Sì o no alla tecnologia? Macché, la scelta è tra Babele e Gerusalemme
di Bruno Forte
L'enciclica Magnifica humanitas fa risplendere la luce della fede sulla sfida di transumanesimo e postumanesimo. Lo sguardo teologico unito al senso della storia

La prima lettera enciclica di Leone XIV, intitolata Magnifica humanitas, ha per tema centrale la custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Datata 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della Rerum novarum di Leone XIII, è stata presentata ieri nell’Aula del Sinodo alla presenza di papa Prevost. Come il documento di Leone XIII diede impulso alla riflessione sulla società, l’economia e la politica nella luce della fede, così l’enciclica di Leone XIV presenta la dottrina sociale della Chiesa nel suo sviluppo storico attraverso il magistero dei vari Papi che da allora si sono succeduti e fa il punto su questo insegnamento con profondità di pensiero, chiarezza di linguaggio e vastità di orizzonti. È un testo illuminante, che fa risplendere la luce della fede in particolare su quelle posizioni che interpretano il progresso come superamento dell’umano e che sono evocate sotto il nome di “transumanesimo” e “postumanesimo” (cf. nn. 115ss). Nell’impossibilità di rendere ragione della sua ricchezza, mi limito a riassumerne il messaggio intorno all’idea cristiana della dignità della persona umana, al fondamento trinitario di questa idea e alla concretezza dei richiami alle vicende drammatiche del presente, segnato da guerre e conflitti su larga scala.
La scelta davanti alla quale l’enciclica pone è quella fra l’assolutizzazione dell’umano nella sua pretesa autosufficienza, simboleggiata dall’immagine della torre di Babele (cfr. Gen 11,1-9), e l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte, riconoscendo che la forza viene dal Signore, resa dal profeta Neemia nella sua narrazione della ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr. Ne 2-6). La scelta da compiere non è quella banalmente proposta tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma l’altra ben più radicale tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme, «tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna» (n. 9). In questa luce l’enciclica evidenzia tre aspetti del protagonismo umano nella storia: la natura dialogica di esso, la dignità della persona e il valore della sussidiarietà e della solidarietà. La natura dialogica dell’essere umano evidenzia come la tecnica non debba essere considerata forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata fin dal principio nell’autonomia e nella libertà dell’uomo e nel suo porsi in relazione con la natura e con gli altri soggetti storici. L’enciclica sottolinea come «lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene» (n. 4). Non fa eccezione lo sviluppo dell’intelligenza artificiale: se essa apre a possibilità straordinarie di conoscenza e di collegamento fra i fenomeni, presenta non di meno rischi riguardo alla legittimità etica del suo uso. Non tutto quello che essa rende possibile è anche eticamente giusto: «nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore» (n. 15).
Il discernimento etico, allora, «non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano» (n. 104). Occorre «disarmare» l’intelligenza artificiale, ponendo al centro del suo uso il rispetto della dignità di tutto l’uomo in ogni uomo e potenziando l’esercizio della solidarietà e della sussidiarietà come via concreta alla realizzazione del bene comune (cf. n. 110). È particolarmente rilevante nell’enciclica la sottolineatura del fondamento dato all’esercizio etico delle possibilità aperte oggi dalla tecnica: i criteri di discernimento da mettere in atto – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della casa comune, pace – sono fondati nel fatto che la creatura umana è stata creata a immagine e somiglianza del Dio trinitario, dove il protagonismo dei Tre che sono Uno è fondato nella comune natura dell’amore divino. Occorre «un discernimento spirituale nel quale, con l’aiuto dello Spirito, il popolo di Dio riconosca nelle trasformazioni culturali e sociali sia i segni della presenza del Cristo che viene e guida la storia verso il suo compimento, sia quelle derive che ne offuscano il volto» (n. 22). Lungi dall’essere evasione consolatoria, la fede nel Dio che è amore è sfida, luce e guida in ordine alla promozione della dignità di ogni essere umano, quale che siano le sue possibilità reali e le condizioni in cui di fatto è posto.
A questo sguardo teologico il Papa unisce un forte senso della storia e della necessità di misurarsi con la realtà cui si propone la luce della fede: «Oggi i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente privato, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune» (n. 5). Per questa ragione, occorre «edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. Dentro quest’opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire la vita e il mondo: «orientare l’agire a Dio, perché alla Sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo» (n. 10). In questa prospettiva, Leone XIV richiama i diritti dei più deboli da tutelare e la dignità delle donne da promuovere in una loro reale partecipazione ai processi decisionali nella Chiesa e nella società (cf. n. 57). E la denuncia, riferita a situazioni attuali ben note, diventa esplicita: «Qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile» (n. 64). Il magistero del successore di Pietro non esita, insomma, a dare voce a chi troppo spesso non ha voce e a denunciare la follia delle logiche di potere e di violenza, che sembrano le uniche a cui alcuni potenti della terra sanno oggi ricorrere.
teologo, arcivescovo di Chieti-Vasto
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