Così la Chiesa dentro la storia
"Magnifica humanitas" invita la Chiesa a incidere nella realtà contemporanea, proponendo un umanesimo che rimetta la persona al centro nell’era digitale e promuova dialogo, pace e responsabilità storica

Magnifica humanitas è un’enciclica sociale che, oltre a discutere di nuove tecnologie e intelligenza artificiale, colloca oggi la Chiesa nella storia: un’indicazione alle comunità cristiane, che talvolta si rinchiudono in un senso di irrilevanza, al margine della vita, credendo di aver poco da dire o lamentando di non essere ascoltate. Il testo di Leone XIV mostra che, quando la Chiesa parla, suscita interesse, non solo tra cattolici, ma nel mondo e nell’opinione pubblica. Anche perché il Papa non discetta di tecnologia, ma parla dell’umanità «nel tempo dell’intelligenza artificiale». Cioè osa proporre una visione globale in un mondo incapace di pensare in questa dimensione. La Chiesa denuncia da decenni che «il mondo soffre per mancanza di pensiero», come scriveva Paolo VI nella Populorum progressio, l’enciclica che spostò la questione sociale dalla società industriale ai rapporti Nord-Sud del mondo. Nella Fratelli tutti, Francesco ha parlato di una cultura «vuota, protesa all’immediato e priva di un progetto comune»: tanto che «un progetto con grandi obiettivi per lo sviluppo di tutta l’umanità oggi suona come un delirio».
Il «dialogo è parte integrante dell’attitudine della vocazione della Chiesa». Con l’enciclica, il Papa propone un’importante piattaforma per il dialogo, una riflessione “culturale” con tutti. C’è una maturità serena di coscienza cristiana in questo testo: la Chiesa non pretende di insegnare su tutto, ma sa di dover parlare e chiede di essere presa in considerazione per quel che dice: «Nessuna mano da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo». Leone apre un grande dibattitto, magari un’alleanza sulla custodia della persona: «Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa». A sessant’anni dal Vaticano II, il “pensiero” della Chiesa ha trovato una sua chiarezza nella riflessione sull’umanità. Non è ritorno al passato, ma stare nella storia con responsabilità. Tutt’altro che irrilevanti, ma invece profetici: l’«intreccio di vita con i popoli», che fa la Chiesa, mostra come «la sua missione ha una portata storica». Riemerge la teologia dei segni dei tempi, di cui parlò papa Giovanni: «La storia è perciò - dice il Papa - uno dei luoghi in cui la Chiesa si lascia istruire dallo Spirito Santo sulla portata umanizzante del Vangelo», imparando a servire persone e popoli. Il teologo conciliare, p. Chenu, introducendo il suo piccolo e prezioso libro, Cristianesimo nella storia, ne mostrava lo statuto storico e ricordava che il Vaticano II, a differenza di tanto magistero precedente, parla ben 63 volte di historia.
Il nucleo della riflessione di Leone è la critica all’idolatria di «una salvezza puramente tecnica», che non mette al centro l’essere umano, anzi lascia indietro troppi fragili, perché non performanti. L’umano fiorisce attraverso il limite. Non si tratta di una contestazione che potrebbe essere considerata oscurantista da alcuni, ma una proposta di disarmare la tecnologia e l’intelligenza artificiale per porle al servizio dell’essere umano: un limpido umanesimo. Oggi non ci si deve affidare alla “mano invisibile” del provvidenzialismo tecnologico o ai poteri tecnocratici, come in passato non si doveva confidare nella provvidenza del mercato, che prometteva sviluppo e pace per tutti. Oggi il confronto storico è -per Leone- tra la civiltà dell’amore (espressione di Paolo VI) e la cultura della potenza. Essa, con i mezzi che ha, diventa cultura della prepotenza e detta «l’agenda e i criteri di decisione». La guerra - forte della tecnologia - è stata riabilitata come strumento della politica. Questo clima ha ricadute in diffuse polarizzazioni e nel linguaggio. Così si vive in «un mondo in stato di belligeranza permanente», dove diplomazia e dialogo deperiscono, mentre il mercato delle armi «diventa un motore autonomo di scelte belliche». Intanto c’è un mondo, a partire dai mercenari, che vive di guerra.
L’allarme del Papa è forte e profetico: «Quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre a una deriva pericolosa»: l’impensabile oggi diventa accettabile con nuovi calcoli e ragioni. L’allarme è serio, ma non è un’espressione di pessimismo sui tempi. La Chiesa è arrivata presto a evidenziare la deriva disumana del nostro tempo, conscia anche delle grandi opportunità di oggi. Soprattutto il papa vuole risvegliare alla coscienza che «tutti possiamo fare la nostra parte», non restare spettatori inerti. Non si può pretendere di costruire il futuro - magari con la rivoluzione tecnologica - senza tener conto delle donne e degli uomini contemporanei, così attenti e consapevoli. Non lo si poteva ieri con le dittature di pochi. Questo è il realismo autentico che «non rinuncia a cambiare il mondo». Il mondo dev’essere ripopolato dal dialogo tra la gente comune, ma pure tra chi si combatte, chi non si incontra. E «a livello politico, è urgente passare dalla “cultura della potenza a un’autentica ‘cultura del negoziato”», in cui riattivi con fiducia la diplomazia. A questo sforzo devono partecipare le religioni nello “spirito di Assisi”. Con lo sguardo del credente, con «la bussola evangelica nell’era digitale», Leone XIV “con il cuore” afferma «il bisogno di scoprire un disegno diverso» per il futuro.
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