La speranza è lo «stare al mondo» di chi ha conosciuto la disperazione
Il Santo mostra come la povertà del cuore apra all’affidamento, senza distogliere lo sguardo dalle ferite. E nella certezza che ogni creatura sia custodita da un Mistero buono

L’Anno Giubilare Francescano, indetto da papa Leone XIV per gli 800 anni dal transito del Santo, è un tempo di grazia che invita tutti a riscoprirne il messaggio di pace, umiltà e fraternità per il mondo contemporaneo. Avvenire vuole contribuire con una serie di articoli domenicali, “San Francesco ci dice che...”, in cui voci credenti e laiche offrono il loro sguardo personale sulla figura del Poverello di Assisi.
Si potrebbe inseguire e reperire in Francesco, negli scritti suoi o in quelli che lo riguardano, il tema della speranza, le parole della speranza. E cavarsela così. Dicendo Francesco sperava. E però si potrebbe leggere anche la disperazione di Francesco, la sua ombra, l’oscurità, il suo magone. Il suo timore, feroce e oscuro, di non salvarsi. Il precipizio dei silenzi. E delle invocazioni. Francesco davanti all’apocalisse. Il Tau, la lettera estrema dei salvati. Dei salvati, forse. Che sperano di essere salvati. E si potrebbe, per non ridurre la speranza di Francesco a uno sguardo babbeo al mondo, vedere con quanta insistenza torna sul tema e sui gesti del perdono. Lui si considerava “il peggiore”. Cosa sperano i peggiori? Insomma, ce la si potrebbe cavare con una disamina del tema, di come circola l’esperienza della “speranza” nel Santo che ai suoi stessi amici a volte si presentava come disperato. Si potrebbe provare a entrare nel precipizio del suo cuore inquieto e affamato di Dio, e inoltrarci in quella che pare una contraddizione e invece non lo è, perché solo chi conosce la disperazione sa cosa vuol dire sperare. E solo chi si perde tra i fantasmi baciando l’amaro nulla e baciando la cruda pietra e sentendo la propria totale, fatale inconsistenza, può intuire cosa sia la dolcezza di una goccia di speranza nel pozzo del cuore, o sulle labbra inaridite. Si potrebbe, ridico, far regesto di come lui ha vissuto la speranza o come l’ha invocata dal suo Signore Altissimo e Onnipotente. Sì, Altissimo, Onnipotente, ma anche buono. Bon Signore... La speranza che aveva in quel “buono”. Che fosse vero. Che il mistero che ci circonda, e che ci fa spesso ammattire, sia buono. La speranza che sia buono con me, il peggiore. E che sia buono con tutti. E avvolga nel medesimo destino misterioso e buono i ragazzini nati e ricoverati al Seraficum con le loro maestose penose malformazioni e il Signor Papa. O il piccolo che non sopravvive nel sud Sudan e il cantante di successo che blatera negli stadi. La speranza che entrambi abbiano senso e pace nel Mistero buono di Chi fa la vita. Perché come creature hanno lo stesso valore. Cosa aveva visto di così disperante Francesco? La guerra? La lebbra? Le notti in carcere? La sua vita proiettata alla gloria era caduta nella disperazione?
Si può passare dall’illusione alla disperazione senza transitare dalla speranza. In quanti di noi accade anche oggi? Una vita basata su illusioni, mancando le quali ci si ritrova in un mare pietrificato di disperazione. La speranza di Francesco non è uno sforzo di sperare. Non è una virtù difficile. La speranza è nella sua commozione, in quel belato che secondo le fonti alza commosso dinanzi al Mistero di Dio fatto bimbo, un “Iddio che ride come un bimbo” scriverà Ungaretti. Dinanzi a quel Bambino del cielo, all’Airone crocefisso, all’Amico risorto, Francesco fonde la sua commozione nella sua speranza. Una speranza attonita, semplice. Pronta a perdersi come si perde una bambina se non vede il volto della madre. Pronta a perdersi come Cappuccetto Rosso nel bosco. Nel bosco di La Verna dove Francesco va a cercare Suo Volto. Come ogni volta lo cercava nel Crocefisso, quando sentiva il suo cuore di bambina perdersi. Il suo cuore ferito. Così quando avvertiva l’ombra della disperazione, cercava il volto dell’Amico. Cercava quel volto in quello degli amici.
Il povero sa cosa è sperare. E solo lui può insegnare a sperare. Il verbo sperare non sopporta la forma imperativa. A nessuno si può dire: “Spera!” o “Devi sperare”. Il povero insegna a sperare, perché la speranza si nutre della povertà. La povertà ne è il vero carburante. La tensione della mano. Della domanda. Quanti di noi tendono la mano, si sentono poveri - non solo materialmente ma di tutto? Siamo la società degli individui, dei solinghi, dei non chiedenti. Dei non mendicanti. E perciò dei non speranzosi. Dio ama i poveri perché sperano non perché sono miseri materialmente. Ama i poveri di ogni genere. Anche quelli che sono così poveri, come diceva Madre Teresa, che hanno solo il denaro. E allora, forse, invece di guardare e decifrare la speranza di Francesco, e esaminare le condizioni della sua, chiamiamola così, disperazione speranzosa, insomma, invece di parlare ancora una volta di lui, sperando che ci obblighi magicamente a sperare, proviamo a parlare della nostra lacerata speranza, se ce l’abbiamo. Mettendola di fronte a lui. Dinanzi a Francesco, parliamo di noi, non di lui. Guardiamo, denudiamoci noi. Ma sotto il suo sguardo. Così forse la vediamo meglio. E cosa ne sappiamo della nostra speranza, cosa impariamo su di lei se la posiamo sotto i suoi occhi? Innanzitutto, che non è vestita di tela di sacco. Non è una speranza povera, ma agghindata, legata a orpelli. Non ha fame. È una speranza quasi oziosa. Ce ne ricordiamo il nome – e forse confusamente la sostanza – solo ogni tanto, come ubriachi. Speriamo in...speriamo cosa...Ok, nella salute nostra e dei nostri cari. E poi? Cosa speriamo? Si è atrofizzato sotto le vesti elegante il muscolo, il grido della speranza? Non sappiamo più gemere vestiti di sacco per una speranza che riguardi non solo la salute ma “l’ultima salute”? e non solo la nostra ma quella di tutti gli altri, creature anch’essi come noi, e fragili e peccatori e come noi spesso impresentabili, e deboli e “carnali come sempre” come dice il poeta Eliot?
Che speranza sottile, assottigliata, di che speranza di superficie, abbiamo, uccisa sotto una coltre di luoghi comuni – la ricerca dell’equilibrio, del benessere. Di uno stato egoistico di gioia modesta. Non speriamo nemmeno quasi che finiscano le guerre, le stragi. Le osserviamo sonnecchiando. La noia, diceva il poeta Baudelaire, è il peggiore dei vizi. Se il mondo non ci “accade” nei suoi strapiombi, nelle sue ferite, perché mai dovremmo avvertire la necessità di sperare ? se non ci sentiamo vestiti di stracci di fronte alle gioie (speriamo che duri! si dice sperando in un anticipo di paradiso) se non ci sentiamo vestiti di niente, quasi impotenti ma dolorosamente, dinanzi alla vita e al suo possibile male o non senso, come può la speranza abitarci con il suo grido, la sua bambinesca energia? Ci abita una mesta e confusa contabilità delle emozioni. Sciami di emozioni che da migliaia passano a nulla. È proprio delle emozioni sciamare e scemare e poi svanire – se non introducono a una strada, a una azione.
La speranza non è un’emozione. È una posizione. La si può perdere e ritrovare, come fa l’attaccante calciatore in area, o il pugile colpito sul ring, o la danzatrice durante la coreografia. Una postura, dicono oggi. Insomma, un modo di “stare al mondo”. E oggi il rischio è che poiché non si “sta al mondo” ma troppo spesso in infosfera, come la chiamano gli studiosi, persi tra dati, proiezioni virtuali, repliche, trucchi, non si senta la necessità della speranza. Francesco “stava al mondo”, non voltava lo sguardo da ciò che lo impressionava in bene o in male, non disprezzava, non censurava nulla. Cum tucte le tue creature . “Stava al mondo” e perciò ascoltava il grido disperato del mondo e del cuore. E volgeva lo sguardo a Chi merita da ogni creatura la lode. Non solo perché Altissimo e Onnipotente. Ci sarebbe poco da sperare da uno Altissimo e Onnipotente, ci sarebbe solo da scampare la fatalità dei suoi voleri su di noi. Ma Lui si è mostrato buono. La speranza non è un sentimento difficile e forzato. È girare gli occhi. E mentre illusionisti di ogni genere provano a incantarci («a me gli occhi» dice chi vuole ipnotizzare) Francesco guarda il Crocefisso, la Vittima esposta. Dio morente alzato come uno straccio, come il serpente guaritore di Mosè. E guarda con tenerezza e belato il bambino. E il risorto tra i suoi fratelli. Recupera la posizione. Sta al mondo, pronto alla partita. Diceva don Giussani che compito dei cristiani è «sostenere la speranza degli uomini». Francesco lo fa. Ogni giorno, coi suoi occhi di vento e stelle. E con il perdono dei tremanti.
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