Così un missionario (valdese) portò in Cina i Promessi sposi
La ricercatrice Qian Zhang ha fatto luce sul misterioso autore della prima traduzione cinese del capolavoro di Manzoni, nel 1935. A lungo creduto britannico, il suo nome era invece Alberto Giovanni Garnier

La prima traduzione cinese dei Promessi sposi non è passata attraverso l’inglese, come si è ritenuto per decenni, ma è stata condotta direttamente sull’originale italiano. A realizzarla è stato Alberto Giovanni Garnier, missionario valdese italiano vissuto per trent’anni in Cina, con la collaborazione del cinese Feng Xuebing. La storia è stata raccontata oggi da La Stampa, che anticipa i risultati della ricerca di Qian Zhang, dottoranda dell’Università di Torino.
La versione è uscita a Shanghai nel 1935 per The Commercial Press, una delle principali case editrici cinesi dell’epoca. Sul volume figurano i nomi di A.J. Garnier e H.P. Feng. Le iniziali inglesi del primo traduttore e il suo lavoro per una società missionaria britannica avevano contribuito a farlo ritenere inglese. Da qui l’ipotesi, accolta a lungo dagli studiosi, che il romanzo di Manzoni fosse stato tradotto da una precedente edizione anglosassone.
Qian Zhang ha cominciato a dubitare di questa ricostruzione studiando il testo e osservando alcuni dettagli dell’edizione. Un primo indizio è arrivato dalle illustrazioni, diverse da quelle realizzate da Francesco Gonin per l’edizione manzoniana e tratte invece da un adattamento cinematografico italiano. Da quel particolare è partita una ricerca durata circa un anno, condotta attraverso archivi, documenti familiari e testimonianze raccolte in Italia e all’estero.
La svolta è arrivata con il ritrovamento di un libro di Tony Garnier, neozelandese e nipote del missionario, dedicato alla storia della propria famiglia. La ricercatrice ha potuto così identificare A.J. Garnier con Alberto Giovanni Garnier, nato a Roma nel 1881 da genitori valdesi. Dopo la morte del padre, si è trasferito con la madre e i fratelli ad Angrogna, nelle Valli valdesi, e ha studiato a Torre Pellice. Amava la letteratura italiana e, secondo quanto ha scritto nelle proprie memorie, già da studente conosceva a memoria brani di Dante e Petrarca. Costretto a interrompere gli studi, Garnier ha lavorato come apprendista in una fabbrica torinese di tende e lacci. La frequentazione della missione battista ha poi alimentato una vocazione religiosa che lo ha portato a Londra per la formazione teologica e quindi in Cina, dove è rimasto per circa trent’anni.
A Shanghai, affiancato da Feng Xuebing, ha impiegato circa sei anni per portare a termine la traduzione dei Promessi sposi. Secondo l’analisi di Zhang, il risultato è un testo fluido, vicino alla lingua parlata e costruito direttamente sull’italiano di Manzoni. Del collaboratore cinese restano ancora poche informazioni, ma il suo contributo è stato essenziale nella resa del romanzo nella lingua di arrivo.
La scoperta è ben più di una semplice curiosità. Modifica infatti un passaggio importante nella storia della ricezione di Manzoni in Asia. Prima del 1949, infatti, si è spesso ritenuto improbabile che in Cina vi fossero traduttori in grado di lavorare direttamente dall’italiano. Il caso di Garnier dimostra invece che la circolazione dei classici europei è passata anche attraverso missionari e collaboratori locali capaci di muoversi tra culture molto lontane.
In Cina il romanzo è rimasto soprattutto un testo conosciuto negli ambienti accademici, pur avendo avuto nuove traduzioni. La più recente risale al 2013, mentre nel 2025 è stata ristampata un’edizione del 1996.
Garnier tornò in seguito in Inghilterra, dove è morto nel 1973.
La versione è uscita a Shanghai nel 1935 per The Commercial Press, una delle principali case editrici cinesi dell’epoca. Sul volume figurano i nomi di A.J. Garnier e H.P. Feng. Le iniziali inglesi del primo traduttore e il suo lavoro per una società missionaria britannica avevano contribuito a farlo ritenere inglese. Da qui l’ipotesi, accolta a lungo dagli studiosi, che il romanzo di Manzoni fosse stato tradotto da una precedente edizione anglosassone.
Qian Zhang ha cominciato a dubitare di questa ricostruzione studiando il testo e osservando alcuni dettagli dell’edizione. Un primo indizio è arrivato dalle illustrazioni, diverse da quelle realizzate da Francesco Gonin per l’edizione manzoniana e tratte invece da un adattamento cinematografico italiano. Da quel particolare è partita una ricerca durata circa un anno, condotta attraverso archivi, documenti familiari e testimonianze raccolte in Italia e all’estero.
La svolta è arrivata con il ritrovamento di un libro di Tony Garnier, neozelandese e nipote del missionario, dedicato alla storia della propria famiglia. La ricercatrice ha potuto così identificare A.J. Garnier con Alberto Giovanni Garnier, nato a Roma nel 1881 da genitori valdesi. Dopo la morte del padre, si è trasferito con la madre e i fratelli ad Angrogna, nelle Valli valdesi, e ha studiato a Torre Pellice. Amava la letteratura italiana e, secondo quanto ha scritto nelle proprie memorie, già da studente conosceva a memoria brani di Dante e Petrarca. Costretto a interrompere gli studi, Garnier ha lavorato come apprendista in una fabbrica torinese di tende e lacci. La frequentazione della missione battista ha poi alimentato una vocazione religiosa che lo ha portato a Londra per la formazione teologica e quindi in Cina, dove è rimasto per circa trent’anni.
A Shanghai, affiancato da Feng Xuebing, ha impiegato circa sei anni per portare a termine la traduzione dei Promessi sposi. Secondo l’analisi di Zhang, il risultato è un testo fluido, vicino alla lingua parlata e costruito direttamente sull’italiano di Manzoni. Del collaboratore cinese restano ancora poche informazioni, ma il suo contributo è stato essenziale nella resa del romanzo nella lingua di arrivo.
La scoperta è ben più di una semplice curiosità. Modifica infatti un passaggio importante nella storia della ricezione di Manzoni in Asia. Prima del 1949, infatti, si è spesso ritenuto improbabile che in Cina vi fossero traduttori in grado di lavorare direttamente dall’italiano. Il caso di Garnier dimostra invece che la circolazione dei classici europei è passata anche attraverso missionari e collaboratori locali capaci di muoversi tra culture molto lontane.
In Cina il romanzo è rimasto soprattutto un testo conosciuto negli ambienti accademici, pur avendo avuto nuove traduzioni. La più recente risale al 2013, mentre nel 2025 è stata ristampata un’edizione del 1996.
Garnier tornò in seguito in Inghilterra, dove è morto nel 1973.
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