni politiche — dall’anti-monarchismo alle dichiarazioni sull’identità nazionale — lo rendono una figura impossibile da collocare. A questo si aggiungono rivalità ormai storiche. Il rapporto con Johnny Marr resta la ferita originaria. Con Robert Smith dei The Cure la faida è diventata quasi mitologia, arrivando negli anni Ottanta fino alla minaccia reciproca di morte. Nemmeno le amicizie reggono davvero. Con David Bowie, dopo una fase iniziale di stima e persino un duetto memorabile dal vivo (con la canzone Cosmic Dancer), il rapporto si incrina profondamente: Morrissey lo accusa di essersi trasformato in un uomo d’affari, di aver perso autenticità. Un giudizio che pesa proprio perché rivolto a uno dei pochi artisti che aveva riconosciuto come riferimento. E poi ci sono i rapporti con i luoghi. Roma, per esempio. Morrissey ha vissuto nella capitale per un periodo, lavorando anche alla scrittura di un album, attratto da quella dimensione sospesa tra bellezza e decadenza. Ma un episodio con la polizia italiana — uno scontro banale, legato a una violazione stradale — ha incrinato quel rapporto, portandolo a cancellare date e a dichiarare di non sentirsi più a suo agio nel Paese. Anche qui: amore che si rovescia in rifiuto. Lui vive nello squilibrio. Per questo lo odiamo quando eccede, quando scivola nel rancore o quando rompe il patto di empatia con chi lo ha eletto a guida spirituale. Ma lo amiamo perché quella voce è l’unica capace di dare dignità poetica ai nostri fallimenti. In fondo, Morrissey è lo specchio in cui non vorremmo guardarci, nel bene o nel male.

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