A Teheran, la capitale “sospesa” che spera nella fine della guerra (con tutti gli scaffali vuoti)

di Piergiorgio Pescali, Teheran
Nei bazar si oscilla tra progetti e disillusione: «Se riaprono Hormuz, forse torna il lavoro». Anche l’establishment è spaccato: alcuni ultraconservatori del Parlamento hanno rifiutato di firmare una lettera di sostegno al team negoziale
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May 26, 2026
Un cartellone propagandistico anti-USA raffigurante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e lo Stretto di Hormuz in Piazza Valiasr a Teheran
Un cartellone propagandistico anti-USA raffigurante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e lo Stretto di Hormuz in Piazza Valiasr a Teheran/ ANSA
I negoziati tra Usa e Iran per mettere fine alla guerra si sono impantanati a causa delle posizioni intransigenti delle due parti riguardo al programma nucleare della Repubblica islamica e agli aiuti finanziari per Teheran. Lo riferisce il “Wall Street Journal”, citando i mediatori. Il presidente americano Donald Trump, dopo che aver lasciato intravedere un’intesa vicina, ha detto di volere «un grande accordo o niente». Teheran ha fatto sapere che è falsa l’imminenza di un’intesa. Fonti di alto livello hanno riferito ad “Al-Arabiya” e “Al-Hadath” che «l’Iran è pronto a rimuovere l’uranio altamente arricchito dal suo territorio e pone come condizione che venga trasferito in Cina». L'agenzia iraniana “Tasnim” ha però smentito. Media statali hanno riferito che il presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato il ripristino di Internet, bloccato da tre mesi. Non è però chiaro se la connessione sia tornata.
Il venditore di pistacchi nel bazar di Tajrish conta le banconote con dita consumate. Ne conta poche. «Prima della guerra ne vendevo cinque chili al giorno», dice Hossein, sessantatré anni. «Adesso se arrivo a due è una festa. E anche l’accordo con gli americani: vediamo. Può essere una festa che finisce presto». È questa la cifra emotiva di Teheran: un sollievo reale che non riesce a scrollarsi il peso di settimane di bombe e prezzi impazziti. La notizia di un’intesa possibile con Washington, ancora in lavorazione, con i dettagli trattati attraverso mediatori pachistani sotto la guida cinese, ha attraversato la città come un’onda doppia: prima il sollievo, poi il sospetto. Al Grand Bazar vicino a piazza Imam Khomeini, i banchi dei tessuti sono semivuoti. Fateme, cinquantadue anni, vende stoffe da trent'anni nello stesso posto. Ha passato le notti peggiori in cantina coi nipoti. «Quando hanno detto che c’era il cessate il fuoco ho pianto. Ma poi mio marito mi ha detto: aspetta. Trump cambia idea ogni mattina. E io ho smesso di piangere e ho ricominciato ad aspettare». L’accordo di cui si parla prevederebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine del conflitto e la rinuncia iraniana alle scorte di uranio arricchito, con sanzioni da sollevare e asset congelati da restituire. Sul nucleare, però, Teheran non si è pubblicamente impegnata, e i Guardiani della Rivoluzione, i pasdaran, continuano a lanciare avvertimenti.
Al supermercato Refah di viale Vali-Asr i carrelli sono stracarichi di olio e riso. Non è panico, è prudenza ormai cronica. Mehrdad, ingegnere quarantenne, legge le ultime notizie sul cellulare alla cassa. «Gli americani dicono che siamo vicini all'accordo. I media di Stato dicono che non abbiamo ceduto su niente. Una delle due è falsa, o forse tutte e due. Compro due confezioni di riso in più. Non si sa mai». La variabile che domina ogni conversazione è la volatilità di Trump. Il 7 aprile aveva minacciato di cancellare «un’intera civiltà». Poche ore dopo aveva fatto marcia indietro, annunciando un cessate il fuoco. Quel pomeriggio, la minaccia di apocalisse e la sua revoca nel giro di ore, ha lasciato un segno che nessun annuncio cancella del tutto. «Se mi fido di lui, perdo»: così scriveva un utente di Teheran su Telegram a marzo. La frase è rimasta in circolazione come un proverbio della stagione. Narges, trentotto anni, insegna inglese nel quartiere Saadat Abad. Scrive su Instagram con l’account semi-anonimo che usa per aggirare i filtri. «Sono felice per il cessate il fuoco. Non sono felice di dover sperare che un uomo che ha scritto “una civiltà intera morirà stanotte” mantenga la parola. Ma eccoci qui.»
Nei caffè del nord, Darband, Jordan, Niavaran, i ventenni discutono di futuro con una franchezza che sarebbe stata pericolosa un anno fa. Qualcuno sogna le sanzioni rimosse, i voli diretti tornati, Spotify senza VPN. Qualcun altro teme che l’accordo, se arriverà, sia costruito sulla debolezza iraniana, su concessioni che i pasdaran non digerirono mai. Reza, ventisette anni, studia ingegneria e aspetta un colloquio rimandato tre volte dall’inizio del conflitto. «Se le sanzioni cadono, magari la mia azienda riapre le assunzioni», scrive su X con account anonimo. «Se non cadono, continuo a vendere ricariche telefoniche nel negozio di mio zio. Siamo tutti abituati ad aspettare». La spaccatura è visibile anche dentro l'establishment. Iran International, voce dei dissidenti da Londra, ha documentato come alcuni ultraconservatori del Parlamento abbiano rifiutato di firmare una lettera di sostegno al team negoziale, e come la disputa sia esplosa pubblicamente tra Raja News e l’agenzia Tasnim, legata ai pasdaran. In una struttura di potere abituata al fronte monolitico, è un segnale raro.
Al centro di tutto resta Hormuz. La sua chiusura aveva spinto il Brent a 107 dollari al barile, colpendo però anche l’economia iraniana. Il rial aveva già toccato il fondo storico a fine 2025, oltre un milione e quattrocentomila rial per un dollaro, e i mesi di guerra non hanno fatto che aggravare un’inflazione che rosicchia i risparmi di una classe media già provata da anni di sanzioni. «Se riaprono lo Stretto, forse torna il lavoro», scrive un commerciante anonimo su Telegram dal porto di Bandar Abbas. «Ma se saltano i negoziati e bombardano di nuovo, stavolta forse non ci sono più case in cui tornare». Hossein rimette le banconote in tasca. «Mio padre diceva che in Iran ogni pace ha un contratto e ogni contratto ha una clausola nascosta. Non so se stavolta è diverso. Per adesso vendo i pistacchi e aspetto».

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