Il mio ricordo di Plinio Perilli, poeta capace di letizia francescana e di meritare più cielo
Colpito da un malore improvviso, è stato un autore coltissimo e generoso, ha saputo unire, spiritualità e impegno. Come nelle lezioni da volontario alla scuola Penny Wirton

Nel giorno in cui festeggiamo la Repubblica, io penso a Plinio Perilli (1955-2026), scomparso venerdì scorso a Roma a causa di un malore improvviso, assolutamente imprevedibile e sorprendente, perché fra i poeti dei nostri tempi credo sia stato quello in cui il sentimento del Bel Paese fosse più intenso e coltivato. Prova ne sia innanzitutto il piccolo capolavoro in versi intitolato Ragazze italiane (Sansoni, 1990), esito estremo e ultimativo di un crepuscolarismo incendiato dalla passione vitale di fine Novecento. Nello stesso anno in cui venne pubblicata quella stupenda, dolcissima raccolta uscì, presso il medesimo editore, Storia dell’arte italiana in poesia , una singolare scelta di liriche nate dalla visione pittorica che suscitò l’interesse di Giulio Carlo Argan, pronto a sottolinearne la necessità critica: «Il problema, oggi, è proprio di capire il rapporto, che esiste sempre ma solo raramente appare, tra figura e parola». A Plinio Perilli, figlio di Ivo, uno dei più importanti sceneggiatori del grande cinema italiano (basti pensare a Ragazzo , pellicola dispersa del 1934, cellula germinale del neorealismo) e Lia Corelli (nome d’arte di Lelia Parodi, attrice genovese, memorabile la sua apparizione in Riso amaro di Giuseppe De Santis), mi legava una straordinaria amicizia, nata per una reciproca stima sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso, cementata da un viaggio che facemmo insieme a Eusebio Ciccotti, esperto e appassionato conoscitore di film provenienti dall’Europa orientale, con mezzi poveri, un po’ a piedi, un po’ in autobus, un po’ in treno, nell’agosto del 1995, ad Auschwitz («encausto, civile salmo marchiato, trascritto a fuoco», secondo la definizione che ne diede Perilli in Museo dell’uomo , Zona 2020), il quale tuttavia si concluse, per volere di noi tre, al Santuario di Jasna Góra, a Czestochowa: quando arrivammo sotto l’effige della Madonna Nera, Plinio fu il primo a inginocchiarsi, come se intendesse contrapporre al Male Assoluto del lager nazista, così mi disse, «uno squarcio d’azzurro per meritare più cielo».
Stiamo parlando di un uomo coltissimo, letterato sopraffino, come dimostra anche Melodie della terra , l’antologia poetica uscita per Crocetti nel 1997 (sottotitolo: Il sentimento cosmico nei poeti italiani del nostro secolo ), con una voce espressiva unica nel panorama contemporaneo, imperniata sul verso in perpetuo movimento in direzione della prosa, teso a incatenare una pulsante, insopprimibile energia conoscitiva. Da Preghiere d’un laico (Amadeus, 1994): «Un quadro è l’elettrocardiogramma impazzito, un infarto benigno della fantasia» (mi fa impressione fare oggi questa citazione). Oppure dall’ Amore visto dall’alto (Amadeus, 1989), che Giuseppe Pontiggia considerava la sua raccolta migliore: «Uomo/vela, creatura/timone: non sa dove, / solo che vuole andare». Plinio Perilli, che pure, come ho appena detto, vantava prestigiosi natali, si sentiva irresistibilmente attratto dal richiamo della strada, fino al punto di celebrare, nel Cristo corrotto (Preghiere d’un laico) , un’edicola sacra nei pressi di casa sua, col crocifisso consumato dai miasmi del traffico capitolino: «Gesù ormai annerito dai gas, dalla vita che è cruda, / ghiacciato da quest’inverno aspro per clima e cuori». Per quanto mi riguarda, non ho mai smesso di percepirne la sintonia spirituale sottolineando sin da Campo del sangue (Mondadori, 1997), la sua «letizia francescana». Indimenticabili per me restano i giorni del cammino verso il campo di concentramento di Oświęcim: partimmo da Venezia, attraversammo il Friuli, costeggiammo i laghi della Carinzia, in Austria, arrivando fino in Slovacchia, a Bratislava, quindi entrammo in Polonia. Le parole che ci scambiammo in quelle settimane, mentre si compivano i massacri nell’ex Jugoslavia, resteranno per sempre dentro di me. La guerra sembrava sfigurare il paesaggio interiore di noi tutti. E purtroppo continua a farlo. La resistenza etica di Plinio è confluita poi nella recente esperienza da lui vissuta quale volontario alla Penny Wirton di Casal Bertone, non distante dalla stazione Tiburtina, dove ha insegnato italiano agli immigrati per un anno intero, prima il martedì pomeriggio, poi il giovedì mattina, silenziosamente partecipe: intuitivo, pronto a tutto, generoso, ha spesso fatto lezione con due studenti per volta, senza mai meravigliarsi o intimorirsi, affabile e disponibile coi ragazzi che gli affidavamo. Anche per questo non lo dimenticheremo.
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