Antifascisti di carta, la satira di Alberto Vigevani
A 60 anni dalla prima
edizione, torna il romanzo
“Un certo Ramondès”.
Lo scrittore, editore
e bibliofilo ritrae con toni
grotteschi sia il regime,
sia la sterile opposizione
dei letterati dell’epoca

Nella primavera del 1940, poco prima dell’entrata dell’Italia in guerra, arriva a Milano da Parigi un certo Ramondès. È un uomo tarchiato, goffo, dai calzoni troppo larghi. A prima vista tutt’altro che un intellettuale. Il suo sguardo, però, è attratto da una copia della “Nouvelle revue française” nella quale si trova un saggio sul tempo e lo spazio in Proust scritto dall’insigne francesista Ramon Ramondez. Una zeta di differenza, che dà il via all’ambiguo gioco di specchi che percorre il romanzo di Alberto Vigevani Un certo Ramondès , riproposto dalla casa editrice Palingenia (pagine 288, euro 30,00), per la cura di Alberto Cadioli, sessant’anni dopo la prima edizione, nel 1966 per Feltrinelli.
La recherche che Ramondès deve compiere in Italia su incarico dei servizi segreti transalpini, in realtà, non ha niente a che fare con il tempo perduto, bensì con quello presente e consiste nell’«informare i superiori sulle mire o le speranze degl’intellettuali, soprattutto sulla consistenza dell’opposizione». Insomma, Ramondès – ebreo nativo di Tunisi con ascendenze italiane – è una spia, anche se controvoglia. Con il suo quasi omonimo condivide studi letterari a Parigi, che però ha dovuto interrompere. Ramondez, per il quale non nasconde la sua invidia, invece doveva essere «un topo di biblioteca, probabilmente, un erudito, congetturava confondendosi alla folla e immaginando d’essere un autentico agente segreto, magari lanciato col paracadute e con una grossa Luger sotto l’ascella: un fuggevole brivido che respingeva per credersi invece un epicureo che andasse assaporando l’avventura a cauti morsi, omeopaticamente». Sarà proprio una storia d’amore “epicurea” a cambiarlo e a dargli un nuovo, più luminoso, progetto di vita.
L’intreccio tra vero e falso, tra spy story e romanzo umoristico a chiave viene condotto attraverso una prosa fitta di francesismi e lombardismi. Una cultura, quella d’Oltralpe che Vigevani ben conosceva e di cui sono infarciti i discorsi di alcuni dei personaggi che Ramondès incrocia, i quali, credendolo il celebre critico proustiano, lo conducono a una libreria antiquaria dove opera il giovane Celestino Vivanti, alter ego dell’autore. Vigevani (1918-1999), infatti, oltre che poeta, romanziere, critico e autore teatrale è stato antiquario ed editore attraverso la libreria “Il Polifilo”, fondata nel 1941, e prima ancora con “La Lampada”, che è stata un rifugio per gli antifascisti milanesi e che è evocata nel testo. Il giovane libraio si ascia andare a una confessione biografica che è quella di una generazione. Dapprima balilla «per accontentare il maestro» e «moschettiere-ciclista, avanguardista-sciatore per farsi i muscoli gratis». Poi incline al compromesso, convinto che si potesse riempire la forma fascista di altri contenuti. Infine antifascista, finito con i suoi compagni nel mirino quando dai discorsi astratti erano passati al concreto, organizzando durante la guerra do Spagna una colletta per la Solidaridad Obrera . «Non era stato bello giocare con le parole. Meglio tacere, dichiarava, tenersi appartato, sebbene poi era accaduto che nel contaminarsi i loro ideali avessero dimostrato una maggior forza di contagio e nel confronto, davanti ai giovani, il fascismo fosse uscito perdente».
Il romanzo è una potente satira dell’ambiente intellettuale sotto il fascismo, vacuo e qualunquista, che si specchia in se stesso e nei propri sofismi. L’ambiente culturale della Milano del tempo Vigevani lo conosceva bene. Amico di Alberto Mondadori, Antonio Banfi ed Ernesto Treccani, nel 1938 diede vita con quest’ultimo, Vittorio Sereni e Raffaele De Grada alla rivista “Corrente di vita giovanile”. Fino a quell’anno aveva partecipato ai Littoriali della cultura (come il Celestino del romanzo). Al 1943, quando i tedeschi occupano la Penisola, datano l’esilio in Svizzera con la famiglia e l’esordio letterario con Erba d’infanzia , prima di una lunga serie di opere alcune delle quali postume, come La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo, pubblicata nel 2000 da Sellerio che ha in catalogo molti titoli di Vigevani.
La complessa vicenda editoriale di Un certo Ramondès viene affrontata dal curatore Cadioli in una “Nota al testo”, nella quale – a riprova del fatto che non di una semplice ripubblicazione si tratta, bensì di un’edizione filologicamente accurata – dà conto della varie stesure, dello stile e della varianti. Come delle varie scelte del nome del protagonista che inizialmente è Ramon Nuñes, poi J.A. Nuñes, infine Jules-Aidhemar Raimondes, per approdare a Ramondes. C’è pure un’evoluzione psicologica del personaggio, che inizialmente è descritto come «un uomo straordinario», per poi divenire un indolente alla Oblomov. Un’analisi condotta sui dattiloscritti del fondo Alberto Vigevani custodito nel Centro Apice (Archivio della parola, dell’immagine e della comunicazione editoriale) presso l’Università degli Studi di Milano, dove Cadioli insegna Letteratura italiana contemporanea. Alla nota segue poi un vero e proprio saggio critico sull’opera. Di essa un critico come Giuliano Gramigna individuò da subito il carattere a chiave. Il curatore svela la rassegna di personalità dell’ambiente culturale milanese – molte delle quali collaboratori di “Corrente” – che sono evocate nel romanzo e che ai tempi dell’uscita erano in vita e non vennero esplicitate. Si va dall’economista Libero Lenti, che si riconobbe lui stesso in uno dei personaggi, allo scultore Luigi Broggini, dal poeta Roberto Rebora al critico letterario Giancarlo Vigorelli, dal critico d’arte comunista Antonello Trombadori, al grafico Fulvio Bianconi, fino ai poeti Alfonso Gatto, Salvatore Quasimodo e Vittorio Sereni. E ancora il critico musicale Beniamino Dal Fabbro, gli scrittori Tommaso Landolfi e Curzio Malaparte, il filosofo Enzo Paci, il banchiere Raffaele Mattioli. Infine, Carlo Bo, come rappresentante di quell’ermetismo fiorentino che a Milano era forte e che si opponeva alla retorica del linguaggio fascista. Nomi centrali nella narrazione o semplicemente evocati, alcuni dei quali oggi dimenticati. Il romanzo è stato perciò considerato, e lo è, una testimonianza storica. Ma, conclude il curatore, intento di Vigevani non era quello di scrivere un romanzo storico, quanto piuttosto, come testimonia il titolo di una delle stesure, grottesco. E «proprio attraverso la lente del grottesco la narrazione avrebbe rappresentato con lucido sguardo satirico il tempo del fascismo, ma anche smascherato le contraddizioni di chi, immerso nella letteratura, non riusciva a interpretare la realtà drammatica che aveva davanti».
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