San Francisco, la capitale hi-tech che ha fatto scappare i bambini
I prezzi delle case alle stelle, i cartelloni pubblicitari parlano solo di intelligenza artificiale, i taxi senza conducente scivolano lungo i viali. Una metropoli governata da giovani con le Tesla e la mentalità dell’ottimizzazione

C'è un parco nel quartiere di Russian Hill, a San Francisco, che si nasconde sotto il livello della strada, protetto da una fitta siepe verde scuro. Si chiama “campo giochi Michelangelo” e nelle giornate di tempo fresco e luminoso, quello che solo San Francisco sa regalare, sembra essere fuori dal mondo. I limoni addobbano gli alberi come ornamenti. Dall’oceano arriva il verso dei leoni marini. In una domenica mattina di sole, alle undici e un quarto, il parco era deserto. I quattro scivoli erano immobili. L'altalena non dondolava. Il campo da basket era silenzioso. Nessuna voce, nessun grido, nessuna corsa. Solo il vento e, ai margini del prato, due donne anziane che zappavano nell'orto comunitario. «Una volta era un parco molto frequentato — dice Norman Yee guardandosi intorno —. Adesso sembra una giardino fantasma».
Yee ha 76 anni, un passo svelto che ne dimostra almeno dieci in meno e uno sguardo che non smette mai di osservare. È nato e cresciuto a due passi da qui, tra Russian Hill e Chinatown. Sua madre era cinese-americana di terza generazione, suo padre un immigrato dalla Cina. La fabbrica di sartoria di sua nonna era a un isolato a nord. L'appartamento di famiglia una strada più in là. «Questi due isolati — dice — erano tutta la mia vita». In quegli anni, i marciapiedi erano pieni. Le famiglie cinesi e italiane traboccavano sui gradini delle case e sulle strade. C'erano sempre bambini fuori a giocare: lui, i cugini, i figli dei vicini. «Solo tanto caos», dice con nostalgia, o forse con la consapevolezza di aver perso qualcosa. Yee ha dedicato buona parte della sua vita professionale a cercare di capire perché San Francisco stesse diventando quello che è ora: la città americana con la più bassa percentuale di bambini del Paese. Solo il 13 per cento della popolazione ha meno di 18 anni, contro una media nazionale del 21 (in Italia sono circa il 16, a Milano il 13,7). Anche all'interno della metropoli, Russian Hill è un caso estremo: qui i minori sono il sette per cento. Un numero che assume tutta la sua concretezza nel parco Michelangelo deserto la domenica mattina.

L a percezione che stava succedendo qualcosa di insolito ha colpito Yee all'inizio del 2000, quando faceva parte della commissione scolastica cittadina. Anno dopo anno, le iscrizioni nelle scuole calavano. «Tutti davano la colpa alla fuga dei bianchi — spiega — le famiglie anglosassoni benestanti che lasciavano la città per i sobborghi alla ricerca di più spazio, più sicurezza, scuole migliori». Ma a Yee quella spiegazione non tornava. Vedeva che se ne andavano anche i suoi amici della classe media, le famiglie nere, ispaniche, asiatiche. Non era una questione di razza o di paura. Era qualcosa di più profondo. Nel 2016, ormai membro del Board of Supervisors — l'equivalente del consiglio comunale — ha commissionato uno studio per analizzare il fenomeno. I risultati erano, a posteriori, prevedibili. I prezzi delle case erano triplicati tra il 2000 e il 2020.
Il tessuto edilizio della città era ormai composto in larghissima parte da monolocali e appartamenti con una sola camera da letto. Solo il 9 per cento del patrimonio immobiliare era «accessibile e adatto alle famiglie». Il mercato, in sostanza, aveva smesso di fare spazio ai bambini. L'appartamento in cui è cresciuta la famiglia Yee, che negli anni Sessanta e Settanta ospitava genitori, figli, nonna e cugini, costa oggi 6.200 dollari al mese d’affitto. «Nello spazio dove vivevano dodici persone oggi ne vive una sola», dice Yee. Per capire meglio questa evoluzione, si può pensare alla storia di San Francisco, che ha sempre vissuto per ondate. La prima fu quella dell’oro. Poi vennero le ondate dei migranti: cinesi, italiani, irlandesi e messicani che costruirono la città mattone per mattone e bambino per bambino. Poi la controcultura degli anni Sessanta, il movimento gay degli anni Settanta, la crisi dell'Aids negli anni Ottanta. E poi, a partire dagli anni Novanta, l'ondata che ha cambiato tutto: la tecnologia.
Oggi, camminando per Russian Hill, i cartelloni pubblicitari parlano solo di intelligenza artificiale. I taxi senza conducente scivolano silenziosi lungo i viali come in un film di fantascienza. È una città governata da giovani con le Tesla e la mentalità dell'ottimizzazione: tutto deve essere efficiente e c’è ben poco di meno efficienti di un neonato in crisi di pianto o di un genitore che deve lasciare una riunione perché il bambino ha la febbre. «San Francisco era una città molto liberal — racconta ancora Yee —. Poi sono arrivati i milionari. E poi i miliardari. Ho paura che diventi una città di soli yuppie ricchi senza figli». Oggi l'età media del quartiere è trentacinque anni e il reddito mediano supera i 150mila dollari l’anno. Alle due del pomeriggio, il Café Poesia nel vicino quartiere Castro è pieno: tutti tavoli occupati da ventenni e trentenni con il portatile aperto. Un posto, insomma, dove non porteresti mai un bambino piccolo perché non ti sentiresti benvenuto.
C rescere figli a San Francisco, infatti, non è solo costoso: è logisticamente complicato. I posti nei nidi sono scarsi e carissimi. Il sistema scolastico pubblico funziona a lotteria, che in pratica significa che un genitore non ha la certezza di ottenere un posto nella scuola di quartiere. Poi c'è la cultura. Basta dare un'occhiata ai gruppi Facebook dei genitori di San Francisco per inquadrare l’ecosistema locale: pubblicità di asili bilingui, offerte di tutoraggio orientato alle università della Ivy League. «C'è una mentalità del successo — dice Yee — una corsa al massimo rendimento. Essere genitori qui significa entrare in una competizione permanente». La figlia di Yee e suo marito hanno cercato casa nel 2020. Hanno guardato i prezzi e si sono trasferiti a Clayton, sobborgo a circa un'ora di macchina a est, come molti altri loro coetanei. Tra il 2020 e il 2024, San Francisco ha registrato un ulteriore calo del quindici per cento nel numero di famiglie con bambini. Un amministratore come Yee potrebbe leggere questi dati come un problema demografico o economico, ma li vede in modo diverso. Per lui, una città senza bambini ha perso la propria natura.
«Senza famiglie — spiega — non c'è senso di comunità. Non c'è senso di appartenenza. Una città in cui gli adulti vivono soli o in coppia, ciascuno nella propria bolla professionale e tecnologica, è una città in cui i legami orizzontali, tra vicini, tra genitori, si assottigliano fino a spezzarsi». Eppure le ricerche indicano che il calo della natalità non è causato da una mancanza di “voglia di famiglia”, ma da costo della vita, mancanza di alloggi adeguati, assenza di servizi per l'infanzia, un mercato del lavoro che penalizza la maternità e una percezione di incertezza del futuro. A questi fattori si intrecciano decenni di trasformazioni culturali, economiche e sociali: le donne hanno accesso all’istruzione, al lavoro e alla contraccezione come mai prima nella storia e le aspettative di qualità della propria vita sono radicalmente cambiate.
I n questo senso, una città come San Francisco può essere vista come una finestra sul futuro demografico che molte altre città, in America e nel mondo, si troveranno ad affrontare. Ma c'è ironia nel fatto che San Francisco, la metropoli che più di ogni altra crede di stare costruendo il domani, con i suoi algoritmi e le sue startup, sia anche la città che ha meno bambini. «Voglio credere che le cose cambieranno in meglio», conclude Yee. Quando si allontana, il parco è ancora deserto. Sul prato dove decenni fa correva e giocava con i suoi cugini ci sono solo i cani.

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