Quale origine per l'Europa

La nostra casa comune nasce dal ripudio della guerra e da un progetto di pace fondato su istituzioni, diritto, cooperazione e solidarietà. Un progetto che oggi è insidiato dal ritorno della logica del nemico
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May 27, 2026
Quale origine per l'Europa
/Foto Siciliani
Una foto di qualche settimana fa ritraeva la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola con il figlio, arruolato nelle forze armate finlandesi, in divisa militare. Postandola su X, la Presidente si dichiarava «mamma orgogliosa» ed «europea orgogliosa», con l’aggiunta – a proposito di un’altra foto che la ritraeva insieme a un gruppo di giovani militari – che «questa è l’Europa al suo meglio» («This is Europe at its best»), e quindi, di fatto, indicando quei giovani in divisa come esempio per tutti i cittadini dell’Unione. Possiamo partire da qui – anche in considerazione del fatto che quelle foto hanno circolato molto e hanno scatenato polemiche nelle quali si sono ripetute le solite argomentazioni pro e contro le armi –, per affrontare un tema che è diventato ineludibile, anche se spesso rimasto sottotraccia, e che è centralissimo nel dibattito pubblico di questi ultimi tempi. Poiché non passa giorno senza qualche politico o intellettuale ci ricordi che l’Europa è “rimasta sola” e che il suo compito è più che mai quello di pensare a se stessa innanzitutto attraverso una politica di difesa e sicurezza, occorre chiedersi: qual è la vera natura dell’Europa? Una domanda alla quale possiamo rispondere solo ponendocene un’altra: qual è la vera origine dell’Europa?
Si tratta di una questione che, come molti sanno, fu assai dibattuta ai tempi della approvazione del Trattato di Nizza e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea all’inizio degli anni 2000, e lo fu soprattutto con riguardo alla necessità di includere o meno un riferimento alle radici cristiane del nostro continente. Ma il dibattito di oggi riguarda tutt’altro e l’alternativa, secca, è la seguente: le origini profonde dell’Europa affondano nella guerra o nella pace? Considerato che il tema dell’origine va molto al di là del suo notevole spessore filosofico (basti pensare ad autori come Martin Heidegger, o ai contemporanei filosofi italiani Roberto Esposito e Massimo Cacciari, che molto hanno scritto su questo tema e autori da ultimo del volume Kaos, edito dal Mulino), vale la pena di occuparsene proprio per i suoi effetti pratici. Perché è alla nostra origine – o meglio: a quella che scegliamo come tale – che ci “abbeveriamo” quando cerchiamo ispirazione per le scelte che dobbiamo fare, o che ci rivolgiamo quando dobbiamo affrontare e superare una crisi particolarmente grave e urgente. Ecco perché serve consapevolezza, e serve anche la chiarezza che aiuti a formarsi un giudizio.
Da un lato, infatti, ci sono coloro che cercano di giustificare le attuali politiche europee rifacendosi esplicitamente alla realtà storica della guerra che rappresenta, secondo costoro, il vero codice genetico dell’Europa. Dall’altro lato, ci sono coloro che rifiutano questa visione delle cose e, pur non nascondendo le difficoltà e le crisi del nostro tempo, non solo credono che la logica del nemico e del riarmo sia il motore di una profezia che si autoavvera, ma pensano che l’origine dell’Europa del nostro tempo stia non nelle guerre che si sono combattute ma precisamente nel loro rifiuto.
Dunque, secondo i primi la vera natura, e quindi la vera origine del nostro continente, starebbe nel fatto che l’Europa si è opposta con la guerra ai pericoli provenienti dall’Oriente. Ciò vale per la guerra degli antichi Greci contro i Persiani (più volte, di recente, è stata richiamata la battaglia di Maratona), vale per la guerra contro Hitler (in questo caso l’oriente sarebbe rappresentato dalla Germania), vale per l’opposizione al totalitarismo comunista, e vale infine per l’opposizione al fondamentalismo di origine islamica oltre che alle forme sempre rinnovate del dispotismo orientale (leggi, la Russia di Putin). La tragedia dell’Europa attuale, secondo questo punto di vista, sarebbe quella di aver perso il senso del nemico, e quindi di aver smarrito il vero senso della politica.
Questa opinione è espressa limpidamente in un saggio di Ernesto Galli della Loggia (La coscienza europea e le guerre del Novecento, nel volume Senza la guerra pubblicato dal Mulino nel 2016), nel quale appunto si accusa l’Europa di aver perso il contatto con la storia – una storia di guerre – e di aver smarrito conseguentemente il senso politico, dato che il vero nucleo della politica starebbe – come sosteneva il più tragico degli intellettuali europei del Novecento, Carl Schmitt –, nella logica amico-nemico. Scrive infatti Della Loggia che l’Europa «si è condannata a non sapere più che cosa sia la politica [perché] non riesce più a credere che per lei possano esistere nemici». E poiché la categoria del «nemico» è «consustanziale alla dimensione del “politico”», bisogna solo sperare «che questa medesima storia non si diverta a preparare qualche futura, beffarda smentita». Ecco da dove nascono molti editoriali che abbiamo letto negli ultimi tempi, nei quali intellettuali che si definiscono “realisti” spiegano quanto sia necessario recuperare il senso del nemico e agire di conseguenza (col riarmo e con la potenza militare).
Ma le cose stanno davvero in questo modo? Proprio nel momento in cui si prende atto che la guerra appartiene alla storia dell’Europa, non è forse più corretto riconoscere che all’origine di questa Europa, dell’Europa dei nostri tempi, ci sia non la guerra ma il suo ripudio, ben espresso dall’articolo 11 della nostra Costituzione e che è stato tradotto felicemente nella costruzione e nelle istituzioni dell’Europa successiva alla Seconda guerra mondiale? Senza nulla togliere alla necessità della difesa e a coloro che sentono di farsene carico attraverso il servizio militare, non è forse l’Europa del diritto e delle istituzioni quella di cui andare maggiormente orgogliosi, quella di cui poter dire: «questa è l’Europa al suo meglio»?
Quello dell’origine, dunque, non è un tema per eruditi o per intellettuali con la testa tra le nuvole. E se qualcuno ancora pensa, come scrisse una volta Ralph Dahrendorf, che «quel che c’è di peggio nell’Unione Europea è la noia mortale che circonda la maggior parte dei temi che vi si affrontano» (Perché l’Europa?, Laterza 1997), allora è venuto il momento di richiamare l’attenzione su questo tema apparentemente noioso ma che invece appare decisivo per la politica del nostro tempo. Ciò che bisogna sottolineare, soprattutto, è che qui non ci sono verità definitive. L’origine di cui parliamo è il frutto non di una verità storica ma di una scelta politica. E in questo momento le élites europee hanno chiaramente deciso che l’origine dell’Europa e quindi forse anche il suo futuro non possono che stare dentro la logica della guerra, ben espressa dal famoso detto siv pacem para bellum.
Ecco perché è il momento, sulla scia di quanto va ripetendo insistentemente papa Leone XIV, di ricordare ciò che l’Europa ha realizzato negli ultimi ottant’anni, e cioè un progetto di pace che si è mantenuto attraverso le istituzioni, il diritto, la cooperazione, la solidarietà tra paesi che prima si facevano la guerra e che non vogliono tornare a farsela nuovamente. E che la prospettiva per garantire la pace in futuro, anche con gli altri paesi che attualmente non fanno parte dell’Unione, non può che essere questa: solidarietà e cooperazione.
Qui, come su altre questioni, occorre innanzitutto cambiare la narrazione che si ammanta di verità storica, nel momento stesso in cui quest’ultima viene mutilata. La storia dell’Europa, come quella del mondo, non ha nulla di già scritto e di ineluttabile. Occorre riscoprire la pace come inizio, origine, principio, e ispirarsi ad essa per le scelte che servono a preservarla. Vale ancora oggi quanto scrisse ormai quarant’anni fa lo storico Massimo Salvadori in un libricino che si rivela di grande attualità (L’alternativa dell’Europa, Laterza 1985): «l’Europa è, per effetto della sua storia e della sua geografia, un punto di raccordo fra Occidente e Oriente, fra Nord e Sud del mondo. E quindi la nostra vocazione di europei, in un mondo che sta indubbiamente conoscendo la crisi dell’ordine “bipolare”, è anche quello di essere una forza attiva di incontro, confronto, di rimodellamento delle frontiere, delle culture, dei sistemi sociali e dei grandi aggregati internazionali».
C’è dunque una specificità dell’Europa che si è affermata e consolidata nella seconda metà del Novecento e che vale ancora la pena di mantenere ferma e anzi di rilanciare. Il confronto tra coloro che continuano ad appellarsi all’eroismo militare e allo spirito di sacrificio («dobbiamo essere pronti a sacrificare i nostri figli» è stato pure scritto) e coloro che sono fieri di appartenere a un continente che ha inaugurato un’età post-eroica (secondo la definizione dello storico della Stanford University, James J. Sheehan) è appena cominciato.

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