Una lettera d’amore all’umanità
Da Leone XIV un’Enciclica generata dalla speranza. Nella “lode del limite”, l’invito a custodire la sua magnificenza

Magnifica humanitas è una lettera d’amore che la Chiesa, in papa Leone XIV, scrive all’umanità di oggi. Questo sguardo buono sulle donne e sugli uomini è il primo dono che papa Leone ci fa. La Chiesa, nei suoi tempi luminosi, ha infatti amato il mondo anche con la “carità degli occhi”, guardandolo con fiducia e speranza. Anche il lungo e centrale discorso sull’Intelligenza Artificiale (IA), incluse le sue profonde e puntuali “avvertenze antropologiche e spirituali per l’uso” si svolge all’interno di questo umanesimo di speranza: «Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità» (2). Non è una enciclica generata dalla paura per il nuovo, non condanna il nostro tempo mettendosi al di fuori di esso, ma sotto lo stesso cielo di tutti, il Papa dà voce alle speranze, alle gioie e alle sane preoccupazioni di tanti. Una enciclica che parla dunque la stessa lingua affettuosa del Concilio Vaticano II. Quindi per capirne il senso, il tono e la raison d’être, occorre accostarla non tanto alla Rerum novarum ma alla Gaudium et spes, l’altra lettera d’amore della Chiesa all’umanità in un altro tempo nuovo e difficile.
Un’enciclica molto bella, necessaria e importante, a tratti davvero magnifica e profetica, che ci svela la teologia insieme al cuore di papa Leone, un testo all’altezza delle più grandi encicliche del passato. L’attendevamo, ma in molte pagine supera le aspettative: «L’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri» (204). Il titolo, come in molte encicliche, è sintesi e cuore di tutto il testo: l’umanità è magnifica, e tutti gli appelli che le rivolge sono tesi alla custodia di questa preziosa magnificenza. Parla poco, è vero, delle sfide legate alle creature non umane, perché, semplicemente, a papa Leone, nel tempo del transumanesimo e del postumanesimo, oggi preme l’umano, gli sta a cuore sottolineare la bellezza e la grandezza dell’Adam. «Eppure lo hai fatto di poco inferiore a Dio (Elohim)» (Sal 8,5), una distanza teologica che questa enciclica riduce ulteriormente, non perché abbassi gli Elohim ma perché innalza gli uomini e le donne.
E quando ci presenta le sfide dell’IA vista con lo sguardo perfetto del principio di sussidiarietà, papa Leone continua l’elogio dell’Adam, del valore delle sue parole umane perché immagine di quella Parola che dalla Trinità volle farsi uomo: «Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa» (100). Ci sono dimensioni del lavoro, persino del lavoro di cura, che possono essere ben affiancate dall’IA (e lo vediamo); ma ce ne sono altre decisive dove la sostituzione della parola, del volto, delle mani e del cuore degli umani produce semplicemente disvalore e disumanesimo.
Si parla molto di lavoro nella Magnifica humanitas: la parola “Gesù” ricorre nove volte, Cristo trenta, “lavoro” settantuno, a ricordarci che quel Logos era stato carpentiere. Nelle relazioni umane decisive la parola e il cuore umano non possono, non devono, avere sostituti perfetti, e se lo facciamo sviliamo noi stessi, il nostro lavoro, la nostra magnificenza. Allora quando un direttore deve licenziare un lavoratore, anche se fa ricorso agli algoritmi, alla fine, nell’ultimo miglio, deve entrare in gioco la sua parola umana, parlare con quel lavoratore, deve metterci la faccia e l’anima, con tutti i suoi limiti e imperfezioni. Non a caso alla “lode del limite” sono dedicate le pagine forse più poetiche: «Dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (118), perché «è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento» (119).
L’IA riduce i costi cognitivi, semplifica la complessità: ma l’homo sapiens non ama sempre le riduzioni dei tempi e dei costi, perché spesso ci piace partecipare ai processi, ci piacciono le vie più lunghe e lente per tornare a casa perché vogliamo guardare alberi e fiori. L’IA può crearci un agente che imiti perfettamente il san Francesco di ieri, ma non può creare nuovi san Francesco e Leopardi oggi, che sono ciò di cui abbiamo un bisogno infinito per vivere bene. Perché gli algoritmi e le macchine non riusciranno a soddisfare la dimensione essenziale della felicità umana, quella di desiderare di essere desiderati da esseri umani. Siamo un desiderio desiderante altri desideri, soltanto umani – i desideri più piccoli ci servono ma non ci bastano: solo l’Adam è l’ultimo piolo della scala della terra che può toccare il paradiso.
Il dialogo che papa Leone pone tra l’universo dell’IA e il principio di sussidiarietà, è allora altamente fecondo. Per come si sta sviluppando, l’IA è anti-sussidiaria, perché è concentrata in pochissimi giganti economico-finanziari, e perché in essa non c’è vera biodiversità. Le intelligenze umane, invece, sono tante quante sono le persone, e nessuna somma di intelligenze umane è superiore in dignità all’intelligenza di una singola persona. La democrazia, e in essa i mercati civili, funzionano aggregando miliardi di intelligenze diffuse in un mirabile processo cognitivo dal basso, e nel momento in cui qualcuno pensasse che milioni di intelligenze umane abbiano più dignità di una sola, la democrazia muore: «La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale» (71). Infine, la lettera di Leone XIV si svolge seguendo due fili biblici, uno buio e l’altro luminoso: la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia. Una costruzione sbagliata e una giusta. Neemia (Ne 1-2) sente una chiamata a tornare a Gerusalemme, per ricostruirla: «Ricostruire oggi significa riconoscere che … esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, … far crescere giustizia e fraternità» (10).
Il fondatore di Babele è invece Nimrod, che «fu il primo a divenire potente sulla terra» (Gen 10,8). Babele è dunque un grande insegnamento sul potere e sugli imperi, e sulla loro corruzione intrinseca. Sia i ricostruttori con Neemia sia quelli di Babele erano lavoratori, in entrambi c’era azione collettiva, una comunità di lavoro. Ogni giorno, da millenni, la storia è un intreccio di lavoratori che costruiscono Babele e di lavoratori che edificano arche e ricostruiscono città. Nella Bibbia, Babele viene dopo il diluvio e l’arca di Noè. La «sindrome di Babele» (10) arriva puntuale quando si è usciti da diluvi (globalizzazione, guerre…) o se ne temono altri, e la tentazione di costruire mura sbagliate diventa molto forte: «Molti e molti anni furono dedicati alla costruzione della torre. Agli occhi dei costruttori un mattone divenne allora più prezioso di un essere umano; se un uomo precipitava e moriva nessuno vi badava, ma se cadeva un mattone tutti piangevano. Alle donne incinte non permettevano di interrompere il lavoro nemmeno per le doglie: partorivano forgiando mattoni» (Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei). In questo tempo di grande e nuova sofferenza, Magnifica humanitas accresce la gratitudine per la Chiesa e per papa Leone, ed è un grande dono per tutti coloro che continuano a sperare e a credere che l’umanità, nonostante tutto, sia magnifica.
Economista
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