Il "vino" che trasforma: la Pentecoste secondo Agostino

Come mosto che rompe gli otri antichi, lo Spirito irrompe nella fragilità umana e la dilata: non consola soltanto, ma accende comunione, sete d’eterno e desiderio di rinascere
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May 29, 2026
Il "vino" che trasforma: la Pentecoste secondo Agostino
Il tradizionale lancio dei petali di rose alla Messa celebrata nella Basilica di Santa Maria ad Martyres, il Pantheon, nella festività della Pentecoste
«Diventati otri nuovi, essi poterono contenere il vino nuovo» (Discorso 272.1). L’immagine degli otri nuovi percorre le omelie agostiniane sulla Pentecoste. Chi vede i discepoli parlare lingue che non hanno mai imparato dice che sono ubriachi. E Agostino commenta, con una delle sue tipiche torsioni paradossali: avevano ragione. Sbagliavano solo a beffarsi. L’ubriachezza era reale. Era ubriachezza di carità. È un’immagine lontanissima dall’iconografia che associamo allo Spirito Santo: la colomba ferma, la fiamma raccolta e controllata. L’immagine agostiniana è invece rumorosa, eccessiva, persino scandalosa. Vino che fermenta, otri che si gonfiano, persone scambiate per ubriachi. La Pentecoste, per Agostino, non è una cerimonia. È un’irruzione. L’Ipponate pone una domanda che suona attuale: «Oggi, fratelli, forse non viene dato più lo Spirito Santo?». La risposta è netta: «Chiunque crede ciò non è degno di riceverlo» (Discorso 267.3). Lo Spirito viene dato anche oggi. Il miracolo delle lingue era un segno e il segno si è compiuto: una piccola chiesa riunita in una casa parlava tutte le lingue per prefigurare ciò che sarebbe diventata. La domanda brucia ancora, seppure in modo diverso. Non ci si chiede più se lo Spirito venga dato. Ci si chiede – con un disincanto più radicale – se ci sia qualcosa capace di cambiare davvero le persone dall’interno. Le tecnologie mutano a velocità vertiginosa; le strutture emotive, i meccanismi di paura e di smania sembrano replicare i propri schemi con ostinazione. Il cambiamento è ovunque; la trasformazione è rara. Agostino chiamerebbe questo stare in otri vecchi.
L’otre vecchio è l’uomo che ha opinioni «carnali» su Cristo e su se stesso: chi confonde la salvezza con il successo, chi misura il valore di una vita con i parametri del possesso e del prestigio. La Pentecoste e i suoi giorni non sono la festa di una competenza acquisita. Sono il momento in cui una comunità smette di essere una somma di individui e diventa un organismo. E l’agente di questa trasformazione è la carità, quella carità che ha permesso ai martiri di compiere l’impensabile. Ma perché Cristo ha donato lo Spirito Santo due volte, prima soffiando sui discepoli dopo la risurrezione e poi mandandolo dal cielo a Pentecoste? Con una franchezza disarmante, Agostino risponde: «Vi mentirei se dicessi di saperlo». Poi avanza la sua ipotesi con cautela: lo Spirito è stato dato due volte perché due sono i comandamenti della carità, ma uno solo è l’amore che li adempie entrambi. «Un’unica carità, ma due comandamenti; un unico Spirito, ma donato due volte». La prima donazione, sulla terra, educa all’amore del prossimo; la seconda, dal cielo, orienta all’amore di Dio. Ma non sono due carità distinte: «Con la stessa carità con la quale amiamo il prossimo amiamo anche Dio». E si comincia sempre dal basso: «Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi?» (Discorso 265.8.9).
Difficile non riconoscere qui qualcosa di urgentemente attuale. In un tempo in cui il discorso pubblico oppone sistematicamente l’impegno «orizzontale» verso il prossimo alla tensione «verticale» verso il trascendente – come se fossero alternative – Agostino dice che sono la stessa corrente, che scorre in due direzioni complementari. Non si sceglie tra amare gli uomini e amare Dio. Si impara a farlo insieme, o non lo si fa davvero. La comunità non è la somma delle competenze individuali, ma il sistema di relazioni che le rende possibili. Il problema non è la diversità dei carismi. Il problema – e Agostino lo sa – è quando un membro viene «reciso»: «Quando questo era attaccato al corpo, viveva; amputato, perde la vita. Così una persona è cristiana cattolica finché vive nel corpo; staccata da esso diventa eretica e lo Spirito non segue il membro amputato» (Discorso 267.4). La diagnosi è dura. Ma l’indicazione che ne consegue è luminosa: «Se dunque volete vivere dello Spirito Santo, conservate la carità, amate la verità, desiderate l’unità e raggiungerete l’eternità» (Ivi). È una sequenza. La carità prima, la verità come suo contenuto, l’unità come sua forma visibile, l’eternità come sua destinazione. Agostino conclude: «Lo Spirito Santo dobbiamo averlo nel cuore tutti i giorni. Non dobbiamo pensare che la solennità debba durare soltanto per oggi». E poi offre un’immagine di inattesa tenerezza: «Cristo ha sposato la sua Chiesa e ha mandato a lei lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è come l’anello nuziale, e chi le ha dato l’anello le darà anche l’immortalità e il riposo» (Discorso 272.9). L’anello nuziale si porta ogni giorno, non solo il giorno delle nozze. In un tempo in cui la solitudine è diventata endemica – quella dell’individuo che non riesce a sentirsi parte di nulla di più grande di sé – la Pentecoste agostiniana offre qualcosa di raro: un’esperienza di appartenenza. Non si diventa otri nuovi per decisione intellettuale. Si diventa otri nuovi lasciandosi riempire. Il vino può ancora fermentare.

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