Ucraina, ribellioni contro la leva forzata. La frattura sociale «che aiuta la Russia»
A Leopoli sei ore di guerriglia tra i militari e duecento dimostranti che si opponevano al reclutamento La Difesa: «La mobilitazione è necessaria» ma promette una riforma

Il video sta passando di cellulare in cellulare. «Basta, disonori la divisa che porti», urla un ragazzo al militare inquadrato dalla videocamera mentre viene circondato da decine di giovani nel quartiere Sykhiv di Leopoli che tentano di strappargli la maglietta verde delle forze armate e di picchiarlo. È uno degli uomini che hanno appena fermato per strada un trentenne: sulla carta, per controllare i documenti di leva; in realtà, per spedirlo al fronte. Sono il volto di una sigla che sta facendo tremare l’Ucraina: il Tcc. Acronimo che sta per “Centro di reclutamento territoriale”. È quella schiera indefinita di “buttadentro nell’esercito” che hanno il compito di rafforzare le prime linee racimolando nuovi uomini. Senza andare troppo per il sottile. Soprattutto se la maggioranza della popolazione non se la sente più di imbracciare un’arma. È accaduto nei giorni scorsi anche a Leopoli. Ma, quando gli “agenti” del Tcc hanno trascinato il giovane nel pick-up, si è scatenata la rivolta collettiva. «Abbiamo visto su Telegram ciò che succedeva e siamo corsi», racconta uno dei partecipanti. Alla fine erano più di duecento a Sykhiv. Sei ore di guerriglia contro i militari e la polizia, con un’auto dei “gendarmi” presa a calci e pugni prima di essere ribaltata e l’altra, quella con il trentenne dentro, costretta a fuggire fra la folla inferocita. «Hanno acciuffato il ragazzo e lo hanno picchiato», è la versione dei partecipanti. Era un ricercato, renitente alla leva, la risposta delle forze dell’ordine. Fatto sta che Leopoli è diventata la terra della ribellione alla mobilitazione: primo caso di un’insurrezione di piazza in quattro anni e mezzo di guerra.
È uno degli effetti della strategia di logoramento su cui punta la Russia. La difficile tenuta sui campi di battaglia, il numero crescente di morti al fronte, la piaga della corruzione insieme all’idea che i potenti sfuggano alla leva hanno spento l’entusiasmo di indossare la divisa. Il Paese sostiene l’esercito ma è diventato sordo alla chiamata alle armi. E adesso si solleva contro l’obbligo di combattere. Anche per le azioni dei reclutatori pubblici che fermano sui mezzi pubblici, nei supermercati, al lavoro chi ha dai 18 ai 60 anni. «Ci sono molte domande sul caso Leopoli», commenta il presidente Volodymyr Zelensky, consapevole che gli arruolamenti forzati sono una delle sue spine nel fianco interne. E al ministero della Difesa ucraino chiede di «fare tutto ciò che ha promesso», ossia l’ennesima riforma della leva che dovrebbe essere pronta a breve.
Il tumulto di Leopoli è fra i fattori dietro il cambio di governo voluto domenica dal leader ucraino. Licenziata la premier Yuliia Svyrydenko in vista dell’ennesimo rimpasto in tempo di guerra che, con il futuro primo ministro ancora da nominare, prepari lo Stato ad «affrontare un nuovo inverno di attacchi russi alle infrastrutture energetiche, visto che Mosca non ha intenzione di negoziare e fermare le ostilità», spiegano nell’entourage di Zelensky. Ma c’è anche bisogno di avere un ambasciatore ucraino di maggior peso negli Usa: da qui l’ipotesi di inviare Svyrydenko a Washington come nuova mediatrice con Donald Trump, dopo le dimissioni di Olha Stefanishyna che ha appena annunciato l’addio all’incarico negli Stati Uniti. Il tutto mentre ieri Zelensky ha presentato la nuova proroga della legge marziale e dello stato di guerra per altri tre mesi. «La mobilitazione è una componente necessaria per la salvaguardia dell’Ucraina», spiega il ministero della Difesa dopo i fatti di Leopoli, e «l’unico che trae vantaggio dai problemi interni è il nemico». Anche il Commissario ucraino per i diritti umani, Dmytro Lubinets, fa sapere che «il blitz di Leopoli è la prova della radicalizzazione della società per le violazioni avvenute durante la mobilitazione» e propone che «regole trasparenti ed eque che proteggano sia gli interessi dello Stato sia i diritti dei cittadini».
Fra i più duri il sindaco di Kharkiv, Ihor Terekhov, metropoli dell’est del Paese a cinquanta chilometri dal confine russo che è sotto costanti attacchi di Mosca: «Gli ucraini sono pronti a difendere l’Ucraina. Kharkiv lo dimostra. I nostri cittadini lavorano in mezzo ai bombardamenti e salvano vite. Ma ciò non significa essere disposti ad accettare arbitrarietà, aggressioni, detenzioni illegali. Non si tratta di essere “contro la mobilitazione”. Si tratta di fiducia nello Stato. E ogni scontro come quello a Leopoli è un regalo alla propaganda russa. Il nemico vuole dimostrare che gli ucraini combattono non solo contro Mosca, ma anche tra di loro». Identificati i dissidenti di Leopoli. Rischiano otto anni di carcere. Pene che non fermano le “evasioni” dall’esercito, nonostante le indagini di polizia a tappeto e le condanne dei tribunali. Attestati medici falsi, fughe all’estero, affidamento di minori sono i metodi più comuni per evitare l’arruolamento, secondo un report dell’organizzazione “Mobilitazione onesta”. «Ogni giorno vengono smascherati sanitari che, dietro pagamento, certificano finte disabilità», evidenzia il dossier, facendo i nomi dei vip disertori: giornalisti, blogger, politici, attivisti anti-corruzione. Fra loro c’è chi si è visto assumere come docente in una facoltà o chi è diventato tutore di un malato pur di evitare la trincea. A sostegno del giro di vite sulla leva si schiera la Polonia dove la comunità ucraina è la prima fra quelle straniere: dopo la stretta per ottenere la cittadinanza, il ministro della Difesa, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, fa sapere che «gli ucraini idonei a combattere devono servire la loro patria».
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