Ana Carla Maza: «Nel mio violoncello libero me e Cuba»

Figlia d’arte e compositrice, la giovane rivelazione è reduce da una serata al Blue Note di Milano. «Mi guidano i ritmi latino-americani e la filosofia di Marco Aurelio»
April 17, 2026
Ana Carla Maza: «Nel mio violoncello libero me e Cuba»
La violoncellista, cantante e compositrice cubana Ana Carla Maza / Dominque Souse
Il respiro della libertà. Nelle vibrazioni di un violoncello e di una voce universale. Tra i molteplici ritmi e le suggestioni di una musica senza confini. Quella risuonata ieri sera al Blue Note di Milano ad anticipare dal vivo in trio le note del nuovo album Alamar della musicista, cantante e compositrice cubana Ana Carla Maza, in uscita venerdì. Ora in tour (ha suonato in 25 Paesi in oltre 400 concerti), sta così toccando anche l’Italia dove, dopo Padova e Roma, sarà poi anche in Piazza dei Miracoli a Pisa (il 25 giugno) e a Sanremo il 19 luglio a capitanare il gruppo dove ogni tanto fa capolino anche la cantante e chitarrista cubana Mirza Sierra, che di Ana Carla è la genitrice. Figlia d’arte, dunque. Doppia, perché il padre è il pianista e compositore cileno Carlos Maza. Musica nelle vene e sottopelle essendo nata in un quartiere de L’Avana legato a profonde radici afro-cubane.
Cos’è Alamar?
«Alamar è il luogo dove sono nata, a Cuba. Un posto legato all’esilio della mia famiglia, una storia molto profonda. Alamar è un barrio de L’Avana che ha accolto più di 700 bambini cileni in esilio dopo il colpo di stato del 1973 di Pinochet. Tra quei bambini c’era anche mio padre con i suoi fratelli e mia nonna, esuli cileni. Anni dopo in quel quartiere sono nata io. Ho così intitolato questo album Alamar perché è come se la mia storia fosse già stata scritta decenni prima. Un luogo e un disco che rappresentano l’esilio, il ritorno, l’identità. Così ho voluto rendere omaggio a questa storia, mia e di una generazione. Non è un discorso nostalgico, ma di luce e di amore. Con la musica che trasforma il dolore in memoria».
A Cuba ora la situazione è molto difficile...
«Io mantengo contatti costanti con Cuba, con la mia famiglia e i miei amici anche se non riesco a tornarci quanto vorrei. Sì, la situazione è molto preoccupante. Le misure di embargo degli Stati Uniti stanno avendo un impatto devastante sulla vita quotidiana delle persone, private dei beni essenziali. Nessuno dovrebbe soffrire così. Non si dovrebbe mai calpestare la dignità umana. Il popolo cubano merita rispetto. Io spero che la comunità internazionale non resti a lungo in silenzio di fronte a questa situazione. Una guerra sotterranea che sta mettendo in crisi Cuba da sessant’anni. Si pensi a come si sentiva l’Europa dopo tre mesi di Covid: sembrava che fossero tutti al collasso. Ma era niente rispetto ai 60 anni di embargo patito dal popolo cubano privato dei beni essenziali. Una cosa è la politica, altra cosa è la disumanità che fa scempio della dignità di un popolo che necessita di beni primari essenziali. Stiamo assistendo a un silenzioso massacro. Ma non potranno mai spegnere la nostra musica più profonda».
Con cui lei sta portando Cuba nel mondo.
«Sì, con il mio violoncello che è la mia voce interiore. Uno strumento tutt’uno con il corpo umano. Attraverso il violoncello cerco una verità emotiva che nella mia musica diventa anche ritmo e movimento. La musica è una sola. Se le differenze sono culturali, l’emozione che genera la musica è infatti universale. Posso suonare una cumbia, un tango, un merengue ma l’emozione è unica. I sentimenti sono universali: tristezza, gioia, malinconia. Il mio violoncello esprime libertà, canta e danza con me. L’importante è rompere le barriere. Andare oltre i generi e gli steccati».
Quanto deve ai suoi genitori?
«Tantissimo. Mi hanno guidata negli studi, dai ritmi latinoamericani al jazz e alla musica classica. Durante l’adolescenza mi sono poi trasferita in Spagna e poi a Parigi. Ho suonato in diverse orchestre sinfoniche e ho fatto tournée con mio padre. Io ho una formazione classica molto rigorosa. In tutto ciò ho sempre cercato il mio suono, che è l’identità di un musicista. Quando senti suonare Miles Davis sei consapevole che è lui. La riconoscibilità è un connotato molto importante per un artista. Avevo un professore che mi diceva: Ana, per essere libera devi prima conoscere tutte le regole. Così ho anzitutto studiato la musica classica, da Bach a Brahms a Shostakovich. Per poter essere una compositrice libera, con il mio violoncello».
In lei ora convivono però diverse anime musicali.
«Proprio ciò che desideravo. Perché dentro di me c’è sempre stata Cuba. Ho studiato in Europa, ma gli incroci culturali musicali cubani sono la mia linfa vitale. Così unisco la disciplina musicale europea al ritmo della vita che pulsa a Cuba. Io sono cresciuta in un ambiente dove la musica è ovunque, dove si canta e si suona perché la musica fa parte della vita. Si vive attraverso il suono. Se la musica classica mi ha insegnato a costruire, Cuba mi ha insegnato a respirare. A sentire la vibrazione della vita e ad avere una filosofia differente rispetto alla cultura europea. Io non percepisco in me mondi separati. Nella musica e nella vita riesco a unire il rigore alla spontaneità. Forse è anzitutto questa la vera libertà».
Il violoncello di Rostropovič suonò per la ritrovata libertà sotto il muro di Berlino appena caduto...
«Non ero ancora nata, ma è una immagine a me cara visto che della libertà mio padre era stato privato in Cile. Ecco perché la musica, che mi è stata trasmessa anzitutto dai miei genitori, è per me il primo simbolo di libertà e quanto di più valoroso la mia famiglia detenga. Rappresenta un’altra dimensione della vita. La musica per me è poi tutt’uno con la filosofia che io studio da anni. Anche quando viaggio ho sempre con me libri di filosofi».
Quali sono i suoi preferiti?
«Anzitutto, Marco Aurelio. Il suo stoicismo è per me molto significativo. Poi Seneca e il greco Epitteto. Questi antichi filosofi sono per me fondamentali. Attraverso la musica e le arti in generale, noi artisti abbiamo la responsabilità di trasmettere alle persone una visione sostanzialmente filosofica della vita. Siamo chiamati a dare ulteriore senso a una domanda esistenziale attraverso la bellezza e l’armonia».
Nel nuovo album ci sono brani con questo intento?
«Per esempio una canzone come Je t’ai aimé ha in sé una visione filosofica sul senso dell’amore come sentimento universale. Habanera è invece un brano in cui prevale sì la malinconia, ma con uno sguardo di speranza nel futuro con rinnovata felicità, non cedendo alla depressione. Allo stesso modo Me lleva a ti ha un messaggio proiettato a una visione pacificata della vita. Semmai è difficile riuscire ad avere un atteggiamento per così dire “filosofico” nel durissimo mondo della discografia».
Troppo maschilismo? o altri motivi?
«Questo senz’altro. Oggi soltanto il due per cento delle donne è anche produttrice musicale. E per me essere compositrice e produttrice è fondamentale. Non solo per poter scrivere la musica in cui credo, ma anche per accompagnare la mia visione personale fino alla sua forma finale. Questo oggi nell’industria musicale è un problema. Per questo ho realizzato un disco multiforme come Alamar, perché volevo essere libera in tutto il progetto completo e proteggere la mia visione artistica. Essere la proprietaria fino in fondo della mia musica è per me indispensabile. La mia è ricerca permanente della mia identità e della mia libertà».

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