Il no alle preferenze e la sconfitta di Meloni.
L'opposizione esulta, la premier riflette

Il voto segreto costa caro alla presidente del Consiglio,
che aveva sfidato
gli avversari
a rinunciarvi: «Metteteci la faccia».
Alla fine però
i favorevoli saranno solo 187, uno in meno dei contrari. Una trentina
i franchi tiratori. Le opposizioni chiedono subito elezioni anticipate e invitano la premier ad andare al Colle per dimettersi.
Google preferred source
July 14, 2026
Il no alle preferenze e la sconfitta di Meloni.
L'opposizione esulta, la premier riflette
I deputati dell'opposizione festeggiano dopo il risultato del voto segreto sull'emendamento della maggioranza / Ansa
La sicurezza di Giorgia Meloni si schianta sul muro del voto segreto e il Governo rimedia la batosta più sonora da inizio legislatura. Inaspettata forse, ma implacabile. Nel primo giorno della riforma elettorale in Aula l’esecutivo va sotto sullo scontro più atteso, quello sull’emendamento per reintrodurre le preferenze. La fiducia della premier, spiattellata via social poco prima dell’inizio di seduta, si sgretola sotto il fuoco dei franchi tiratori. I numeri sono risicati, ma impietosi: 187 favorevoli e 188 contrari. Quanto basta per galvanizzare le opposizioni che esplodono in un boato e invocano le elezioni. A questo punto per il centrodestra traballa l’impalcatura dell’intero testo base. E hai voglia a dire, come pure dalla coalizione si è provato preventivamente a fare, che quanto accaduto non cambia gli equilibri in maggioranza, perché su questa proposta di modifica, e per sua stessa ammissione, è la presidente del Consiglio ad averci «messo la faccia». Anche lei però ritiene necessaria «una riflessione», ma rivendica il tentativo e prende atto della sconfitta rimediata definendola una «nuova vittoria della palude». E dire che tutto lasciava pensare a un successo. Ma evidentemente gli indizi, benché diversi e circostanziati, non fanno una prova.
Riavvolgiamo il nastro. Nel centrodestra l’ottimismo si respira già dalla tarda mattinata. L’aria in Transatlantico è frizzante. Nel pomeriggio c’è il Consiglio dei ministri e alla Camera si ritrova mezzo Governo. Francesco Lollobrigida si distingue per attivismo. Lo si vede parlottare a lungo con diversi esponenti di Forza Italia. Il primo a mandare segnali è Antonio Tajani, poco dopo il termine della riunione dei gruppi degli azzurri. Spiega che l’emendamento di FdI, Nm e Udc «è un compromesso» e che «può essere accettabile perché rimane il principio fondamentale della legge». Quindi la proposta di modifica passerà? «Passa, passa», si lascia andare Alessandro Battilocchio, uno dei due sherpa forzisti che ha seguito il dossier. Maurizio Lupi, intercettato alla buvette, è più cauto: si mostra sicuro su FI, ma conserva qualche dubbio sulla Lega. Poco dopo però anche il Carroccio sembra sciogliere le riserve e dalla riunione leghista (seguita a quella degli azzurri), filtra l’ordine di scuderia del capogruppo Riccardo Molinari: niente scherzi, la proposta in campo è il miglior compromesso possibile. Anche se il ministro Roberto Calderoli preferisce evitare le domande dirette dei cronisti.
Nel frattempo, il centrosinistra attende l’esito della richiesta per il voto segreto, che arriva poco dopo: ammesso per 114 emendamenti, incluso quello “fatale”, e per il voto finale. Cade nel vuoto il guanto di sfida lanciato via social da Meloni, quando ancora non è iniziato l’esame delle questioni pregiudiziali: «Credo sia doverosa un'operazione verità per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C'è un solo modo per scoprirlo: che l'emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto». Niente da fare.
Preso atto dell’andazzo, le opposizioni entrano in Aula sapendo di andare incontro a una sconfitta certa, ignare del terremoto che si scatenerà di lì a poco e con l’unica strategia rimasta a disposizione: muro totale contro una legge inemendabile, che anzi, ragiona un dem, l’emendamento sulle preferenze riesce addirittura a peggiorare. Specie per la rappresentanza di genere femminile «completamente annullata».
Contrariamente a quanto annunciato martedì i relatori di maggioranza, e così il Governo, danno parere favorevole anche all’emendamento sulle preferenze. Questo rafforza la convinzione degli osservatori che l’accordo c’è, perché toglie alla coalizione l’opzione di derubricare un eventuale voto sfavorevole a semplice iniziativa parlamentare.
Tutto procede secondo programma, fino al voto del giorno. Fabio Rampelli di FdI è presidente di turno. Legge il risultato. Si gela, mantiene il contegno ma non riesce a nascondere la rabbia. I banchi dell’opposizione scoppiano. «Elezioni, elezioni!». Il primo a parlare è il vannacciano Edoardo Ziello, che attacca i franchi tiratori della maggioranza: «Avete tradito l’accordo celandovi dietro alla pulsantiera. Se questa è la dimostrazione di come sapete gestire le relazioni in coalizione ci fate capire che siete inadatti». Poi rinfaccia a Meloni l’accusa di favorire le opposizioni: «Gli unici funzionali alla sinistra sono quelli che vi hanno tradito». Il leader 5s Giuseppe Conte è un fiume in piena: «Avete sfiduciato la vostra presidente del Consiglio. Io da premier sono andato al Quirinale avendo la maggioranza in Parlamento – ricorda – ora che siete andati sotto vi rimane un'unica cosa da fare: aprire una crisi di Governo. Tocca a noi». Riccardo Magi di Più Europa è impietoso nel ricordare agli avversari che i relatori hanno scelto di dare parere favorevole all’emendamento e lo stesso ha fatto il Governo.
Tutta l’opposizione chiede di sospendere i lavori e convocare la conferenza dei capigruppo. Rampelli prova a resistere. Ma alla fine la richiesta è accolta. Nel frattempo gli altri leader del campo largo incalzano: «È stato un voto contro l'arroganza» di «una leader donna che per difendere il suo potere era pronta a schiacciare quello delle altre donne», sentenzia la segretaria del Pd Elly Schlein, «è il momento di tornare a casa e di dare al Paese un Governo in grado di risolvere i problemi degli italiani. Prendete atto del fallimento». «La maggioranza non c’è più. Meloni si dimetta», aggiunge Matteo Renzi, mentre Carlo Calenda picchia sia a destra sia a sinistra, entrambi «attori di un teatrino ridicolo» mentre «sono in corso due guerre».
Dalla parte opposta si iniziano a contare i danni e i possibili responsabili. Ma la Lega rifiuta la parte del traditore: «Secondo il calcolo che abbiamo fatto noi i franchi tiratori sono stati circa 31 – argomenta Molinari –. Nessuno della Lega, lo escludo. Bisogna sempre vedere se Fn ha votato come ha dichiarato...». Sulla carta la maggioranza ha 240 voti. Togliendo i 187 favorevoli ne rimangono 53. Ma vanno considerate le assenze. Ci sarà modo e tempo per capire quali siano i veri numeri e chi ha tradito chi. Ma adesso il centrodestra deve capire come andare avanti. Ieri sera si è parlato di un vertice d’urgenza dei leader di coalizione, quello che, per ironia della sorte, non si è voluto fare proprio sulle preferenze.
Il post di Meloni arriva in serata ma non basta a chiarire le sue intenzioni: «Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci. P.S. La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire