«L'emendamento al "Melonellum"? Gioco di prestigio, pochissimi gli eletti con le preferenze»

La costituzionalista De Minico ha firmato l'appello di 160 giuristi contro la nuova legge elettorale: «Il governo sta cercando di prevenire i ricorsi alla Consulta, alla fine solo un decimo dei parlamentari verrà indicato direttamente sulla scheda. Attenzione al premio di maggioranza: è un premio di "occupazione" dei poteri»
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July 14, 2026
«L'emendamento al "Melonellum"? Gioco di prestigio, pochissimi gli eletti con le preferenze»
La costituzionalista Giovanna De Minico insegna all'Università Federico II di Napoli
Un emendamento pensato per tentare di aggirare i dubbi di incostituzionalità di questa legge elettorale, che invece restano anche perché, se dovesse passare, potrebbe portare ad eleggere con le preferenze non più di un decimo dei parlamentari. Boccia in blocco la proposta e gli annunciati correttivi, Giovanna De Minico, costituzionalista della Federico II di Napoli, fra i 160 giuristi firmatari del documento contro il cosiddetto "Melonellum".
Quale intento vede in questo emendamento?
La questione nasce dalla polemica sollevata da Vannacci che usa la leva delle preferenze per disarticolare la coalizione di governo, creando una crepa fra Fdi e i suoi due principali alleati. L’accusa che viene rivolta a Giorgia Meloni è, una volta andata al potere, di voler anche lei avere sotto controllo l’organigramma del partito.
Nel merito, perché non modifica le cose?
Nella proposta di legge elettorale il cittadino viene privato del suo diritto di scegliere i rappresentati. Rimango della mia idea iniziale: il premio di maggioranza è incostituzionale ex se, cioè a prescindere dalla soglia, soprattutto se essa è indifferente alla percentuale di aventi diritto o a un quorum strutturale. Questa parvenza di preferenza disegnata nell'emendamento è solo un abile inganno perché tra listone bloccato, capilista garantiti e candidature multiple all'elettore rimarranno solo le briciole del diritto di scegliere il rappresentante. Ancora una volta il Governo degrada un diritto, quello a inviare in Parlamento il rappresentante a sé più congeniale, a una mera aspettativa, la cui realizzazione è rimessa alla generosa concessione del Governo: un diritto alla preferenza octroyé, ossia una concessione del sovrano.
Ma c’è anche un’implicazione sul divieto di mandato imperativo.
Certo: quale eletto potrà osare esprimere una posizione in dissonanza con il suo partito se sa che la sua elezione non dipende dalla libera scelta dei cittadini, ma da un’indicazione delle segreterie di partito?
Ma entriamo nel merito dell’emendamento.
C’è il tentativo di conciliare l’esigenza di rintuzzare l’offensiva di Vannacci e la ferma contrarietà di Forza Italia e Lega. Ma alla fine non è altro che un abile gioco di prestigio per tentare di prevenire ricorsi alla Consulta. Le liste sono brevi come chiede la Corte, ma di fatto rimandano tutte al lunghissimo listone del premio. La seconda illusione per l’elettore è che pensa di votare anche il premier, ma non si rende conto che con questa formula, costituzionalmente discutibile, i suoi rappresentanti non contano, silenziati dalle segreterie di partito e dalle coalizioni.
E le preferenze?
Ed ecco la terza illusione. La Corte era stata chiara nel 2014 e 2017: o la lista è lunga e allora deve prevedere un sistema misto con preferenze, o deve essere breve, per consentire la conoscibilità. Anche l’Italicum prevedeva i capilista bloccati e si disse che questo avrebbe creato una disparità fra partiti grandi e piccoli, i quali avrebbero eletto a malapena il capolista e nessuno con le preferenze.
C’è chi dice che la quadratura del cerchio nel centrodestra è proprio questa: per Lega e Forza Italia le preferenze serviranno a poco. Ma il parallelo con l’Italicum regge?
No, perché è solo un specchietto per le allodole che rimanda alla lunga lista bloccata, che questo emendamento non tocca. Vengono lese non solo le prerogative degli elettori delle forze minori, che hanno un diritto alla preferenza pari a zero ma anche il diritto dei candidati delle stesse, ledendo il 51 della Costituzione che garantisce pari diritto all’accesso alle cariche elettive.
Che ricadute avrà l’inserimento delle preferenze?
Facciamo un esercizio di sottrazione. Togliamo i 70 del listone alla Camera e i 35 al Senato. Togliamo poi tutti gli eletti da capolista e teniamo conto che la legge consente le pluri-candidature fino a 5 collegi. Le successive opzioni porteranno automaticamente all’elezione del secondo in lista, anche se avesse avuto, per ipotesi, zero preferenze. Difficile fare i conti, alla fine con le preferenze si eleggerà all’incirca una cinquantina di parlamentari. La norma serve solo a tentare di aggirare i rilievi di incostituzionalità
Ma i dubbi restano tutti.
C’è il tentativo di camuffarli, ma nelle mani dell’elettore residuano le briciole del diritto di preferenza. A esso, a differenza dell’Italicum che prevedeva un premio in percentuale, si abbina un premio di maggioranza fisso. Un vero e proprio premio “di occupazione”, che può portare ad avvicinarsi alla soglia dei due terzi per cambiare la Costituzione da soli. Personalmente ho sempre ritenuto che il premio di maggioranza leda l’uguaglianza del diritto di voto in uscita. Ma almeno ora la soglia andrebbe riparametrata in base agli aventi diritto al voto, alla luce della ridotta affluenza alle urne.
Lei vede un nesso anche con la riforma della Corte dei Conti. Perché?
La fallita riforma della giustizia, la riforma Foti della magistratura contabile e questa proposta di legge elettorale concorrono a un moto centripeto che vuole assommare confusamente i poteri nelle mani del premier, come se l’organo claudicante non fosse il Parlamento, che senza rappresentatività viene progressivamente marginalizzato, mentre andrebbe ricollocato al centro. Con questa legge elettorale il Governo vuole, non solo il premio di maggioranza, ma giocare ad “asso pigliatutto”, occupando anche gli organi di garanzia.

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