Nella Dottrina sociale della Chiesa i «segni dei tempi» non cadono inascoltati

Prima la rivoluzione industriale e l’opposizione tra le classi additate da Leone XIII, poi i totalitarismi condannati da Pio XI e la questione sociale esplosa a livello globale stigmatizzata da Paolo VI: la “Magnifica humanitas” nel solco di una lettura ultrasecolare
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May 27, 2026
La basilica di San Pietro
La basilica di San Pietro
Da Leone XIII a Pio XII, da Giovanni XXIII e Paolo VI a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, da Francesco a Leone XIV, attraversando ormai quasi centocinquant’anni di storia, la Dottrina sociale della Chiesa continua a mostrarci come il cristianesimo possa rivelarsi anche, alla luce del Vangelo, una forza attiva per plasmare una società più giusta. Con l’affermarsi dell’industrializzazione lungo l’‘800 e le sue note conseguenze – sfruttamento del lavoro anche minorile, migrazione dalle campagne alle periferie delle città, frantumazione di nuclei familiari e comunitari, scardinamento delle strutture sociali – è papa Pecci, nel 1891, con l’enciclica Rerum novarum, a formulare una dottrina cattolica anche nei confronti dell’assetto della società. Con l’intento di ridestare le coscienze dei contemporanei e favorire il superamento dell’opposizione fra le classi, subordina l’uso dei beni posseduti al bene comune, esige la giusta mercede per i lavoratori e condizioni particolari per donne e ragazzi. Inoltre denuncia tanto il socialismo collettivista quanto il liberalismo individualistico, posizione divenuta una costante del cattolicesimo sociale, del sindacalismo cristiano e di iniziative come le Settimane sociali inaugurate all’alba del ‘900. Nel corso del tempo i suoi successori avrebbero adeguato quella riflessione alle continue trasformazioni della società e dell’economia, con sfide ancorate a processi persino inimmaginabili. E l’avrebbero fatto con documenti divulgati spesso alla cadenza degli anniversari di quelli precedenti sugli stessi temi. Qui proviamo a richiamarli in un tentativo di sintesi del percorso della Dottrina sociale, dopo la svolta del Vaticano II già alle prese con problematiche sociali inedite, intrecci fra dimensione antropologica e teologica.
Ecco dunque, primo rimando, quello per la Quadragesimo anno di Pio XI, promulgata nel 1931 dopo una “grande guerra” che ha palesato l’ambivalenza dei progressi tecnici. Papa Ratti continua a condannare socialismo e liberalismo come contrari alla verità cristiana per il primato attribuito al materialismo; afferma il principio di sussidiarietà; cerca di aprire la via a soluzioni nel segno di compartecipazione. Non dimenticando, nel contesto che caratterizza il suo pontificato (con i due totalitarismi condannati dalla Divini Redemptoris e dalla Mit brennender Sorge, nel 1937), di alzare la voce della Chiesa sulla questione dei diritti inviolabili della persona, posta al centro delle istituzioni, delle quali costituisce sempre il fine. Un primato riaffermato da Papa Pacelli che continua la riflessione del predecessore legandolo anche alle prassi in atto delle istituzioni economiche, politiche e sociali, analizzate alla luce della Rivelazione e nel quadro di uno schema piramidale in cui la Chiesa comunque occupa il vertice. Un dato che dopo il pontificato pacelliano cambierà gradualmente, in una riflessione che, a partire da Giovanni XXIII, continua a riferirsi alla Rivelazione ma tiene maggior conto della realtà sociale e del confronto con le sfide moderne. Una prospettiva aperta dal Concilio Vaticano II annunciato nel gennaio 1959 e inaugurato l’11 ottobre 1962 nel segno dell’aggiornamento, non senza conseguenze sulla dottrina sociale. Già nella Mater et Magistra papa Roncalli aveva invitato a discernere i “segni dei tempi”, cioè a comprendere i cambiamenti storici, sociali e culturali e a rispondervi con il Vangelo, esortando persino le imprese a diventare “comunità di persone”. Un approccio presente anche nella Pacem in Terris. Una sorta di antropologia personalista meglio precisata dai Padri conciliari nella Gaudium et spes del 1965. E siamo al pontificato di Paolo VI con la Octogesima adveniens del 1971, dove per i cristiani si delinea la proposta di un impegno sociale e politico attivo insieme a un’analisi di problemi che attendono risposte: urbanizzazione, emarginazione, ambiente, diseguaglianze sociali. Quattro anni prima però Montini aveva segnato un’altra svolta con la Populorum progressio. Qui lo sguardo illuminato dalla Rivelazione non solo impegna a scoprire la profondità spirituale delle realtà del mondo, ma — esteso agli orizzonti del pianeta — esige di affrontare le cause del sottosviluppo. Con Paolo VI la questione sociale acquista una dimensione mondiale nella consapevolezza che la povertà è figlia di ingiustizie da superare attraverso strategie di sviluppo integrale dell’uomo. Ancora la persona umana.
Qualcosa che sta a cuore a Giovanni Paolo II, che ha vissuto in prima persona comunismo e capitalismo, e alla Dottrina sociale ha dedicato tre encicliche: Laborem exercens (1981), Sollicitudo rei socialis (1987) e Centesimus annus (1991). Wojtyła interviene dapprima sul lavoro umano, poi sullo sviluppo dei popoli indicando come “strutture di peccato” i meccanismi causa di ingiustizia globale, insistendo sulla presenza dell’etica nel mercato. Accentua il legame tra Dottrina sociale, diritti umani e libertà, parlando in termini morali e collocando economia e lavoro dentro una prospettiva antropologica e teologica, nella quale l’uomo trova compimento nella comunione con gli altri e con Dio. Rilevanti le sue osservazioni sulla giustizia oltre il mercato, i limiti del mercato , le finalità delle istituzioni, la solidarietà. Legato a Giovanni Paolo II ma pronto a sviluppare le intuizioni di Paolo VI nell’orizzonte della globalizzazione, Benedetto XVI offre il suo documento chiave nella Caritas in veritate, nata in piena crisi finanziaria mondiale, e tuttavia attraversata dalla convinzione che la carità, via maestra della Dottrina sociale, resti la prima forza propulsiva per il vero sviluppo. Ratzinger va alle radici dei problemi riflettendo su relativismo e tecnocrazia, insistendo sul valore del dono, la gratuità, la revisione degli stili di vita. Di fatto Benedetto XVI mette le basi teoriche per le successive pronunce sugli stessi temi, ma tutti collegati: ecologia, migrazioni, povertà, ingiustizie...
Alla diagnosi di Ratzinger segue così l’applicazione pratica proposta da Bergoglio nei principi della Laudato si’ del 2015 e della Fratelli tutti del 2020, nel dialogo con il popolo e i movimenti popolari, nella richiesta di processi di redistribuzione delle ricchezze. Ma dalla storia siamo già passati alla cronaca: quella di ieri con Francesco e di oggi con Leone XIV e la Magnifica humanitas. E l’attuale Pontefice fa per la rivoluzione digitale e l’IA qualcosa di simile a ciò che Leone XIII aveva fatto per la rivoluzione industriale. Parecchie le linee di continuità anche con gli altri predecessori, oltre il passaggio dalla “questione operaia” alla “questione algoritmica”: non più solo capitale contro lavoro, ma potere digitale che schiaccia l’uomo se invece che strumento o alleato diventa oracolo, se i dati sostituiscono volti e spazi di relazione, o persino privano di responsabilità. Al centro resta la preoccupazione di sempre, quella per l’uomo. Un’enciclica figlia di una grande storia.

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