Così una legge consegnerà ai coloni israeliani i siti archeologici dei palestinesi

In approvazione una norma per affidare a Tel Aviv il controllo del patrimonio culturale. A Sebastia l’esproprio è già avvenuto: 182 ettari compresi uliveti
Google preferred source
May 24, 2026
Così una legge consegnerà ai coloni israeliani i siti archeologici dei palestinesi
Sulle rovine dell’antica acropoli di Sebastia qualcuno ha tracciato graffiti raffiguranti
la stella di David/ Archivio Osama Hamdan
«Non abbiamo idea di che forma prenderà il progetto. Sappiamo davvero poco, e ciò che sappiamo viene dai media israeliani. Una sola cosa è certa, vogliono impossessarsi della nostra terra». Come tutti gli abitanti di Sebastia, villaggio di 3.500 anime a pochi chilometri da Nablus, Cisgiordania, anche il consigliere municipale Zaid Azhari ha accolto con sconcerto la notifica con cui le autorità israeliane annunciavano in novembre l’espropriazione del sito archeologico che sorge in cima alla collina. La cornice di 182 ettari prevista dal “piano di sviluppo” include gli antichi uliveti che circondano il sito. Sorgeranno un centro per le visite, un parcheggio e una barriera che dividerà il villaggio dalle rovine e gli alberi sopravvissuti alle ruspe. La più vasta confisca di un sito archeologico da quando con la guerra del giugno 1967 Israele ha occupato la Cisgiordania.
L’economia di Sebastia è collassata con la cancellazione dei permessi di lavoro in Israele, seguita al 7 ottobre, la verticale diminuzione dei turisti dovuta al conflitto a Gaza e alla costante presenza dell’esercito israeliano. I proprietari delle botteghe hanno cominciato a immaginare la chiusura e i coloni, spuntati nell’autunno del 2023, impediscono agli agricoltori l’accesso ai campi. «Soldati e coloni rendono la vita quotidiana impossibile, anche qui, dove la vita continua da migliaia di anni», dice ad Avvenire Azhari. È probabile, quasi certo, che il destino dell’acropoli di Sebastia sia presto esteso a gran parte dei Territori occupati. Non solo nell’Area C, affidata temporaneamente a Israele dagli Accordi di Oslo, ma anche nell’Area B, i centri abitati minori la cui amministrazione civile spetta all’Autorità palestinese. E a Gaza, dove Tel Aviv controlla secondo le ultime stime il 60% dei 365 chilometri quadrati, affacciati da tempo immemorabile sulla storia mediterranea.
Martedì 12 maggio la Knesset ha votato una legge che estende il controllo israeliano su tutti i siti del patrimonio culturale, l’archeologia e i suoi beni. Il provvedimento, disegnato dal deputato del Likud Amit Halevi, è passato alla lettura preliminare con 23 voti favorevoli e 13 contrari. Ben 84 gli assenti. La commissione Cultura ha lavorato alacremente per dare alla misura una forma definitiva e presentarla alla lettura finale del plenum previsto per domani. Potrebbe diventare legge già lunedì. Il decreto prevede la nascita della “Autorità per il patrimonio di Giudea e Samaria”, toponimi biblici con cui Israele indica la Cisgiordania. La nuova istituzione “indipendente” avrà potere d’acquisto ed esproprio della terra, e sarà coordinata dal ministro del Patrimonio culturale, Amichai Eliyahu, appartenente a Potere Ebraico, il partito dell’estrema destra messianica capeggiata da Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza. Il provvedimento prevede l’esautorazione sostanziale delle autorità militari tradizionalmente in carica. L’esercito ha immediatamente criticato il disegno di legge, nella sua applicazione alla Cisgiordania e, soprattutto, a Gaza, dove rischia di «danneggiare lo status degli apparati militari e di sicurezza, creare per essi notevoli complessità sul piano della sicurezza e professionale, ed essere percepito sulla scena internazionale come un passo con caratteristiche di annessione de facto», ha dichiarato il maggiore Marta Kramenko, capo della Sezione infrastrutture, economia, personale e consigliere legale per la Cisgiordania, sottolineando poi come l’iniziativa vada chiaramente contro il piano di pace disegnato dal presidente americano Trump.
«La strategia è la stessa, così l’obiettivo. Non solo in Cisgiordania e a Gaza ma anche nel sud del Libano, nell’altopiano del Golan, in Siria. Deve rimanere soltanto il periodo mitico di fondazione del popolo ebraico, l’unico ad avere diritto di esistenza, tutto il resto non ha diritto alla memoria», spiega ad Avvenire Carla Benelli, storica dell’arte di Pro Terra Sancta che opera a Sebastia dal 2005. Insieme all’archeologo Michele Piccirillo dello Studio biblico francescano e all’architetto palestinese Osama Handan, oggi scomparsi, ha lavorato per oltre vent’anni ricostruendo, intorno ai resti della basilica romana dove sarebbe stato sepolto il corpo di Giovanni Battista, il tessuto che tiene insieme cultura, economia e identità. Grazie a un lavoro paziente di scavo e riordino le rovine della chiesa, in area B, hanno restituito meravigliosi mosaici. È nata una guest house, i turisti internazionali si sono aggiunti a quelli israeliani, interessati alla casa di Omri e al periodo israelita, durato circa 150 anni. Ma Sebastia è crogiolo del tempo profondo: assiri, babilonesi, il passaggio di Alessandro Magno e l’ellenismo, i romani, il cristianesimo, l’epoca islamica.
Ascoltare Carla Benelli, il tremendo, grandioso respiro della storia, è il contrario di una conquista, rovescia il principio verticale di sostituzione in un orizzonte ecumenico: «Non può esistere un monumento separato dalla sua comunità culturale. Il mondo si è dotato di strumenti di diritto internazionale, nessun popolo può appropriarsi di un presunto patrimonio, da un’altra parte. Gli italiani possono forse reclamare diritti sul Vallo di Adriano?».
© riproduzione riservata

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire