Il buon diritto a restare umani

Fra guerre, impunità e algoritmi che decidono sulla vita, oggi il vero pericolo nasce dalla rinuncia collettiva a difendere giustizia, memoria e dignità umana
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May 30, 2026
Il buon diritto a restare umani
/ ICP
Diritto internazionale: tramonto o eclissi? All’interrogativo proposto dal Centro Studi Rosario Livatino in un recente convegno in Senato è corretto rispondere sfuggendo alla logica binaria. L’alternativa è apparente, riposa su equivoci semantici e fallacie logiche. Dal dibattito sono emerse tre proposizioni.  Il diritto internazionale, debole per genetica, attraversa una crisi esistenziale. Non è vero diritto perché non è dato un giudice sovranazionale che ne possa imporre l’osservanza. I conflitti armati del Dopoguerra e la condotta apertamente illegale di certi Stati espongono o comunque anticipano il fallimento dell’ordine internazionale sorto nel 1945. La guerra esprime il mistero del Male ed è dunque indifferente a norme e istituzioni. Vediamo.
Il sistema internazionale disciplina un «mondo di Stati», espressione di Salvatore Zappalà, le cui unità elementari non sono esseri umani, ma enti immateriali. Nelle comunità statali, non nel sistema internazionale, spiegava il grande Antonio Cassese, oltre a norme che impongono ai consociati condotte, vietate, permesse e doverose, sono emersi corpi sociali organizzati che producono, accertano e attuano le regole. Istituzioni, dal latino instituĕre, «costituire, stabilire nell’uso», dunque organismi e assetti stabilmente destinati alla cura del bene comune.  Il diritto internazionale non nasce da un’illusione pacifista ma da un trauma. Le degenerazioni delle guerre mondiali spinsero gli Stati a suscitare regole, giudici, linguaggi e valori condivisi perché la violenza brutale e primitiva non restasse l’unica legge possibile. Diversamente dagli ordinamenti interni, il sistema organizzativo internazionale è rimasto in stato embrionale. Il potere è frammentato, non esiste un’autorità universale comune ai popoli e sovraordinata agli Stati che accentri le funzioni tipiche della statualità. In particolare, l’attuazione delle norme e l’esecuzione delle decisioni restano principalmente affidate agli Stati. La difficile coercizione dei riottosi nell’ambito internazionale non compromette però il valore imperativo delle regole, allo stesso modo in cui il mancato arresto di un assassino non fa del latitante un innocente, né rende inutili le indagini, il processo, i codici. È quindi illogico dire che il diritto internazionale è «in crisi» perché certi Stati lo violano o lo irridono, annettendo terre altrui, uccidendo, deportando, perseguitando innocenti. Se i governi agiscono illegalmente e gli altri girano il capo, la patologia è politica, non giuridica. Il diritto non scompare sotto l’orizzonte, non è oscurato. Resta lì, come un sole di mezzanotte nel giorno polare.
Di tribunali nel sistema internazionale ce ne sono più d’uno. Alcuni decidono controversie fra Stati, altri cause fra individui e Stati, altri responsabilità penali personali per crimini internazionali. Ma anche gli Stati sono giudici. In un ordinamento in cui vige parità formale e non esiste un’istituzione superiore gli Stati possono, devono controllare che le regole siano rispettate, condannare politicamente e isolare i trasgressori. La politica, spiega Lorenzo De Sio in un libro sulla crisi della democrazia, deve disporre di mezzi di «confinamento» che spingano i membri di una comunità al rispetto delle decisioni comuni. Una volta che è stata operata una scelta, se ai dissenzienti è permesso non rispettarla o lasciare il gruppo, questo si disgregherà. Il confinamento può applicarsi anche alle relazioni internazionali. Sebbene nello spazio internazionale i vincoli siano più deboli rispetto alle comunità nazionali, la storia dimostra che nessuno Stato può agire da fuorilegge e sopravvivere se gli altri reagiscono compattamente, confinandolo. Le condizioni per la disonestà e l’impunità di uno sono la complicità, la tolleranza, l’indifferenza, la rassegnazione degli altri. Negli anni Ottanta, per esempio, il Sudafrica dell’apartheid fu costretto a interrompere le politiche segregazioniste perché tutti gli altri Stati inflissero a Pretoria coese misure di isolamento economico e politico.
Considerando le guerre e le atrocità di massa come manifestazioni di malvagità si scivola nel rischio di ritenerle inevitabile, quasi soprannaturale conseguenza della corruzione della natura umana. Sono invece atti politici. Voluti, freddi, meditati. Espressione di un male umanissimo, impastato di politica. L’uomo non versa sangue innocente costretto dall’ineluttabile. Opera e rinnova una scelta egoista e perversa. Il sangue impregna il potere, che giustifica il sangue.  Due casi particolari spiegano il tema generale. Il prepotente ritorno alla minaccia e uso della forza armata come primario metro delle relazioni internazionali rischia di rovesciare un ordine geopolitico e soprattutto lo stadio contemporaneo della civiltà umana. Il germe era iscritto nei geni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che consegnava il monopolio della pace e della guerra a un direttorio militare pensato per essere eterno, immodificabile. E per dirla con Kant, da quel legno storto non poteva ricavarsi nulla di perfettamente dritto. In questi decenni certe potenze grandi e medie hanno abusato delle norme secondo due dinamiche combinate, riconducibili alla fortunata metafora di Vittorio Foa. Torre, contrasto frontale, uso della forza come cura di interessi nazionali e manifestazione di potenza. E cavallo, elusione, impiego indiretto più o meno segreto della violenza armata. Anche chi abbracciava la prima tattica, ha prestato la massima attenzione a mantenere in vita il sistema per sfruttarne i vantaggi. Oggi la mossa della torre viene impiegata apertamente da chi si dichiara slegato dalle regole. Una scommessa pericolosa perché il caos è incontrollabile anche per chi è offuscato da pretese di onnipotenza.
L’aggressione alla Corte penale internazionale ne dimostra la rilevanza. La Corte non ferma gli eserciti né arresta la mano del torturatore, ma costringe chi li muove a giustificarsi, a spiegare. Nessuno dice mai: «Attacco perché posso, uccido perché odio, invado perché voglio la terra altrui». Tutti cercano una scusa, una legittimità, una propaganda. Il diritto, anche quando viene vilipeso e tradito, continua a essere riconosciuto come un bene superiore alla violenza. La Corte non può nemmeno arrestare i ricercati senza la volontà degli Stati ma dice al mondo: «Il potere non cancella la responsabilità». «Anche nella guerra c’è una moralità da custodire». «Senza diritto e giustizia la forza sarebbe l’unica verità possibile e la storia la scriverebbero i vincitori e gli sconfitti sarebbero risucchiati dall’oblio». La Corte costruisce memoria per ognuna delle vittime perché l’orrore non diventi anonimo. Fa paura ai potenti perché sveglia le coscienze. È essa stessa la coscienza ostinata del mondo che dà il nome ai colpevoli, uno ad uno. Nella rivoluzione degli algoritmi, ha avvertito di recente Lucio Caracciolo, rischiamo di smarrire l’umanità della specie e dimenticare chi siamo perché le macchine prescindono dalla storia e dal passato che fonda ciascuno di noi nel presente. Affidando la scelta di chi può vivere e chi merita di morire e altre decisioni fatali a cuori di pietra elettronici che sconoscono compassione e umanità, azzeriamo la differenza fra uomo e bestia. È la consacrazione meccanizzata della disumanizzazione con cui i governi degradano l’avversario in nemico e il nemico a terrorista, quindi bestia, compresi bambini e altri innocenti. Perché se il nemico è un animale, ogni crudeltà è permessa e anzi desiderabile e virtuosa. Qualsiasi bestialità diventa terapia di nettezza e purificazione, per definizione non-disumana. Le macchine si danno norme d’ingaggio per conseguire il massimo profitto nell’interesse originario del padrone o addestratore o di una causa che finisce col declinare autonomamente. Mai regole di civiltà. Gli uomini sì. Certi principi internazionali, il ripudio della guerra, la protezione dei bambini dalla furia bellica, i diritti dei popoli, la dignità della persona sono espressione del dovere di restare umani che ha teorizzato papa Leone ma anche di un diritto a restare umani, che precede tutti gli altri diritti. Su questo non sono permessi compromessi, equidistanze, ambiguità e opacità. «I posti più caldi dell’inferno sono riservati a coloro che nei momenti di grande crisi morale mantengono la neutralità». Dante Alighieri, 1321.

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