Se gli esseri umani finiscono con il pensarsi come macchine
Chi vogliamo essere è la vera posta in gioco del nostro rapporto con la tecnologia e il grande rischio dell'IA

L’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia. È una nuova forma di organizzazione dell’esperienza umana. È questo, a mio avviso, uno dei nuclei teorici più rilevanti della nuova enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV, che affronta il tema del digitale e dell’intelligenza artificiale evitando sia gli entusiasmi ingenui sia gli allarmismi apocalittici. Il documento riconosce con lucidità che le tecnologie contemporanee stanno trasformando in profondità non solo l’economia e il lavoro, ma anche i processi decisionali, l’immaginario collettivo e le modalità attraverso cui gli esseri umani fanno esperienza di sé e degli altri. Leone XIV invita a costruire una «ecologia della comunicazione» fondata su verità e trasparenza. Invita inoltre a promuovere una nuova consapevolezza educativa nell’uso delle tecnologie digitali, affinché le loro grandi potenzialità siano orientate al bene comune.
Da neuroscienziato cognitivo, considero particolarmente importante il fatto che il Papa rifiuti una concezione puramente strumentale della tecnica. L’IA non è descritta come qualcosa di esterno all’umano, ma come una dimensione ormai intrecciata con la nostra vita quotidiana. In questo senso, l’enciclica coglie un punto decisivo: le tecnologie non si limitano a mediare il nostro rapporto con il mondo, ma contribuiscono a trasformarlo. Modificano attenzione, percezione, memoria, relazioni sociali e persino le forme della sensibilità. L’enciclica mostra grande consapevolezza di questa dimensione quando denuncia il rischio di una «disumanizzazione» prodotta dall’assolutizzazione del paradigma tecnocratico. Il problema non è la tecnica in sé, che il testo giustamente riconosce come parte integrante della storia umana, ma la possibilità che siano gli esseri umani ad assumere progressivamente la logica delle macchine come modello di sé stessi.
Leone XIV affronta così alcune delle questioni oggi più urgenti. Che cosa resta dell’esperienza umana quando la presenza del corpo viene progressivamente marginalizzata? Che cosa perdiamo quando le relazioni con gli altri esseri umani vengono sostituite da simulazioni relazionali algoritmiche sempre più persuasive? E quale idea di essere umano rischia di affermarsi quando tutto viene misurato prendendo a modello la superumana efficienza tecnologica? Naturalmente le tecnologie digitali possiedono anche enormi potenzialità positive: possono ampliare l’accesso alla conoscenza, favorire nuove forme di cooperazione e offrire strumenti preziosi in ambito medico, educativo e sociale. Proprio per questo il problema non può essere affrontato contrapponendo semplicemente umano e tecnica. La questione decisiva riguarda piuttosto il modo in cui vogliamo abitare queste tecnologie e il modello di umanità che scegliamo di costruire attraverso di esse.
Un altro tema forte del documento è la critica a ogni forma di riduzionismo computazionale dell’umano. Leone XIV insiste sul fatto che nessuna macchina potrà mai sostituire «nel suo splendore» la magnifica umanità incarnata. Questa affermazione non va letta come un rifiuto nostalgico dell’innovazione, ma come il riconoscimento di qualcosa che le neuroscienze contemporanee confermano sempre più chiaramente: l’intelligenza umana non coincide con la semplice elaborazione di informazioni. Essa nasce da un corpo vivente che agisce, sente, desidera, ama e soffre, e costruisce significato attraverso relazioni concrete con gli altri e con l’ambiente. Da qui deriva anche la preoccupazione dell’enciclica verso la concentrazione privata del potere tecnologico. Oggi pochi soggetti economici controllano infrastrutture digitali capaci di orientare comportamenti, emozioni e opinioni su scala planetaria. Non siamo di fronte soltanto a un problema economico o giuridico, ma a una trasformazione antropologica.
Le piattaforme digitali non organizzano soltanto informazioni: organizzano la vita delle persone. In questo contesto assume particolare significato la contrapposizione simbolica proposta dal Papa tra la torre di Babele e le mura di Gerusalemme ricostruite da Neemia. Babele rappresenta la tentazione di un’uniformità tecnica che elimina differenze e fragilità in nome dell’efficienza e del controllo. Gerusalemme diventa invece l’immagine di una costruzione collettiva fondata sulla pluralità, sulla responsabilità condivisa e sulla relazione. Da una prospettiva neuroscientifica, questa opposizione coglie un elemento essenziale: l’essere umano non si sviluppa nell’isolamento, ma nella cooperazione e nella reciprocità. Noi esseri umani siamo costitutivamente relazionali. La scienza oggi ci dice che la predisposizione alla relazione con l’altro inizia già nella fase prenatale. Il rischio maggiore dell’IA non è dunque quello, spesso evocato, di macchine che diventino “più intelligenti” dell’uomo. Il rischio è che gli esseri umani finiscano per pensare sé stessi come macchine. Che adottino come modello la logica della prestazione, dell’ottimizzazione e della prevedibilità algoritmica. La posta in gioco non riguarda soltanto il futuro della tecnologia, ma il futuro di chi vogliamo essere. Per questo trovo particolarmente importante l’appello finale dell’enciclica a “rimanere umani”. Rimanere umani significa custodire ciò che nessuna automazione può replicare pienamente: la vulnerabilità del corpo vivente, la ricchezza dell’esperienza affettiva, la capacità di empatia, la relazione con l’altro, e l’apertura a un significato che eccede ogni calcolo. Nel tempo dell’Intelligenza artificiale, la vera sfida non è costruire macchine sempre più simili all’essere umano. È evitare che gli esseri umani diventino sempre più simili alle macchine.
Neuroscienziato
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