Scegliamo un futuro “per sottrazione”: Francesco e il coraggio della rinuncia

L’ordine che il Santo di Assisi ha in mente sovverte quello del suo tempo, e anche del nostro. I suoi gesti cosa ci indicano oggi? La lettura dell’ex presidente della Camera
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July 12, 2026
Scegliamo un futuro “per sottrazione”: Francesco e il coraggio della rinuncia
Giotto, "Il Miracolo del crocifisso di San Damiano". Assisi, Basilica Superiore
Anche se non avesse ricevuto le stimmate , anche se non avesse compiuto i miracoli che le convinzioni del suo tempo ritenevano necessari per il riconoscimento della santità, la figura di Francesco d’Assisi non perderebbe nulla della sua centralità. Esercita la sua missione mentre in Italia nascono i comuni e, all’interno dei comuni, cresce un ceto di artigiani, notai, mercanti che costituiranno l’ossatura della borghesia italiana come moderna classe dirigente ed economica. Comandano i papi, che tengono testa ai re grazie a un potere temporale che sovrasta di gran lunga quello spirituale. Si accumulano, grazie ai commerci, grandi ricchezze. La rinuncia alle ricchezze è da sempre considerata un atto irragionevole. Ma in una società che cominciava a vedere il suo futuro nella diffusione della ricchezza, scegliere la povertà appariva ben più che un atto irragionevole; appariva sovversione del nuovo ordine sociale che si andava costituendo.
Francesco ha in mente un altro ordine; rompe i rapporti con la famiglia, rinuncia a ogni benessere, cura i lebbrosi, accetta umiliazioni e percosse, professa la rinuncia come fondamento di una vita nuova. In questa scelta si ispira al discorso di Gesù sulle Beatitudini, che conosceva e aveva riscritto e commentato nelle sue Ammonizioni. Esercita l’obbedienza senza sottomissione, pratica la parità tra uomini e donne, tutti creature di Dio: altra sovversione. Oggi, dopo otto secoli, le nomine da parte di papa Leone XIV di due donne a responsabilità elevate non sono state accolte in Vaticano con il favore che meritano.
Parlare di Francesco d’Assisi non è una scelta devozionale. Come avviene per tutte le grandi figure dell’umanità, possiamo cogliere l’occasione dell’anniversario per individuare tra le sue scelte quelle che ancora oggi possono indicarci una strada. Siamo presi tra diverse morse. Chi è oggi l’altro per noi? Francesco abbracciò e curò i lebbrosi. Nei confronti dell’ebreo, aiutati dalla politica sterminatrice del governo Netanyahu, riemergono dai bassifondi delle nostre società discriminazioni , ingiurie, violenze, al punto che una sopravvissuta ad Auschwitz, senatrice della Repubblica, è costretta ad avere la scorta. La pelle nera e la religione islamica fanno nascere nuove esclusioni, omicidi negli Stati Uniti, odio che porta consenso politico in molti Paesi europei, compresa l’Italia. I sostenitori della discriminazione si richiamano al senso comune.
Gramsci aveva distinto il senso comune dal buon senso. Il senso comune è la visione del mondo imposta dalla cultura dominante; il buon senso è il “nucleo sano” del pensiero critico, necessario per sviluppare una consapevolezza autonoma, progressista e coerente. Il senso comune, espressione della cultura dominante al suo tempo, avrebbe suggerito a Francesco di tirare avanti alla vista di un lebbroso. Così fece la prima volta, ma poi tornò indietro, sollecitato dal buon senso, quello ispirato dai Vangeli, scese da cavallo e lo abbracciò. E noi quando abbracceremo quelli che sono discriminati? Dobbiamo ripudiare la guerra in quanto tale o, come dice la Costituzione, ripudiarla solo come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali? Come conciliare le posizioni di chi è contrario per principio a ogni spesa militare e l’articolo 52 della Costituzione («la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino?»).
Francesco nel 1219, mentre è in corso la V Crociata, si imbarca per raggiungere il luogo dei combattimenti. Tommaso da Celano scrive che Francesco intende diffondere la fede in Dio. Si reca nel centro dei combattimenti, a Damietta, la città sul delta del Nilo considerata dai crociati, nell’impossibilità di conquistare Gerusalemme, il passaggio obbligato per raggiungere il Cairo dove avevano sede i comandi generali dell’esercito musulmano. Il 29 agosto del 1219 i crociati subiscono una clamorosa sconfitta: più di seimila soldati muoiono in battaglia. Dopo la sconfitta, Francesco va dal Sultano Malik al-Kâmil, gli spiega la sua fede in Dio e la scelta della povertà assoluta; rifiuta i doni che il Sultano vorrebbe fargli avere. Dalle cronache cristiane risulta che il Sultano non era un guerriero: secondo le parole del cardinale Jacques de Vitry, vescovo di San Giovanni d’Acri, e quindi conoscitore di luoghi e persone, la sua benevolenza «nei riguardi dei cristiani crociati divenne sempre più grande».
Non sappiamo se l’incontro con Francesco abbia favorito questa disposizione d’animo. Ma possiamo comprendere che per Francesco c’era una priorità: sancire, anche davanti a una personalità che apparteneva ad un altro mondo, di così indiscussa autorevolezza, il primato della rinuncia e l’amicizia tra tutti gli esseri umani. Non troviamo parole di condanna esplicita della guerra, ma a lui non interessavano le parole; contavano i comportamenti. Nutrire amicizia per il nemico era il modo migliore per condannare la guerra. «E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io discerno il Figlio di Dio e sono miei signori» lasciò scritto nel suo testamento a proposito del rapporto con gli altri. Criticare quello che i crociati stavano facendo in Egitto avrebbe significato porsi al di sopra di loro, e questo era incompatibile con la sua scelta di vita.
Che cosa della vita di san Francesco si può trasporre nei nostri tempi? L’essenza, cioè il rispetto per l’altro, l’educazione attraverso i comportamenti piuttosto che attraverso le parole, la capacità di costruire comunità. Non chiudersi nell’astrattezza – netto il suo rifiuto dei libri – ma operare nella società. Se un giovane solo, povero, che respingeva ogni vantaggio e rifiutava ogni privilegio ha potuto costruire una comunità così ampia e così diffusa è segno che le costruzioni più imponenti possono nascere anche da una piccola pietra, se la costruzione è accompagnata dalla fiducia nel perseguimento dell’obiettivo.
Noi un futuro giusto non lo costruiremo per accumulazione; potremo invece costruirlo per sottrazione. Perciò ancora oggi serve il coraggio della rinuncia. Non sarebbe una scelta irragionevole. Potrebbe diventare una sovversiva condizione per un ordine diverso, come quell’altra, visto il superfluo che ci circonda.
Tutti gli interventi della serie "San Francesco ci dice che..." si possono leggere cliccando qui.

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