Legge elettorale, la maggioranza va in Aula divisa sulle preferenze. Si andrà alla conta

L’emendamento di FdI-Nm-Udc (Lega e FI non l’hanno firmato) prevede un capolista bloccato e la possibilità di scegliere fino a tre candidati (con alternanza di genere) su un totale di sei nomi
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July 13, 2026
Legge elettorale, la maggioranza va in Aula divisa sulle preferenze. Si andrà alla conta
Il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini / Foogramma
L’accordo sulle preferenze non c’è, l’emendamento per reintrodurle sì. Ma solo di FdI, Noi Moderati e Udc. Lega e Forza Italia dovranno decidere se votarlo o meno e martedì, a mezzogiorno, dovrebbero riunire i rispettivi gruppi parlamentari per valutare il da farsi. Mentre il testo della riforma approderà in Aula nel pomeriggio, alle 17. Fonti parlamentari tendono a escludere il voto segreto (ma forse è più un auspicio che una previsione), come pure un nuovo vertice dei leader di coalizione. Certamente l’agenda della premier (ieri sera è volata in Qatar in vista della cerimonia di oggi per la morte di Al Thani), rende difficile un incontro dal vivo. Ma una videocall si può sempre organizzare e, anche se i tre i big continuano a ripetere che sulle preferenze dovrà decidere il Parlamento, sanno benissimo che arrivare a un accordo è meglio per tutti. In questo senso Matteo Salvini ha lanciato nuovi segnali di apertura («Per me le preferenze non sono un problema»), ma lo aveva fatto anche la settimana scorsa, per essere smentito il giorno dopo dal suo capogruppo alla Camera Riccardo Molinari. Quindi è difficile capire quale sia la reale disposizione d’animo del capo del Carroccio.
Sul fronte opposto la strategia resta la stessa: Vietnam parlamentare contro una legge elettorale che si continua a ritenere «irricevibile». Anche inemendabile? In generale sì, ma il Movimento 5 stelle ha provato a sparigliare le carte presentando una sua proposta per reintrodurre la scelta dei candidati. Il Pd non ha ancora una linea chiara: anche i dem si riuniranno questa mattina alle 9 per capire cosa fare. Avs vuole affossare la legge in tutti i modi possibili. L’emendamento di FdI, Nm e Udc prevede un listino di sette nomi per ogni collegio plurinominale con capolista bloccato e la possibilità di esprimere fino tre preferenze, purché si rispetti l’alternanza di genere (ma il primo candidato indicato può essere dello stesso genere del capolista). È il famoso “modello Toscana” di cui si è parlato nei giorni scorsi. Secondo le simulazioni di Youtrend le preferenze avrebbero un peso consistente nell’assegnazione dei seggi solo per i partiti maggiori: arrivando al 20% (un tetto raggiungibile solo da Pd e FdI stando ai sondaggi) la quota di eletti con le preferenze sarebbe infatti del 33,7% alla Camera e al 27% al Senato. Mentre per un partito che raggiungesse il 30% salirebbe al 54,7% alla Camera e al 50,1% al Senato. Viceversa, scrive ancora Youtrend, per una lista attorno al 10%, la quota scenderebbe al 5% circa. In sintesi, secondo le analisi del team di Lorenzo Pregliasco, l’emendamento di FdI trasformerebbe lo Stabilicum «in qualcosa di piuttosto diverso dal testo base», con «una quota consistente di parlamentari selezionata direttamente dagli elettori» e quindi «effetti rilevanti sugli equilibri interni a ciascun partito e sul rapporto tra eletti e territorio». Peraltro, secondo fonti vicine al partito della premier, le stime di Youtrend sono anche molto prudenti. Più in generale da FdI ritengono plausibile che con le preferenze venga assegnato circa un quarto dei seggi totali. Su questo però, lo stesso Pregliasco, è ancora più netto parlando di almeno un terzo del Parlamento eletto con le preferenze.
Venendo all’Aula, la strategia di coalizione, allo stato, sta tutta nell’indicazione ai relatori di non esprimere un parere sul testo ma di rimettersi all’Aula. Questo permetterà, in caso di bocciatura, di offrire un’immagine unita della maggioranza derubricando l’incidente a una singola iniziativa di partito (tre in questo caso) andata male. Se poi ci sarà il voto segreto si potrà sempre accusare le opposizioni di aver affossato il ritorno alle preferenze. Il responsabile organizzazione del partito del premier, Giovanni Donzelli, si è già portato avanti stuzzicando i dem: «Dov’è l’emendamento del Pd sulle preferenze? È andato disperso...». Fin qui la proposta di modifica targata FdI-Nm-Udc, ma il centrodestra, sempre ieri, ha sfornato anche altre due proposte unitarie. La prima dispone che chi si presenta nel cosiddetto listino bloccato deve necessariamente candidarsi come capolista o «nella posizione immediatamente successiva a quella di capolista» nello stesso collegio plurinominale per cui concorre «ai fini dell'attribuzione del premio di governabilità». L'emendamento prescrive inoltre che uno stesso candidato può correre con il medesimo contrassegno «anche in circoscrizioni diverse da quella di cui al primo periodo, in collegi plurinominali, fino a un massimo di cinque». Non è difficile immaginare che la premier punti a fare incetta di voti nei cinque bacini a lei più favorevoli, per poi gestire le liste nel modo a lei più congeniale, qualora non si introducano le preferenze. L’altro testo prevede invece la riduzione delle circoscrizioni Estero, che diventerebbero due per la Camera e una per il Senato.
Nel campo largo arriva invece la mossa di Giuseppe Conte, con un emendamento che prevede la possibilità di esprimere una o due «preferenze vere» (come le chiama Michele Gubitosa) e vincolo di genere. Questo perché, spiega ancora il vicepresidente 5s, con l’emendamento di FdI-Nm-Udc, «solo i partiti con maggior consenso eleggerebbero alcuni parlamentari con le preferenze» e per il resto «si avrebbero quasi esclusivamente dei nominati». E poi, prosegue, per parlare di preferenze «è necessario che il cittadino possa scrivere il nome del candidato che predilige scegliendo all'interno di una rosa ampia», non con «crocetta su un nome all'interno di una ristrettissima rosa» selezionata dalla segreteria del partito. Insomma, il testo di FdI, Nm e Udc, conclude, sarebbe solo «una truffa confezionata nel disperato tentativo di trovare una mediazione all'interno di una maggioranza». I dem sul punto sono ancora divisi. Il presidente del partito, Stefano Bonaccini, è favorevole. La vice Chiara Gribaudo no. Avs non ha mai nascosto di non volerle. I più belligeranti in coalizione non escludono neanche l’Aventino. Ma è più una dichiarazione di intenti che un vero proprio capitolo della strategia messa a punto.

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