Perché la "processione digitale" non era una processione. E cosa rivela sui gesti della fede

La performance artistica andata in scena nel Cilento non aveva nulla di religioso, nonostante l'uso di simboli e forme che richiamano la devozione popolare. Ma il suo impatto mostra quanto il linguaggio della fede continui ancora oggi a parlare a molti
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July 12, 2026
La "processione digitale" svoltasi nella frazione di Bosco, a San Giovanni a Piro nel Cilento
La "processione digitale" svoltasi nella frazione di Bosco, a San Giovanni a Piro nel Cilento
No, quella non era una “processione” e quelli non erano “fedeli”, le luci non erano lumini e il simulacro sulla portantina trasportata a spalle non era un’effigie sacra. Insomma, in realtà la «prima processione digitale» andata in scena l’altro giorno a Bosco, frazione di San Giovanni a Piro nel Cilento, non era un gesto religioso e non aveva nulla di sacro, anche se aveva la forma esterna di una delle espressioni più care alla devozione popolare. Però le immagini di quell’evento, una performance artistica inserita in un festival locale, hanno fatto il giro della rete, provocando un’ondata di commenti. E in effetti l’impatto visivo delle persone che avanzano portando gli smartphone al posto delle candele e uno schermo al posto della statua di un santo è particolarmente forte per chi conosce il senso dei gesti della fede o per chi è cresciuto in una comunità cristiana. E va bene, si dirà, l’arte è sempre in qualche modo “disturbante”, perché è chiamata a far riflettere spesso attraverso linguaggi che fanno leva sulle emozioni prima ancora che sul pensiero. Ma in questo caso, in realtà, se l’obiettivo era quello, così come dichiarato dagli autori, di mettere al centro la questione del rapporto con la tecnologia, che, specie nella forma dell’intelligenza artificiale, sta diventando sempre più oggetto di un culto spesso inconsapevole, gli unici a sentirsi provocati sono stati proprio coloro che conoscono il senso profondo dei gesti della fede. E questo ancora una volta ci deve spingere a riflettere sull’uso del linguaggio religioso per veicolare messaggi che di religioso hanno poco o nulla. Una tendenza, questa, non nuova e oggetto di studi e ricerche da diverso tempo.
Sì, perché una volta che abbiamo chiarito che quella processione non era organizzata da una comunità cristiana locale (né associativa, né parrocchiale o diocesana) e che la “chiesa” dove è stato posto alla fine lo schermo portato in processione è di proprietà del Comune, oltre a non essere più di fatto un luogo di culto cristiano, appare evidente che in realtà il linguaggio scelto per la performance sia stato semplicemente estrapolato dal suo contesto di origine e in qualche modo usato per altri fini. Di certo quello della provocazione - come si diceva insito in ogni opera d’arte - ma forse in realtà anche quello della visibilità. E in questo non c’è molta differenza tra questa processione digitale e la scelta di usare finti monaci e suore in un finto monastero con tanto di finta Eucaristia per vendere birra (cosa avvenuta qualche mese fa in quel di una fiera di settore). E assomiglia anche all’ormai consolidato uso di simboli e gestualità religiose nella narrativa messa in campo da leader politici dell’attuale panorama nazionale e internazionale. Ma tanto vale: da sempre la fede cristiana e i cristiani stessi sono abituati a lasciare che il mondo travisi i riti e le parole che danno forma al Vangelo nella storia. Alle volte questa dissacrazione avviene per fini di marketing, altre per scopi politici o per ottenere, appunto, una visibilità che altrimenti non si avrebbe. In certi contesti queste appropriazioni avvengono anche in modi violenti. La fede non teme tutto questo, ovviamente, ma forse, come detto, vale la pena fare una riflessione sull’opportunità di sfruttare questi segni astraendoli dal contesto in cui sono nati piegandoli ai propri interessi. D’altra parte, però, questo tipo di operazioni deve anche fare da sprone alla Chiesa stessa: se il linguaggio religioso cristiano e i suoi gesti oggi continuano ad attirare l’attenzione e a raggiungere l’interesse di tanti, allora vuol dire che essi hanno ancora la possibilità di parlare a molte persone che cercano un’esperienza spirituale autentica. Quella che può arrivare solo all’interno della comunità che ha dato origine a questo linguaggio.

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