L'appello dei giovani delle Acli agli europarlamentari: «Disarmiamo le parole»
Un “Manifesto per una politica che costruisce, non distrugge”, redatto dai Giovani delle Acli, è stato inviato a tutti i 720 membri del Parlamento europeo, con la richiesta di sottoscriverlo e rispettarlo per una maggiore attenzione al linguaggio nel discorso pubblico

«Le parole cambiano il mondo prima che lo facciano le armi», lo credono fermamente i Giovani delle Acli che con questa frase hanno aperto il “Manifesto per una politica che costruisce, non distrugge”, inviato a tutti i 720 membri del Parlamento europeo, con la richiesta di sottoscriverlo e rispettarlo per disarmare le parole e il discorso come indica la “Magnifica Humanitas” di Leone XIV.
«L’idea nasce da Generazione conflitti?, un’indagine che abbiamo fatto per capire come i giovani europei percepiscano il linguaggio pubblico in questo tempo di guerre e crisi globali», ci spiega Simone Romagnoli, coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli. I dati emersi mostrano che quasi il 60% degli under 35 giudica il linguaggio politico-mediatico piuttosto aggressivo e di parte o esplicitamente ostile. È proprio per interpretare questo sentimento della propria generazione che hanno voluto lanciare un appello. «Sono numeri disarmanti, che danno l'idea di quanto la mia generazione sia abituata alla violenza nel linguaggio dei politici e dei media», continua il coordinatore 29enne: «Crediamo molto nel ruolo che possono giocare le istituzioni europee in questo scenario e quando è arrivata l'enciclica del Papa abbiamo capito che era il momento di inviare le nostre richieste ai parlamentari». Le parole, si legge nel manifesto che chiedono di sottoscrivere, «anticipano e accompagnano l’uso delle armi, giustificano o nascondono le sue conseguenze. Non è un modo di dire. È la lezione più antica della storia, quella che ogni generazione dimentica e ogni guerra riconferma. Prima che qualcuno spari, qualcuno ha parlato. Prima che qualcuno venga espulso, qualcuno lo ha chiamato “invasore”. Prima che qualcuno venga odiato, qualcuno lo ha reso nemico con una parola». I Giovani delle Acli chiedono dunque agli europarlamentari «di ricordare, ogni volta che parlate in pubblico, che le vostre parole non sono parole qualunque. Sono parole che arrivano a milioni di persone, che formano opinioni, costruiscono immaginari, legittimano comportamenti. Il linguaggio istituzionale viene copiato, amplificato, radicalizzato. Chi occupa una carica pubblica è responsabile anche di questo effetto, che lo voglia o no».
Quello che vogliono dai propri rappresentanti, membri del Parlamento europeo, è un impegno concreto e verificabile. Il manifesto è stato inviato solo ieri, «e già una decina di parlamentari, anche di spicco, hanno mostrato interesse e risposto che vogliono dialogare con noi prima di firmare, per capire bene come possiamo collaborare», spiega Romagnoli, che con i Giovani delle Acli la prossima settimana cercherà di pubblicare già l'elenco dei firmatari e di organizzare nei prossimi mesi eventi a Bruxelles sempre sull'onda di questa iniziativa. «Da lì in poi speriamo si possa discutere del perché i giovani pensano questo del linguaggio politico e di cosa si può fare concretamente per disarmarlo. Monitoreremo anche i risultati, verificando tra le altre cose come i firmatari comunicano sui social e aiutandoli a scegliere con più cura le parole, ricordando loro che basta poco per usare un linguaggio non violento. Siamo davvero convinti che le parole possono cambiare il mondo», specifica.
Nel dettaglio, le nuove generazioni delle Acli auspicano che nel discorso pubblico prevalgono dunque verbi costruttivi – come proporre, riformare, trasformare, negoziare – anziché quelli che annientano, che si «rinunci all’iperbole permanente, perché non tutto è storico, finale, irreversibile, e chi lo dice ogni giorno perde la fiducia di chi ascolta», si legge ancora nel manifesto. E ancora, chiedono di «separare sempre la critica delle idee dalla squalifica morale di chi le sostiene; evitare di ridurre gruppi di persone a etichette (ad esempio nessuno è un invasore, un peso, un parassita, un nemico del popolo); sostituire il linguaggio dell’emergenza con quello della complessità, perché l’emergenza sospende il pensiero e la politica dovrebbe riattivarlo».
A partire da questo manifesto, la richiesta è dunque che i parlamentari costruiscano e presidiano più spazi di dialogo e di parola “ben tenuti”. «Abbiamo tanti esempi di comunicazione dove la pace viene nominata, ma non è sicuramente al centro. Si pensi al linguaggio di Donald Trump che è più armato di come sta armando il mondo», conclude Romagnoli. I conflitti e alle tensioni attuali, «ci ricordano costantemente che la pace comincia dal modo in cui parliamo».
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