Un magnifico canto della Speranza

La prima enciclica di papa Leone XIV, “Magnifica humanitas”, invita la Chiesa a leggere il presente senza paura della tecnica: l’intelligenza artificiale va guidata dalla sapienza.
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May 28, 2026
Un magnifico canto della Speranza
Papa Leone XIV durante la presentazione di "Magnifica humanitas", la sua prima lettera enciclica/ SICILIANI
«Se a suo tempo Leone XIII parlava di "nuove questioni" (rerum novarum), oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo» (MH 4). In queste parole che sembrano voler «conservare» la tradizione, già all’inizio della Magnifica humanitas, Papa Leone XIV libera, invece, esplicitamente, il pensiero e la presenza della Chiesa dalle chiusure che ancora la stringono a un dogmatismo astorico e astratto. Leone XIV spiega che nel voler far memoria di Leone XIII non intende «ripetere semplicemente i suoi insegnamenti ma …» procedere sulla via da lui tracciata per segnare tappe nuove, per aprire nuove intelligenze, interpretare e partecipare nuove sapienze in un mondo che ha un secolo di più.  Il Papa definisce i documenti del Magistero sulla Dottrina Sociale: «non un insieme statico di concetti ma un corpus vivo di verità che custodisce e interpreta la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta» (MH 3). La Chiesa non appare più preoccupata di opporsi all’evolvere della scienza e della tecnica – come fu nel passato con Galilei, Spinoza, Darwin e molti altri – ma vuole oggi interpretare le «sfide» del presente e dialogare con esse senza con ciò tradire i pilastri della sua fede: la Scrittura e la Tradizione.
Il Papa presenta la sua Enciclica in inglese, non in latino, e cita spesso Paolo, l’«Apostolo delle genti», l’amante del mondo. Il fariseo circonciso che scriveva in greco – l’inglese del suo tempo - e citava dal greco – la lingua dei Gentili – le Scritture dei Giudei. Che ebbe il coraggio di dire che «Non la circoncisione conta, né la non circoncisione, ma l'essere nuova creatura» (Gal 6,15), e di inventare neologismi per parlare di esperienze «estreme», umane e sovrumane, mai state fatte prima. Come quella del corpo che risorge. I neocristiani gli chiedevano: come è possibile che i morti risorgano? E lui rispondeva: «Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale. Sta scritto infatti che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita» (1Cor 15,44-45). Un apostolo che decide di uscire dal Tempio e dalla custodia dei sacri rotoli e affida alla lettera – circolare – e quindi a un mezzo a quel tempo popolare, profano, commerciale, la «dottrina» cristiana, purché «voli» in tutte regioni, dai vicini e dai lontani. Paolo usa la nave per raggiungere Roma, cosa che senza la tecnica navale non avrebbe mai potuto fare; se fosse vissuto oggi avrebbe certamente navigato su internet per diffondere il Vangelo non solo a popoli e persone elette ma a tutti: «giudei e greci, schiavi e liberi, maschi e femmine» (Gal 3,28). Le Scritture amano e viaggiano con l’ausilio delle scienze ed esaltano – come fa oggi Leone – le loro scoperte, le loro risorse, i loro «miracoli» (cf. Gb 28). Ma poi ne valutano anche le controindicazioni! Le Scritture attivano la coscienza critica e son capaci di stabilire un limite. Eva fu curiosa di assaggiare il frutto dell’albero pur di «acquistare saggezza» e ci riuscì, insieme a suo marito (cf. Gen 3,6). Conoscere il bene e il male voleva dire «diventare come uno di noi», come Dio. Ma questo li portò – come si rischia oggi – a cancellare Dio, quello spazio franco «trinitario» dove la vita germoglia dall’amore, dalla corrispondenza. E fu così che il canto si spense nel dolore di chi subiva il dominio. E divenne sudore, ansia di superare ogni livello di potere, per i dominatori che avrebbero voluto «rimanere soli ad abitare la terra» (cf. Is 5,8). Questo è il rischio dell’intelligenza artificiale – scrive il Papa – che una manciata di oligarchi faccia piazza pulita della dignità dell’umanità e del valore del suo lavoro. O ancor peggio del suo cervello!
La scienza e la conoscenza hanno bisogno che la Sapienza li guidi. La Dottrina Sociale della Chiesa è una «tradizione vivente» cui il Papa desidera aggiungere la sua voce» «invocando l’aiuto dello Spirito di sapienza, che abita il mondo sin dal suo inizio (cfr Pr 8,22-31)» (MH 3). Essa si basa su di un principio: non c’è giusta e feconda conoscenza senza la presenza del limite. Che non indica una chiusura alle possibili imprese – oggi diremmo – della genetica, della robotica, della tecnologia, dell’intelligenza artificiale – ma una direzione verso un mondo multipolare, dove si trova e si vive con l’altra, l’altro, gli altri. Un mondo «a misura d’umano», insomma. Dove la comunicazione è leale, comprensibile e piacevole come la lettura della nostra Enciclica! Che farà felici gli studenti di teologia. Il limite permette agli uni e agli altri di essere diversi e insostituibili, dice che ognuno ha bisogno dell’altro, instaura una «civiltà dell’amore» su riferimenti morali solidi: la giustizia, la verità, la libertà. Il dialogo, il rispetto dell’latro e la regola d’oro. Il muro di confine si trasforma così in un «muro» d’abbraccio su cui riedificare città devastate. «Evitiamo, dunque, la «sindrome di Babele»: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni» (MH 10).  La matrix e la liturgia di questa Magnifica Humanitas, non sarà un logaritmo ma di nuovo una la donna cui – in conclusione – il Papa cede il passo e la parola. E ne viene, alla fine, un magnifico canto di speranza a due voci!

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