I franchi tiratori, i precari equilibri interni: il governo ora trema
Difficile immaginare la ripresa di un confronto sulla legge elettorale dopo quanto accaduto in Parlamento: la premier ha sfidato l'opposizione e ha perso. Adesso la pausa di riflessione coinvolge innanzitutto il centrodestra

La presidente del Consiglio tenta la mossa del cavallo a poche ore dall’avvio del voto sugli emendamenti della sua legge elettorale: certa di avere convinto gli alleati a votare con FdI l‘emendamento sul ripristino delle preferenze, sfodera l’espressione sicura delle grandi occasioni, di quando sente di avere in pugno la situazione e decide di «metterci la faccia». Gli scricchiolii del campo largo delle ultime ore la incoraggiano a forzare la mano, sfidando l’Aula anche a rinunciare al voto segreto per dimostrare di poter gestire la sua coalizione e per mettere a nudo le divergenze del centrosinistra sulla decantata restituzione della parola agli elettori. E messa così, la sconfitta appare ancora più dura. Di certo la più dolorosa della legislatura, anche oltre il referendum sulla giustizia.
Per un solo voto la premier perde la partita. Un boomerang. Uno schiaffo fragoroso quanto inatteso, che per il centrosinistra comporterebbe le dimissioni. E, ancora una volta, su una riforma avviene l’esatto contrario di quanto immaginato a Palazzo Chigi: il centrodestra si spacca, le minoranze si compattano. La confusione è totale. Il pallino resta nelle mani della premier, ma di certo non è facile derubricare il voto contrario a un semplice incidente di percorso. Lo stesso calcolo dei franchi tiratori, che non collima tra i conti della Lega (che ne individua 31) e quelli del Pd (che ne individua 36), lascia il tempo che trova. Serve una pausa di riflessione e un’assunzione di responsabilità da parte di tutti. I giochini politici, come una nemesi, hanno dimostrato che non ci sono leggi elettorali o sistemi che tengano stabile un esecutivo, quando viene meno la lealtà tra gli alleati. E anche quando manca il dialogo con le opposizioni, che in tutta la legislatura hanno scelto l’Aventino, accusando la maggioranza di non aver mai aperto un reale tavolo di trattativa su alcuna legge o riforma.
Con questa immagine, dunque, si blocca ai nastri di partenza la legge elettorale che era stata nominata “Stabilicum” e su un nodo, quello delle preferenze, che avrebbe dovuto riaccendere interesse per il voto nel crescente partito degli astensionisti. Difficile immaginare la ripresa dei lavori sul testo. Troppe cose sono cambiate e qualcuna è sfuggita di mano alla premier. A distanza di quattro anni, Meloni si ritrova con una maggioranza rosicchiata dal partito di Vannacci, con cui deve fare i conti. Dopo aver tenuto a bada le intemperanze a destra di Salvini, la nascita di Fn ha azzerato gli sforzi e la premier ora cerca di coprirsi nuovamente a destra, ma su un fronte ancora più estremo. Il tutto mentre la famiglia Berlusconi la pungola sull’area liberal. Né può contare sul posizionamento internazionale sul fronte Maga, dopo gli schiaffi ricevuti dal suo ex amico Donald Trump. Un equilibrismo non facile, il suo, che l’ha portata ad accreditarsi europeista, ad avvicinarsi ai Paesi “volenterosi”, salvo poi tornare a differenziarsi nelle scelte. Un’altalena destabilizzante da cui questa volta, dopo la «riflessione» annunciata, potrebbe decidere anche di scendere.
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