Lampedusa è tornata nel suo buco nero (e per i migranti non ci sono bagni agibili)
Sei servizi su sei al molo papa Francesco sono malfunzionanti. Alcuni sono intasati, altri perdono acqua. Le porte crollano. Per lavarsi ci sono poche bottigliette d'acqua, «ma non bastano alle donne che hanno appena partorito»

È trascorsa solo una settimana dalla visita di papa Leone XIV a Lampedusa e Giuseppe Lo Verde è già tornato al suo lavoro di sempre: pulire i bagni del molo “papa Francesco”. Quei servizi sono il primo luogo ad accogliere migranti sbarcati in Italia dopo giorni di navigazione, spesso alla deriva, in mezzo al Mediterraneo. «E sono in condizioni inaccettabili», denuncia Lo Verde. Da almeno tre anni, tutti e sei i bagni sono malfunzionanti: alcuni non caricano acqua, altri ne perdono talmente tanta da esaurire l’unica cisterna presente in pochissimi utilizzi. Le porte sono completamente scardinate e più volte sono cadute addosso a operatori e persone migranti, tra i quali anche qualche bambino. Mancano carta igienica e sapone. Dai lavandini non esce più acqua. «Ogni volta che c’è uno sbarco – spiega Lo Verde, dipendente della prefettura di Agrigento –, recupero una tanica di acqua da mille litri. Poi preparo subito i secchi, perché se mettessi l’acqua nel circuito si disperderebbe tra i mattoni. Quindi, ogni volta che un migrante esce dal bagno entro io a scaricare l’acqua con il secchio». In attesa di un aiuto delle autorità, finora mai arrivato, più volte Lo Verde ha anche riparato la struttura a spese proprie e comprato i beni necessari. «La carta igienica qua non è mai esistita», sintetizza.

Il tempo che le persone migranti trascorrono nel molo “papa Francesco” non è molto – la prima mezz’ora circa della loro permanenza in Italia –, ma è fondamentale per migliorare le loro condizioni igienico-sanitarie. Dopo lo sbarco nell’area militarizzata dell’isola, uomini, donne e bambini subito manifestano l’esigenza di trovare un bagno. Per molti, quelli sono i primi veri servizi igienici che incontrano dopo giorni di navigazione, nottate nei lager libici e settimane di viaggio nel deserto. Eppure, non trovano altro che una bottiglietta d’acqua per sciacquarsi il viso e tutto il corpo. A fornirgliele sono i volontari delle associazioni o degli ordini religiosi che le raccolgono da quelle che la Croce Rossa distribuisce sull’isola a qualche minuto dallo sbarco. Altre volte, le recuperano direttamente tra quelle che i migranti lasciano al molo. «Ma a cosa può servire una sola bottiglietta d’acqua a una donna che ha appena partorito?», chiede suor Angela Cimino che per due anni è stata volontaria a Lampedusa. Da quando l’ha lasciata per trasferirsi a Porto Empedocle, nove mesi fa, continua a pensare alle condizioni in cui vengono accolti i migranti in Italia: «Accompagnare i fratelli che chiedono di andare al bagno senza poter dare acqua e con i sanitari rotti – racconta – è una sofferenza continua, il dolore più grande della mia missione».
La speranza di suor Cimino, come quella di tutti gli altri operatori a Lampedusa, si era accesa con l’arrivo di papa Leone XIV sull’isola. Ma è bastato poco a spegnerla. Nei giorni della visita è comparso sulla porta dei bagni un cartello che recitava “Fuori servizio”. Ma, a qualche ora dal saluto del Pontefice, se ne è andata anche quell’insegna lasciando i 300 migranti sbarcati nella scorsa settimana di nuovo alle prese con la struttura fatiscente. «La gioia per la visita del Papa – racconta suor Cimiano – di fronte a quel cartello è diventata subito sofferenza».

Ma i disagi del molo “papa Francesco” non si fermano ai bagni. Ad aggravare la situazione negli scorsi mesi è stato il ciclone “Harry”, che ha sradicato un cancello e innescato diversi guasti tecnici che in questa settimana hanno fatto saltare anche l’illuminazione elettrica. «Gli sbarchi di notte ormai avvengono a buio completo» spiega Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope. «Questo genera un caos incredibile – continua –. Banalmente, le distribuzioni di acqua e cibo sono complicate». Non solo. La scarsa visibilità sarebbe anche una minaccia per la sicurezza dei migranti, che al molo devono camminare evitando circuiti elettrici scoperti. «Se a questo aggiungiamo che quando arrivano in bagno non possono neppure sciacquarsi la faccia, è facile concludere che le persone che sbarcano a Lampedusa non sono accolte in modo dignitoso», sostiene Saccomandi.
Negli scorsi anni, il Forum Lampedusa solidale più volte ha chiesto un intervento urgente per migliorare le condizioni igienico-sanitarie del molo. Ma la risposta è rimasta incastrata in un rimpallo di competenze tra Comune, Guardia costiera e Regione. «Avevamo trovato anche aziende disposte a rimettere a posto i bagni a prezzi bassissimi – spiega Saccomandi – ma le autorità interpellate hanno sempre risposto che non è affar loro». Il risultato è che, per il momento, le spese più urgenti le ha sostenute Giuseppe Lo Verde. A partire da alcuni led costati «un’ottantina di euro» e installati qualche giorno fa. Sullo stato di salute dei bagni, anche il dipendente della prefettura di Agrigento sembra sempre meno ottimista: «Se la situazione resta questa, prima o poi sarò costretto a chiuderli».
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