Nel Pakistan delle spose bambine: le riforme e il muro della tradizione
Nel Paese, sono circa 20 milioni le ragazze date in moglie: il 18% prima dei 18 anni e il 4% prima dei 15. Spesso in contesti di povertà, pressioni familiari e discriminazioni religiose. Islamabad tenta di limitare il fenomeno, ma consuetudini e radicalismo ne frenano l’efficacia

Stefano vecchia
La realtà delle spose bambine – per consuetudine, interpretazione parziale della religione, radicalismo e spesso in contrasto con le leggi nazionali – continua ad essere presente nelle comunità islamiche nei luoghi di origine o all’estero. I pochi casi che emergono sembrano indicare un fenomeno probabilmente molto più esteso anche se spesso sottostimato o negato. In Italia, il 3 aprile, un sedicente imam di origine pachistana residente a Brescia, Ali Kashif, è stato espulso e imbarcato su un aereo diretto in Pakistan via Bangkok a seguito delle dichiarazioni raccolte in un servizio della trasmissione Fuori dal coro trasmessa il 25 gennaio. Nell’intervista, raccolta di nascosto, era emersa la sua convinzione che, in base al Corano, una bambina sarebbe da considerarsi adulta e quindi pronta al matrimonio al momento della prima mestruazione. Dichiarazioni che avevano portato ad aprire un’inchiesta in base alla quale il questore di Brescia, Paolo Sartori, aveva avviato la procedura amministrativa di espulsione motivata dalla pericolosità sociale del presunto imam, tra l’altro senza regolare permesso di soggiorno.
Quasi contemporaneamente, a fine marzo la Corte costituzionale del Pakistan aveva dichiarato legale il matrimonio della 13enne cristiana Maria Shahbaz, rapita a luglio 2025 e di cui un tribunale di livello intermedio aveva riconosciuto l’illegalità dell’unione con il sequestratore, peraltro non certificata da un documento legale. Il voltafaccia della Corte superiore ha restituito la ragazzina al sequestratore-marito e di fatto vanificato ancora una volta l’impegno dei legislatori pachistani che stanno cercando di rendere valido su tutto il territorio nazionale l’obbligo del matrimonio non prima della maggiore età di 18 anni. Una decisione in evidente contrasto con quella con cui, due mesi prima, l’Alta corte della provincia del Punjab aveva ordinato la liberazione e la restituzione alla famiglia d’origine della 13enne Aneeqa, pure di fede cristiana, rapita il 29 dicembre. I giudici avevano anche ordinato l’arresto e la custodia preventiva (in attesa del giudizio definitivo) dell’adulto musulmano che l’aveva sottratta alla famiglia, pretendendo in sede di giudizio che si trattasse di una scelta volontaria della ragazzina, come pure aveva insistito sulla sua maturità legale al matrimonio. Nel caso di Maria, invece, non è stata indagata la coercizione, né la sua volontà o capacità di accogliere o opporsi alla volontà dell’uomo. La Corte ha sottolineato che la legge islamica non invalida automaticamente i matrimoni che coinvolgono minori e dato che nessuna legge dello Stato – che pure criminalizza tali matrimoni – li invalida, la Corte ha stabilito di non annullare l’unione.
Quanto è diffuso il matrimonio infantile in Pakistan? Secondo fonti specializzate, il Pakistan è il sesto Paese al mondo quanto a numero di spose bambine: attorno a 20 milioni. Statisticamente, il 18 per cento delle giovani si sposano prima dei 18 anni e il quattro per cento prima dei 15, con una predominanza nelle aree rurali o quelle più segnate dal tribalismo clanico. Da dove deriva questo stato di cose, quali sono e ragioni di tali discrepanze di approccio e giudizio? È opinione diffusa che il problema sia anzitutto educativo. L’insegnamento islamico è basato su pochi punti che vengono selezionati e promossi dai leader religiosi. In questo caso specifico, il messaggio prevalente è che se Maometto si è unito in matrimonio con la giovanissima Aisha, seguirne l’esempio sia necessario per essere un buon musulmano. Sulla stessa linea si situa un altro aspetto controverso con risultati purtroppo noti: il diritto di convertire chiunque pratichi una fede diversa da quella islamica. Questi obiettivi che si ritengono utili a migliorare la propria condizione e anche a guadagnare qualche merito nella comunità non coinvolgono soltanto le persone umili o meno colte, ma spesso anche individui più qualificati.
Questo però in un contesto dove raramente l’impegno delle autorità a limitare gli abusi verso le donne, i più deboli e le minoranze religiose ha dato tanti frutti come oggi, almeno sul piano legale. È davvero così? «Ci sono fatti positivi a indicarlo - dice Paul Bhatti, ex ministro federale per l’Armonia religiosa e le Minoranze, leader di una formazione politica espressione delle minoranze – come l’approvazione lo scorso dicembre da parte del Parlamento della legge che istituisce la Commissione nazionale per le minoranze. Per questo le iniziative internazionali di protesta e anche le nostre non possono essere indiscriminate. Per non creare difficoltà in un tempo di riforme e di evoluzione che è anche di mentalità, non prendiamo posizione sulle convinzioni che consideriamo errate ma piuttosto i singoli casi di abuso in quanto acclarati». «Come movimento di cristiani e di minoranze approviamo la maggiore età di 18 anni proposta dal governo come limite alla conversione e al matrimonio, come fa anche maggioranza dei giudici – prosegue Bhatti –, però non si può ignorare che nel contesto pachistano i casi di conversione in qualsiasi modo ottenuta nascono dalla necessità di portare al matrimonio la minore non musulmana. Nella casistica abbastanza ampia e che peraltro ha spesso eco di condanna sui mass media e sui social, non tutte le unioni con minori sono estorte con il rapimento o la violenza e molti riguardano bambine o ragazze provenienti da famiglie povere che vedono nel matrimonio, anche se precoce, una via di uscita dall’emarginazione».
Diversi critici dell’azione ufficiale puntano il dito sulle difficoltà nell’applicazione delle leggi, al punto da renderle inefficaci in un contesto storico che, a fianco di aperture, registra nei fatti pochi passi avanti riguardo la pressione sulle fedi minoritarie, cattolica inclusa. Queste, che all’indipendenza nel 1947 erano il 28 per cento della popolazione pachistana sono oggi stimate con percentuali irrealistiche, che tendono a sminuirne consistenza e ruolo. «Occorre quindi fare molta attenzione per non incentivare da un lato movimenti persecutori; dall’altro però bisogna anche intervenire affinché – in accordo con la Costituzione - nascano leggi favorevoli per le minoranze. E anche perché la Chiesa pachistana migliori la capacità di proposta e ascolto. I suoi rapporti con il governo sono frequenti e con buone potenzialità, senza ignorare il ruolo della Chiesa universale. D’altra parte, non disponendo di strumenti di pressione incisivi e che un’attenzione eccessiva verso la discriminazione espone al rischio di un suo incremento per emulazione o estremismo, quella del dialogo è l’unica via di uscita».
Occorre – come sottolineano esponenti del laicato cattolico - pure comprendere che in molti casi di abusi si può parlare più di tradizioni radicate a cui l’adesione all’islam garantisce maggiore diffusione e tolleranza, più che di vero atteggiamento criminale o persecutorio. «Quello i cattolici possiamo fare, anche per non attivare un confronto conflittuale con movimenti o partiti islamici, è segnalare i casi di palese costrizione o illegalità. In questo senso segnalare come fanno i cristiani del Pakistan di essere favorevoli al matrimonio non prima dei 18 anni in quanto norma di ampia diffusione internazionale può toccare la sensibilità di molti. Infine, ci sono aspetti che riguardano anche il ruolo della magistratura, che in passato ha mostrato molto coraggio nel combattere azioni persecutorie verso le minoranze. Questo rende ancora più difficile spiegare come i giudizi nei casi di rapimenti a scopo di conversione e matrimonio siano spesso di segno opposto». I dati forniti dagli stessi ambienti cattolici sottolineano come il 95 per cento dei casi che hanno riguardato controversie legali tra musulmani e battezzati, anche casi di sequestro, matrimonio e conversione, abbiano avuto uno sviluppo favorevole ai secondi. Va anche detto che – pur a volere sorvolare sull’evidente contrasto in diversi ambiti tra legge religiosa e civile,i problemi non derivano tanto dalla legge islamica quanto dalla sua interpretazione particolare, dettata da interesse personale, ignoranza o estremismo, al punto da mettere in difficoltà anche i giudici esperti di Sharia che devono farla applicare.
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