La conversione di Ana Iris Simón, voce di una generazione che riscopre Dio

La scrittrice e giornalista spagnola, diventata un caso editoriale con "Feria" e oggi tra le voci più originali del dibattito culturale iberico, racconta il cammino che l'ha condotta dall'ateismo militante al cattolicesimo
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July 11, 2026
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Ana Iris Simón
Ana Iris Simón è una delle voci più originali e discusse emerse nel dibattito culturale spagnolo degli ultimi anni. Giornalista e scrittrice, nata nel 1991 nella Mancha e cresciuta in una famiglia di umili lavoratori, si è imposta nel 2020 con Feria, libro autobiografico dedicato ai nonni fieranti, alla vita di paese e a un mondo di legami comunitari progressivamente dissolto. Il successo editoriale si è trasformato in notorietà nazionale nel maggio 2021 quando, al Palazzo della Moncloa, durante la presentazione del progetto governativo España 2050 alla presenza del premier Pedro Sánchez, denunciò il paradosso di una gioventù più istruita dei propri genitori, ma più precaria, incapace di acquistare una casa e spesso costretta a rinviare la nascita di una famiglia. Da allora è diventata una figura difficilmente classificabile. Proveniente dalla sinistra, ha sviluppato una critica radicale di alcune delle idee dominanti del nostro tempo, dal progressismo culturale all'individualismo, riscoprendo il valore delle radici, della comunità e della famiglia.
Un'intervista realizzata nel marzo 2026 per il canale YouTube El Cafetal e condotta da Josué Moreno documenta questa svolta spirituale. Nel clima raccolto di una conversazione davanti a un caffè, l'autrice racconta per la prima volta in modo organico il cammino dall'ateismo militante al cattolicesimo: l'attrazione inspiegabile per la Messa fin dall'infanzia, il ruolo decisivo della nonna credente, gli anni del movimento degli Indignados (15-M), la maternità, la critica al nichilismo del nostro tempo. Il filo conduttore del racconto è la progressiva scoperta di una chiamata presente fin dall'inizio della sua storia personale.
Proponiamo di seguito la trascrizione integrale di quel colloquio. È una testimonianza che permette di osservare dall'interno un fenomeno oggi presente in diversi Paesi europei: la riscoperta del cristianesimo tra giovani cresciuti fuori dalla Chiesa, giunti al cattolicesimo attraverso un cammino segnato dal desiderio di comunità, verità, bellezza, giustizia sociale e famiglia.

Intervista

Si dice che la storia di Cristo sia così strana. Un Messia che nasce in una mangiatoia, circondato da pescatori, pubblicani e prostitute. Un Cristo che muore come un criminale e poi annuncia la sua risurrezione alle donne. La storia di Cristo è così poco conveniente per il potere – quello del suo tempo e quello di tutte le epoche successive – che difficilmente qualcuno avrebbe potuto inventarla.
Farsi domande è una cosa meravigliosa. Smettere di farsele, invece, è pericoloso. In questo luogo vogliamo esplorare le nostre grandi domande davanti a un caffè. Benvenuti al Cafetal.
Josué Moreno: Ana, ci siamo conosciuti a Queridas Hermanas, l'evento organizzato da Cindy, ed è stata la prima volta che ti ho sentita parlare di questo posto.
Ana Iris Simón: Sì, ed eccoci qui, qualche settimana dopo. Per me è un luogo molto speciale. Era tantissimo che non venivo. Abitavo proprio qui accanto, in calle Espíritu Santo, a Malasaña. Siamo nella chiesa di San Antón, in calle Hortaleza.
Io allora ero atea. Completamente atea. E, ogni tanto, senza sapere perché, venivo in questa chiesa. Assistevo alla Messa. Mi sedevo sempre negli ultimi banchi e non partecipavo alla liturgia: non mi alzavo quando ci si alzava, non rispondevo perché non sapevo nemmeno cosa dire. Conoscevo il Padre Nostro, ma credo fosse l'unica preghiera che sapessi.
Il mio coinquilino Carlos, Laura e anche mio cugino, con cui vivevo, ogni tanto mi chiedevano: «Ma perché vai a Messa?». E io rispondevo: «Non lo so». Non avevo una risposta.
L'ultima volta che ci sono venuta è stata la domenica prima della morte di mia nonna. Poi ho lasciato Madrid. Eppure continuavo a venire qui senza sapere il motivo. Questo posto mi aiutava a liberarmi, almeno un po', dei pregiudizi che avevo sulla Chiesa. È una chiesa aperta ventiquattr'ore su ventiquattro, sempre piena di poveri, con la Porta Santa dedicata ai senzatetto. Mi avvicinava a una realtà – quella di Dio e della Chiesa – verso la quale nutrivo moltissimi pregiudizi.
Josué: La prima volta che ti ho sentito raccontare questa cosa ricordo di averti chiesto: «Ma perché?». Poi ho pensato che forse quello non fosse il momento giusto per fartela. Tu eri atea, vivevi qui a Madrid e, all'improvviso, sentivi una specie di impulso a venire ogni tanto a Messa.
Ana: Sì. In realtà già da bambina. Sono cresciuta in una famiglia molto atea da parte di mio padre, profondamente anticlericale. Un anticlericalismo anche militante, perché il mio bisnonno morì in esilio in Francia: era comunista. In un certo senso giustifico l'anticlericalismo della mia famiglia, perché nasce da una vicenda personale, come è successo a tante famiglie spagnole.
Nel processo che portò all'esilio e al carcere di mio bisnonno compariva anche il parroco del paese, durante la guerra civile. Credo che da lì sia nato l'odio di mio nonno verso la Chiesa. Mio nonno crebbe senza suo padre: lui rimase in Spagna con la nonna, mentre il padre era in Francia. Così, per estensione, la Chiesa diventava «quella che mi ha fatto crescere senza padre». A questo si aggiungeva l'identificazione tra Chiesa e nazional-cattolicesimo.
Io sono cresciuta in quell'ambiente fortemente ateo. Però, dalla parte di mia madre, c'era mia nonna. Avevo anche un prozio missionario, morto in Nicaragua a trentatré o trentaquattro anni, e un altro prozio sacerdote ancora vivente. La famiglia di mia madre era cattolica e soprattutto mia nonna era una donna straordinaria. Era una donna semplice dell’Estremadura: non credo avesse mai letto il Vangelo, ma viveva Cristo più di chiunque altro abbia conosciuto.
Mio padre mi trasmetteva una visione atea del mondo. Ricordo che, quando morì una bambina della mia scuola e avevamo entrambe tre anni, mi spiegò che era stata sepolta, che dal suo corpo sarebbero nate delle piante, poi gli animali le avrebbero mangiate e altri animali avrebbero mangiato loro. Una spiegazione un po' tetra, ma anche bella, il ciclo della vita.
Poi arrivava mia nonna e mi diceva: «Non essere sciocca. La tua amichetta è in cielo con gli angioletti». Di nascosto mi metteva addosso gli scapolari, che mio padre poi mi toglieva. Era buffo vivere tra questi due mondi.
È in questo contesto che sono cresciuta.
Proprio quando stavo per compiere nove anni, l'età in cui normalmente si fa la Prima Comunione, morì mia nonna. Morì il giorno del mio compleanno. Era lei che mi portava alle processioni, che mi raccontava sempre la storia di Cristo. Poco dopo mi chiesero: «Vuoi battezzarti?». Io non ero battezzata e risposi di sì.
Credo di averlo fatto per lei. Pensavo: se mia nonna crede in Dio e io credo in mia nonna, perché per me era la persona migliore che sia mai esistita, allora quello che lei crede deve essere vero. Così decisi di ricevere il Battesimo e fare la Prima Comunione. Ancora oggi mio padre mi rimprovera scherzosamente per aver voluto battezzarmi e fare la Comunione.
Non so se un bambino cresciuto in una famiglia atea possa davvero avere fede. Oggi questa domanda mi colpisce molto, perché ho due figli che stanno crescendo in un ambiente di fede e per loro Dio è una presenza naturale. Io, invece, non so se allora credessi davvero in Dio.
Quello che so è che, già prima del Battesimo, scappavo di casa per andare a Messa. I miei genitori facevano il sonnellino pomeridiano e io vivevo in un paesino piccolissimo, Ontígola, che allora aveva circa novecento abitanti. Avevo cinque, sei, sette anni e andavo in chiesa da sola. Mi sedevo lì, in fondo, insieme alle signore del paese.
Ancora oggi mi chiedo che cosa dovessero pensare vedendo una bambina così piccola arrivare da sola alla Messa.
Anzi, ricevetti perfino la Comunione prima della Prima Comunione ufficiale. Quel sacerdote non era quello della mia parrocchia e io decisi, di mia iniziativa, che potevo farla. Mi misi in fila e comunicai diverse volte. Convinsi perfino una mia amica, che ancora oggi non è battezzata, a fare la Comunione insieme a me. Non mi sono mai confessata di questa cosa, ma prima o poi dovrò farlo.
Avevo già allora un'inquietudine religiosa che non sapevo spiegare. Per tutta la vita mi sono raccontata che mi piaceva il rito, che mi affascinavano quelle signore che nei paesini portavano ancora il velo in chiesa, che mi piaceva sentirmi parte di qualcosa.
Oggi credo che fosse molto di più.
Credo che fosse una chiamata. Qualcosa che, da una parte, mi era stato negato dall'ateismo di mio padre e che, dall'altra, forse aveva anche il fascino di ciò che era proibito. Ma soprattutto credo che fosse una chiamata: qualcosa che mi cercava fin da quando ero bambina.
A Malasaña accadeva esattamente la stessa cosa. Era la stessa bambina di sei anni che tornava in chiesa. La differenza è che ormai non osavo più fare la Comunione. Continuavo però ad andare a Messa senza sapere il perché, semplicemente perché mi faceva bene, anche se allora non sarei stata capace di spiegare in che modo.
Josué: Eppure, in quegli anni, continuavi a riconoscerti come atea e anticlericale.
Ana: Sì, assolutamente. Soprattutto negli anni del movimento del 15-M...

Falsa trasgressione

Josué: Eppure, in quegli anni continuavi a riconoscerti come atea e anticlericale.
Ana: Sì, assolutamente. Soprattutto negli anni del movimento del 15-M. Ernesto Castro lo spiega molto bene nel suo libro Memorias y libelos, perché il 15-M a Madrid coincise con la Giornata Mondiale della Gioventù. Io facevo parte di quel movimento e vedevo i giovani del Papa come quelli che rappresentavano il sistema, ciò che era corrotto, la tradizione che allora mi respingeva. Noi, invece, eravamo il contrario: l'avanguardia, l'uomo nuovo, quelli che sarebbero arrivati a trasformare il mondo.
C'era anche una visione molto classista: noi eravamo i «dannati della terra». Poi ci ripenso e mi dico che probabilmente c'erano più veri «dannati della terra» alla Giornata Mondiale della Gioventù che a Puerta del Sol nel 2011. A loro permettevano di occupare le piazze e organizzare i loro eventi perché avevano chiesto i permessi; noi, invece, venivamo dispersi con i manganelli perché non li avevamo chiesti.
In quegli anni provavo un odio molto viscerale verso la Chiesa. Un odio anche molto adolescenziale, e senza chiedermi davvero il perché. Oggi ripenso a certe cose di allora. Qualche tempo fa mi è tornata in mente una maglietta che aveva realizzato mio cugino Pablo, lo stesso con cui poi andai a vivere. Aveva sedici anni, io diciotto. Un giorno arrivò a casa e mi disse: «Guarda che bella sagoma ho fatto». Era un Cristo, disegnato molto bene, ma al posto del Sacro Cuore aveva una svastica nazista. Mi disse di farmi una maglietta con quell'immagine. Non l'ho mai indossata, perché già allora me ne vergognavo. Però oggi, ripensandoci, mi domando che cosa significasse davvero.
Credo che rappresentasse il nichilismo assoluto: la negazione del bene e del male. Per molti anni sono vissuta dentro quel nichilismo, e penso che oggi ci vivano ancora tante persone, perché è ciò che ci viene presentato come desiderabile: negare il bene, la verità e perfino il male, ridurre tutto a qualcosa di relativo.
Ripenso anche a un cortometraggio che realizzai all'università. Rifletteva perfettamente quell'anticlericalismo e quello scetticismo un po' superficiale. Vinse persino un premio. Studiavo regia e, siccome lavoravo, frequentavo pochissimo le lezioni. Alla fine dell'anno bisognava votare il miglior cortometraggio e vinse il mio. Raccontava di una suora che aveva rapporti sessuali, mentre una voce fuori campo metteva in discussione Dio e l'amore divino, esaltando invece l'amore umano. Tutti votarono il mio lavoro come il migliore e io mi sentii molto sovversiva. Solo molti anni dopo mi sono resa conto che, se tutti lo avevano votato, probabilmente non era affatto qualcosa di sovversivo. Era una provocazione piuttosto facile.
Io non ero soltanto atea. Ero, sotto molti aspetti, un'atea militante.

La fede degli atei

Credo che gli atei, almeno per quello che ho visto nella mia famiglia, dedichino a Dio molto più tempo di tanti cattolici non praticanti.
Josué: È una cosa curiosa.
Ana: Sì. Mio nonno, che è morto un mese fa, aveva sulla porta di casa un cartello con scritto: «Io sono ateo. In questa casa si rispettano tutte le credenze». Non era vero... (ride). Però è stato molto bello vedere, in lui e in mio padre, quella che io chiamo la fede degli atei.
Un monaco, che per me è stato molto importante, mi diceva che è rarissimo incontrare un vero ateo. La maggior parte delle persone continua a credere nell'amore. Magari non riconosce che quell'amore è il riflesso di un Amore più grande, ma continua a crederci.
Mio nonno, per esempio, amava mia nonna in un modo straordinario. Lo sapesse oppure no, quel modo di amare era già un'affermazione dell'esistenza di Dio. Mio padre parla di Dio molto più di tanti credenti.
Josué: È interessante. Ne parlavamo anche con Cindy: in fondo le note a piè di pagina della maggior parte dei libri di Nietzsche sono i Vangeli.
Ana: Esatto. Ed è proprio questo che mi interessa osservare. Non chi sostituisce Dio con le energie o con altre forme di spiritualità, ma il vero ateo. Perché sente il bisogno di negare Dio con tanta ostinazione? Io, guardando mio padre, vedo una sete di Dio che continua a essere lì.
Qualche settimana fa mi diceva: «Io non credo in Dio perché, se il cielo esistesse, mia madre sarebbe tornata almeno una volta a stare un po' con me». E quasi ho dovuto dargli ragione, perché mi è sembrato un argomento molto forte. Come può l'amore di una madre, che è forse il più grande che esista quando è autentico, non sopravvivere alla morte?
Eppure credo che, dietro quella frase, ci sia un desiderio profondo di credere, il desiderio di sapere che esiste qualcosa di più. Forse è un desiderio che il dolore – nel suo caso un dolore familiare ereditato – non gli permette di riconoscere. Ma continua a credere nell'amore, e questo è bellissimo.
Simone Weil diceva più o meno che chi compie il bene pensando che il bene produca davvero del bene non è, in fondo, un ateo. E diceva anche che chi pensa che esista qualcuno troppo lontano per poter essere raggiunto dall'amore di Dio, in realtà non ha ancora fede.
Sono abbastanza d'accordo con questa affermazione.

Due eredità

Josué: Com'è il caffè?
Ana: È buonissimo.
Josué: Ti piace?
Ana: Sì. Ero un po' preoccupata perché è senza latte e senza zucchero e mi chiedevo che sapore avrebbe avuto.
Josué: Riesci a sentire qualcosa di particolare?
Ana: Mi sembra quasi un esame... (ride). Direi che ha un sapore di frutti rossi.
Josué: Esatto.
Ana: Sì, ha qualcosa che ricorda i frutti di bosco. È quasi più simile a un tè che al caffè espresso a cui siamo abituati.
Josué: Tra poco ti spiegherò perché. Ha una fermentazione particolare.
Ana: Si sente.
Josué: È un caffè colombiano e l'ho scelto apposta per te, anche se non mi avevi detto quali sapori preferisci.
Ana: È vero. Mi avevi chiesto se ci fosse qualcosa che mi piacesse particolarmente e io ti avevo risposto che adoro il baklava. Però immagino sia difficile trovare un caffè al gusto di baklava... (ride).
Josué: Forse con un po' di cannella e miele ci si potrebbe avvicinare.
Ana: Sì, forse.
Josué: Hai già raccontato molto delle tue origini. Ma, oltre al rapporto con la fede e con tua nonna, che cos'altro bisogna conoscere della tua storia per capire davvero chi sei oggi?
Ana: Credo sia importante sapere che sono cresciuta in una famiglia molto ideologizzata. La mia famiglia paterna era anticlericale e comunista per tradizione, quasi per eredità, senza che nessuno avesse davvero letto Il Capitale o persino il Manifesto del Partito Comunista, che è molto più breve. Così come alcuni ricevono in eredità la fede, altri ricevono un'ideologia.
E, paradossalmente, ne sono molto grata. Mio padre mi ha trasmesso ciò che per lui era più importante: uno sguardo sull'altro, il senso della giustizia sociale. Ed è stato proprio questo, alla fine, a portarmi verso Dio.
Venivo in questa chiesa perché vedevo che ciò per cui mio padre mi aveva educata e per cui mio nonno aveva combattuto non trovava più espressione in un partito politico, mentre qui sì. Qui quella giustizia prendeva carne, diventava qualcosa di concreto. Per questo sarò sempre profondamente grata alla mia famiglia.
Anche alla parte materna, che per molto tempo non ho saputo valorizzare. Da ragazza ero convinta che mio nonno, morto in esilio per la sua ideologia, fosse un eroe. Invece il mio prozio missionario, morto in Nicaragua, mi sembrava soltanto un fanatico.
Oggi questa cosa mi addolora molto. Lui è morto lontano da casa per Dio e per la verità, e io lo guardavo con condiscendenza, come facevo allora con tante persone credenti. Mi rendo conto che è un male molto contemporaneo: mettere l'ideologia davanti a tutto il resto e giudicare le persone prima di tutto per le loro idee.
Per capire chi sono bisogna sapere anche un'altra cosa: sono stata figlia unica fino a dieci anni. Mio fratello è arrivato dopo e credo che anche questo mi abbia segnata profondamente. Quando ripenso alla mia infanzia, mi vengono in mente soprattutto i dialoghi che facevo con me stessa. Vivevo in un paese piccolissimo, c'erano pochissimi bambini e passavo moltissimo tempo da sola. Forse è anche per questo che andavo a Messa. Avevo un mondo interiore molto ricco.
E non era una cosa triste. A volte si pensa che un bambino che cresce molto da solo debba essere stato infelice. Io, invece, sono stata una bambina molto felice. Poi è arrivato mio fratello e sono stata felice anche di avere finalmente un compagno di giochi.

La nonna e gli scapolari

Ma c'è un'altra cosa che mi ha segnata profondamente. Mia nonna era ancora viva e io trascorrevo con lei tutte le estati. I miei nonni materni erano fieranti. Anche questo ha avuto un'enorme influenza su di me: la gioia di mia nonna e quella vita nomade, sempre in viaggio.
Josué: I tuoi nonni erano fieranti?
Ana: Sì, quelli materni. Proprio la nonna che credeva in Dio e che mi metteva gli scapolari di nascosto. Finché è rimasta in vita, ogni estate passavo con loro una o due settimane, spostandomi da una fiera all'altra oppure seguendoli nei mercati del fine settimana.
I miei genitori erano molto giovani: mia madre mi ha avuta a ventidue anni. La sera uscivano spesso e mi lasciavano con mia nonna. Io mi svegliavo alle otto, lei mi preparava, mi pettinava con il Nenuco e poi partivamo insieme per il mercato di Las Mesas, di Puertollano o di qualunque paese fosse in programma quel giorno.
Josué: E che cosa vendevano?
Ana: Giocattoli.
Puoi immaginare quanto fossi felice.
Credo davvero che sia stata mia nonna la persona che più mi ha avvicinata a Dio.
(Si commuove.)
Sì... adesso mi viene da piangere. È stata la prima persona che mi ha condotta verso Dio e, in un certo senso, continua ancora oggi a farlo. Lo ha fatto con una naturalezza e una gioia straordinarie.
Josué: Grazie per avermelo raccontato.
Ana: È che faccio fatica a trovare le parole. Proprio oggi pensavo a un passo che ho letto qualche giorno fa in un libro su santa Teresa di Gesù Bambino. Mi era caduto casualmente dallo scaffale e ho iniziato a leggerlo. All'inizio c'è una lettera che sua madre scrive a una delle figlie. Teresa aveva allora tre anni e le chiese: «Mamma, io andrò in cielo?». La madre rispose: «Sì, se sarai buona». E la bambina replicò: «Se invece non sarò buona e finirò all'inferno, volerò fino al cielo, perché tu sarai lì e mi stringerai così forte che Dio non potrà staccarmi dalle tue braccia».
La madre commentava che Teresa era convinta che l'amore di una madre fosse così grande da essere più forte di qualsiasi altra cosa. È un'immagine che mi è sembrata bellissima e ho pensato subito a mia nonna.
Io, grazie a Dio, non ho perso mia madre. Ma riflettevo sul fatto che l'amore di una madre continua a essere presente in modo quasi tangibile anche quando quella madre non c'è più. Naturalmente esistono madri incapaci di amare, e credo che proprio da quelle ferite nascano alcuni dei dolori più profondi. Ma quando una madre ama davvero, come mia nonna o come la madre di mio padre, quell'amore rimane.
Per questo mi è tornata in mente anche la frase di mio padre: «Se il cielo esistesse, mia madre sarebbe tornata». Io penso invece che il tratto caratteristico dell'amore materno sia proprio questo: continua a esserci anche quando la madre non è più presente. È quello che sento con mia nonna.
Anzi, io ho iniziato a pregare proprio lei, prima ancora di credere in Dio. Me lo suggerì un amico: «Rivolgiti a una persona che hai amato moltissimo e che è morta». Così ho fatto. Ma non l'ho mai pregata con tristezza perché mi mancava. L'ho sempre pregata con gratitudine, ringraziandola per aver fatto parte della mia vita. Ancora oggi sento il suo amore come qualcosa di presente, di concreto, quasi di corporeo. È difficile da spiegare, ma credo che abbia molto a che fare sia con ciò che scriveva santa Teresa di Lisieux, sia con quello che provava mio padre.
Quella sera non risposi a mio padre. Ma più tardi pensavo: «Mia nonna non è che non sia tornata. È che non se n'è mai andata». Un amore così forte, che è proprio dell'amore materno, rimane.
Ho letto recentemente anche un libro di Sofía Brotóns, una ragazza che ha studiato filosofia. Parla della maternità, dell'essere madre. Ama profondamente sua figlia e ama profondamente sua madre. Affronta anche il tema dell'aborto e mi è piaciuto molto perché lo fa senza moralismi, ma anche senza quel moralismo progressista che, in fondo, è un altro tipo di moralismo. Non parte dall'ideologia, ma semplicemente dall'esperienza.
Il libro è pieno di luce. Mi ha colpito la sua capacità di raccontare l'amore di una madre senza sentire il bisogno di giustificarsi. Negli ultimi anni sembrava quasi che, nella letteratura, le donne potessero parlare solo delle fatiche della maternità, o che i figli potessero raccontare soltanto le cattive madri che avevano avuto. Come se ci fossero sempre e solo rimproveri reciproci. E, nello stesso tempo, mi sorprendeva vedere tanti uomini scrivere libri sulla paternità e sull'educazione dei figli con un tono molto romantico.
Leggendo il libro di Sofía mi ha colpito proprio questa capacità di dare voce a un amore così difficile da descrivere, e di farlo con tanta luminosità. È qualcosa che la nostra generazione non ha saputo fare. Non siamo stati capaci di parlare delle cose senza ricorrere all'ironia, senza auto-giustificarci, senza il filtro dell'ideologia. Vedere qualcuno parlare semplicemente dell'amore di una madre mi ha emozionata molto.
Josué: Perché pensi che la nostra generazione non sia riuscita a parlarne? Perché abbiamo sentito il bisogno di mettere sempre una distanza, uno schermo?

Dietro l’ironia, la paura

Ana: Per molti anni sono stata ossessionata dall'ironia, perché la nostra è una generazione che guarda il mondo proprio attraverso l'ironia. C'è un saggio di David Foster Wallace, E Unibus Pluram, in cui dice che la grande malattia del suo tempo – e lo scriveva già decenni fa – era proprio questa: usare l'ironia come modo di rapportarsi al mondo, perché affrontarlo direttamente è troppo doloroso.
Credo che sia così. Dietro c'è un dolore, ma soprattutto una paura. Indossare la maschera dell'ironia è molto comodo.
Josué: Una specie di corazza contro le ferite della vita.
Ana: Esatto. Se non puoi cambiare il mondo, allora ci ridi sopra. Ti avvicini alla realtà protetto da quella barriera. Credo che questo abbia segnato profondamente la produzione culturale del nostro tempo. Però penso anche che qualcosa stia cambiando.
Lo si vede nella musica, nella letteratura. Ci sono opere molto semplici, anche nello stile, che vanno controcorrente proprio perché non sentono il bisogno di essere ironiche, di giustificarsi continuamente o di rifugiarsi nell'ideologia.
Per molto tempo la nostra generazione ha identificato la sovversione con un fine in sé. Era quello che succedeva anche a me con la maglietta del Cristo con la svastica o con il cortometraggio sulla suora. Per decenni l'arte si è limitata a sovvertire, semplicemente perché bisognava sovvertire. Ma una provocazione che non è al servizio del bene, della verità o di qualcosa di più grande finisce per non servire a nulla.
Leggevo recentemente una critica a un'opera di Angélica Liddell. È un'artista che mi interessa molto, soprattutto per la sua personalità. Ma certe provocazioni sembrano non avere altro scopo che la provocazione stessa. E credo che, per molti aspetti, la mia generazione sia stata molto "angélica Liddell". Oggi, però, mi sembra che stia lentamente uscendo da quella logica.
Josué: E che cosa pensi stia cercando?
Ana: Forse la verità. Oppure semplicemente un modo diverso di guardare il mondo, dopo essersi liberata di alcune paure. Le tendenze culturali cambiano. C'è un'idea molto progressista della storia secondo cui tutto procederebbe in linea retta. Ma nell'arte e nella letteratura non è così: il movimento è pendolare. Ci sono epoche nichiliste, poi torna il romanticismo, poi arriverà un'altra generazione che metterà di nuovo tutto in discussione.
Non so esattamente che cosa stia nascendo oggi, ma credo che abbia un valore. Naturalmente c'è anche un rischio: non dobbiamo diventare troppo seri. L'ironia ha il suo posto, e anche la sovversione. La domanda, però, è sempre la stessa: sovvertire che cosa? E per quale scopo?

Diventare madre, diventare figlia

Josué: Questo caffè è stato tostato a Barcellona. Ringrazio Cafés Serra per avercelo fornito. Ha una particolarità: durante la lavorazione subisce una fermentazione anaerobica, cioè senza ossigeno, e alla fine viene aggiunta una nota di mora.
Ana: Ecco cos'era! Si sentiva quel sapore di mora. Adesso capisco.
Josué: Se lo lasci passare un po' dal naso, il gusto si percepisce ancora meglio.
Ana: Sono cose da veri esperti. Non mi era mai venuto in mente di fare una cosa del genere.
Josué: È uno dei passaggi di una degustazione.
Ana: È davvero interessante.
Josué: Ti piace?
Ana: Moltissimo.
Josué: Attenta, perché rischia di diventare un'ossessione.
Ana: Non credo. Richiede un processo troppo lungo e io sono una persona terribilmente impaziente. Ti guardavo mentre macinavi il caffè, lo pesavi con precisione... Mi hai chiesto se mi piacciono i rituali, ma io sono terribile con tutto ciò che richiede tempo.
Mi è venuto in mente un libro che adoro, Objetos a los que acompaño, di Carlos Risco. Parla della poesia degli oggetti che sono appartenuti a qualcun altro, del loro uso quasi rituale. E io pensavo: «Ho perso completamente questa capacità». Ordino qualcosa e il giorno dopo è già a casa. Se si rompe, non ho la pazienza – e forse nemmeno il tempo – di portarlo a riparare: lo butto e ne compro un altro. Tratto gli oggetti come se non avessero un'anima. E questo influenza anche il mio modo di vivere i processi. Vivo tutto troppo in fretta.
Me ne sono accorta soprattutto durante la gravidanza. È stato il primo vero processo della mia vita che mi ha costretta ad aspettare. Un figlio non puoi averlo pagando un'opzione premium perché arrivi quattro mesi prima. E lì ho capito quanto fossi impaziente.
Josué: Ne parlavamo anche con Cindy. L'altro giorno la guardavo lavorare all'uncinetto e pensavo che quei gesti lenti sono tra le poche cose che oggi facciamo senza essere distratti dagli schermi. Per me è lo stesso con il caffè. Sono cinque minuti in cui macino i chicchi, peso tutto, controllo che l'estrazione duri trenta o trentacinque secondi. È quasi un momento liturgico. Mi obbliga a prestare attenzione.
Ana: È una cosa bellissima. Mi succede qualcosa di simile quando vedo mio fratello cucinare. Preparare una lasagna o uno stufato con tutta quella cura... lo invidio, perché io non ne sono capace. Forse uno psicologo mi direbbe che ho un disturbo dell'attenzione... Però è vero che con i miei figli riesco a fermarmi. Quando gioco con loro sono davvero presente.
Certo, hanno una mamma che non cucina benissimo. Per fortuna ci sono i nonni. Quest'anno, per esempio, ai miei genitori i Re Magi hanno regalato una serie di contenitori per il cibo.
Josué: Non sarà stata un'idea tua?
Ana: No, l'avevo scritto nella letterina. I Re hanno fatto quello che hanno potuto... (ride). Però è vero: quei regali "per la casa" sono sempre un po' ambigui.
Mi ricordo che una volta, quando io e il mio compagno stavamo pensando a un regalo per mia madre, lui mi disse: «Ti rendi conto che stai pensando di regalarle un elettrodomestico?». E aveva ragione.
Quest'anno voleva regalarmi il Thermomix. Io lo desideravo tantissimo, ma ho protestato subito. Lo compriamo con i soldi della famiglia, va benissimo. Ma non può essere il regalo che fai a tua moglie. Che razza di regalo è un Thermomix?
Josué: A proposito di trasformazioni, anche il caffè cambia attraverso la tostatura. C'è un momento in cui anche noi esseri umani, in un certo senso, veniamo "tostati". C'è stato un momento in cui hai sentito di essere diventata davvero adulta? Quando hai smesso di essere la bambina che andava per fiere con la nonna ed è nata l'adulta?
Ana: Sai qual è la cosa curiosa? Che io da bambina volevo essere adulta a tutti i costi. Leggevo El País Semanal da quando avevo sei anni, solo perché mi sembrava una cosa da grandi. Scrivevo perfino temi per mio padre criticando la Cuba di Fidel Castro, anche se non ne sapevo assolutamente nulla. Sapevo soltanto che discutere di politica era una cosa da adulti. Mio padre era comunista e io gli lasciavo quei fogli sul letto. Mio figlio maggiore mi assomiglia moltissimo. L'altro giorno gli ho proposto di giocare facendo finta che fosse un bambino di quattro anni e si è quasi offeso. Non vuole essere visto come un bambino. Vuole essere un adulto in miniatura. Esattamente come ero io.
Ana: Per questo faccio fatica a individuare un momento preciso in cui sono diventata adulta. In realtà non mi sono mai sentita davvero bambina. Credo che la vera svolta sia arrivata quando sono diventata madre. È allora che ho iniziato a guardare i miei genitori in modo completamente diverso.
Fino a quel momento li avevo giudicati con quella severità che spesso hanno i figli. Poi, quando sono nati i miei bambini, ho capito che anche loro erano semplicemente due persone. Una coppia. Persone che sbagliavano, che soffrivano, che avevano limiti, peccati, fragilità, e che cercavano comunque di fare del loro meglio. Ho pensato: «Adesso toccherà a me essere quella madre che sbaglierà». È stato allora che ho davvero compreso i miei genitori.
Josué: Glielo hai mai detto?
Ana: No. Ho scritto una lettera a mia madre. È ancora in un cassetto. Non gliel'ho mai consegnata. Mi fa sorridere pensare di aver raccontato quasi tutta la mia vita in un libro letto da migliaia di persone e, allo stesso tempo, di non riuscire a dire certe cose direttamente a lei.
Quest'anno pensavo di lasciargliela per l'Epifania. Alla fine le ho regalato dei contenitori per la cucina e la lettera è rimasta nel cassetto. Dopo questa conversazione, però, gliela darò davvero. Lo prometto.
Credo che i miei genitori sappiano già quanto li ami, ma penso che sia giusto dirglielo. È una cosa che dovremmo fare più spesso.
Anche Sofía Brotóns racconta qualcosa di simile. Quando diventi madre smetti di vedere tua madre come un'istituzione e inizi finalmente a vederla come una persona. Noi figli trasformiamo facilmente i nostri genitori in istituzioni. Ma le istituzioni sono astratte. Le persone no.
Da quando sono diventata madre mi è successo qualcosa di analogo anche rispetto alla politica e alle cause sociali. Prima dicevo: «Mi stanno a cuore la scuola pubblica, la sanità pubblica...». Continuano a starmi a cuore. Ma quando hai davanti il volto concreto di un figlio, tutto cambia. Le idee smettono di essere astratte e diventano persone. Ed è solo allora che il mondo comincia davvero a importarti.
Josué: Tu hai sempre detto di provenire dalla sinistra. Ti sei mai definita comunista?
Ana: No. Non sono mai stata iscritta a un partito e non ho mai avuto una tessera. Mio fratello sì. Mio padre, invece, mi ha sempre detto: «Tu sei troppo anarchica per essere comunista». Ancora oggi continua a dirmelo.
Una volta mi inviò perfino un messaggio dopo aver letto un articolo che mi definiva «un'anarchica cattolica». Mi scrisse: «Non c'è nessuno che riesca a capire che cosa sei». E, in fondo, aveva ragione.
Per molti anni mi sono considerata una persona chiaramente di sinistra. Quando lavoravo a Telva [una delle più importanti riviste femminili spagnole ndr] arrivavo dall'esperienza del 15-M. Ero piena di pregiudizi, molto militante, molto femminista.
Oggi ci sono persone alle quali sento di dover chiedere perdono. Le ho giudicate senza empatia, senza misericordia. Ero convinta di avere sempre ragione. In molti casi, invece, ero io a sbagliare.
Ana: Oggi le etichette mi fanno quasi sorridere. C'è chi continua a darmi della fascista, chi della comunista, chi della conservatrice, chi della progressista. Credo di aver ricevuto praticamente tutte le definizioni possibili.
All'inizio ci soffrivo molto. Poi ho capito che ogni etichetta coglie forse un frammento della realtà, ma non esaurisce mai una persona.
Per molto tempo ho vissuto con un certo rancore verso quelle categorie. Mi avevano insegnato a guardare gli altri con una specie di superiorità morale, senza carità. E oggi quel modo di stare al mondo non mi appartiene più.
Naturalmente molte delle convinzioni che avevo allora continuano a far parte di me. Un'amica, qualche tempo fa, mi disse quasi rimproverandomi: «Una volta sul femminismo la pensavi diversamente». E io le risposi: «Per fortuna».
Per fortuna, perché significa che in questi anni ho parlato con persone diverse, le ho ascoltate, ho letto libri e mi sono lasciata cambiare dagli incontri che ho fatto. Spero di continuare a farlo.
Non credo che questo significhi essere relativisti. Significa semplicemente riconoscere che la verità è molto più grande delle idee alle quali, in certi momenti della vita, ci aggrappiamo. E spero di continuare ancora molte volte a scoprire di essermi sbagliata.

Parlare con tutti

Josué: C'è una cosa che mi colpisce molto di te. Accetti inviti da ambienti molto diversi tra loro. C'è chi ti critica perché partecipi a incontri organizzati da persone considerate di destra, altri perché continui a dialogare con persone di sinistra. Sembra quasi che oggi il semplice fatto di sedersi a parlare con qualcuno venga interpretato come una presa di posizione.
Ana: Sì, succede continuamente. Ed è una delle cose che mi rattristano di più.
Mi sembra soprattutto una mancanza di carità. Non riesco a capire perché dovrebbe essere sbagliato sedersi a parlare con una persona soltanto perché appartiene a uno schieramento politico diverso dal tuo. È come se oggi si dicesse: «Con quella persona non puoi nemmeno prendere un caffè». Mi sembra assurdo.
Non stiamo parlando dell'assassino di tuo padre o di tua madre. E, a dire il vero, neppure in quel caso sono sicura che il Vangelo ci permetta di smettere di dialogare.
Un monaco che per me è stato molto importante mi raccontò una storia che non dimenticherò mai.
Durante la guerra civile avevano ucciso due figli di sua nonna. Molti anni dopo, quella donna stava passeggiando con il nipote quando incontrò per strada un uomo. Lo salutò con grande cordialità.
Il bambino le chiese: «Chi è?».
Lei rispose: «È l'uomo che ha ucciso tuo zio».
Il nipote rimase sconvolto. E allora la nonna aggiunse: «Prima era un pover'uomo. Grazie al nostro perdono ha smesso di esserlo».
Questa storia mi accompagna spesso. Ogni volta che la ricordo mi domando: come potrei credere di essere migliore di quella donna? Come potrei pensare di avere sofferto più di lei? Se una persona che ha vissuto un dolore così grande è stata capace di perdonare, con quale diritto io dovrei rifiutarmi perfino di parlare con qualcuno soltanto perché vota un partito diverso dal mio?
Mi sembra una cosa profondamente assurda. Per questo oggi accetto praticamente tutti gli inviti che ricevo. Vado ovunque. E dico sempre esattamente le stesse cose.
Qualche tempo fa ho partecipato a un incontro che molti giornali, perfino El País, hanno descritto come «un evento della destra». In quell'occasione ho parlato di Pasolini, di Simone Weil e di mio nonno comunista.
Se, lo stesso giorno, mi avessero invitata in un circolo di Podemos a Getafe, avrei pronunciato esattamente lo stesso discorso. Non cambio le mie parole a seconda del pubblico.
Finché mi inviteranno lasciandomi la libertà di dire ciò che penso, continuerò ad andare ovunque.
Mi sembra la cosa più normale del mondo.
Josué: In questi anni hai parlato spesso della tua conversione. Ma c'è una cosa che mi incuriosisce. Molte persone raccontano di essere arrivate alla fede attraverso un'esperienza mistica, una lettura, un sacerdote. Nel tuo caso, invece, sembra che tutto sia passato attraverso la famiglia.

La strada verso Dio

Ana: Sì, assolutamente. Se guardo indietro mi accorgo che Dio è arrivato a me attraverso persone concrete. Prima mia nonna. Poi mio padre.
Può sembrare strano, perché mio padre è ateo. Eppure è lui che mi ha trasmesso il senso della giustizia, dell'attenzione agli ultimi, della dignità di ogni persona. Tutte cose che oggi riconosco come profondamente cristiane.
Per molto tempo ho creduto che Dio e la giustizia sociale appartenessero a mondi diversi. Pensavo che la prima fosse patrimonio della Chiesa e la seconda della sinistra. A un certo punto mi sono resa conto che non era così.
Mi sono accorta che la Chiesa viveva concretamente proprio ciò che mio padre mi aveva insegnato ad amare.
È stato allora che molte cose hanno iniziato ad andare al loro posto.
Per questo non vivo la mia conversione come una rottura con la mia famiglia. Al contrario. La vivo come un compimento.
Non penso di aver tradito mio padre. Penso di essere arrivata fino in fondo a ciò che lui stesso mi aveva insegnato.

La Chiesa che ho incontrato

Quando si parla della Chiesa si discute spesso delle sue idee. Io, invece, ho incontrato innanzitutto delle persone.
Persone che vivevano con una gioia difficile da spiegare. Persone che si prendevano cura degli altri senza chiedere nulla in cambio. Persone che mi hanno voluto bene quando non avevano nessun motivo per farlo.
Questo è ciò che mi ha cambiata.
Naturalmente poi sono arrivati anche lo studio, la lettura, la riflessione. Ma prima di tutto è arrivato l'incontro con delle persone.
Per questo mi preoccupa quando riduciamo il cristianesimo a una battaglia culturale o politica. Il cristianesimo è innanzitutto un incontro. È quello che è successo a me.

La forza della liturgia

C'è un'altra cosa che mi ha sempre colpita, perfino quando ero atea. La liturgia.
Io non capivo quasi nulla di quello che succedeva durante la Messa. Eppure percepivo che lì accadeva qualcosa. Mi attirava il silenzio. Mi attiravano i gesti. Mi attirava la bellezza.
Per anni mi sono raccontata che era soltanto un interesse estetico. Oggi non lo credo più. Oggi penso che quella bellezza fosse già una forma di chiamata.
La liturgia possiede una forza che non dipende dalla nostra capacità di comprenderla. Può parlare anche a chi è lontanissimo dalla fede. Io ne sono la prova.
Josué: Ana, grazie davvero.
Ana: Grazie a te. È stata una conversazione bellissima.

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