Per gli psicologi l'IA è un aiuto, ma per i pazienti parlare con un chatbot è un rischio

La usano quasi 6 professionisti su dieci, secondo una ricerca del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi, soprattutto per elaborare documenti e revisioni scientifiche. Ma preoccupa l'illusione di cura e autodiagnosi da parte dei cittadini, che ritardano o evitano il ricorso all'aiuto di un terapista
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July 11, 2026
Per gli psicologi l'IA è un aiuto, ma per i pazienti parlare con un chatbot è un rischio
Valentina Di Mattei, presidente dell'Ordine degli psicologi della Lombardia, illustra la ricerca
L’intelligenza artificiale (Ia) è diventata un tema ineludibile in ogni settore economico e quasi in ogni professione. Non fa eccezione quella dello psicologo, come testimonia la ricerca presentata a Milano ed elaborata dal gruppo di lavoro “Intelligenza artificiale: innovazione, applicazione ed etica”, istituito dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (Cnop) e coordinato da Valentina Di Mattei, consigliera nazionale e presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia: quasi 6 psicologi su dieci (il 58,76%) dichiarano di aver fatto uso della Ia nella pratica professionale, mentre il 55,04% segnala che i pazienti utilizzano strumenti di Ia per la gestione di aspetti emotivi, relazionali, legati alla solitudine o alla diagnosi. L’uso di Ia negli ambiti della cura riveste particolare delicatezza, e la legge 132/2025 stabilisce che possa essere ammessa esclusivamente come strumento di supporto all’attività professionale dello psicologo, al quale resta la responsabilità clinica e deontologica in ogni fase del processo terapeutico e valutativo. «Per la prima volta – osserva Di Mattei – disponiamo di dati che ci consentono di superare impressioni e timori, comprendendo come la tecnologia stia già entrando nella pratica professionale e nella relazione di cura. Da qui vogliamo partire per costruire formazione, linee guida e strumenti che accompagnino un’innovazione responsabile».
La ricerca è stata rivolta a tutti gli iscritti all’Albo degli psicologi in Italia: circa 149mila professionisti, di cui 73mila hanno conseguito la specializzazione e sono anche psicoterapeuti. Diffusi attraverso la rete degli Ordini regionali e il Cnop, sono stati raccolti circa 6mila questionari compilati «ottenendo un campione molto ampio e distribuito sull’intero territorio nazionale». Dei partecipanti il 77,03% è rappresentato da clinici e psicoterapeuti; quanto all’età, il gruppo prevalente (28,29%) è quello dei 40-49enni, seguito dai 30-39enni (24,08%) e dai 50-59enni (22,90%). Quanto all’ambito lavorativo, prevalgono la psicologia clinica e la psicoterapia (77,73%), seguite dalla psicologia scolastica ed educativa (18,35%), dalla psicologia della salute e del benessere (16,32%) e dalla psicologia del lavoro e delle organizzazioni (11,45%); meno rappresentati gli ambiti della psicologia giuridico-forense, della ricerca, dell’accademia e della psicologia dello sport.
L’utilizzo di Ia nella pratica professionale degli psicologi (in alcune domande erano possibili risposte multiple) riguarda in particolare l’elaborazione di documenti (mail, revisione testi, sintesi) sperimentata da oltre la metà di chi ha risposto (52,89%), per ricerca e revisione scientifica dal 25,84%, per documenti clinici dal 25,63% (report, relazioni, cartelle cliniche), un po’ meno per autoformazione (20,66%) e attività amministrative (18,65%). In linea con le attività sono gli strumenti utilizzati, con la netta prevalenza (68,95%) di chatbot generativi (il più noto è ChatGpt), seguiti da generatori di immagini e strumenti di trascrizione, il che significa un utilizzo di strumenti di uso generale adattati ai propri scopi.
Ma l’ambito più delicato è quello della relazione con i pazienti, i quali spesso già di propria iniziativa fanno uso di Ia, che anzi, come riferito da Luca Bernardelli (componente del gruppo di lavoro Cnop che si è occupato dell’indagine), rappresenta già un rischio di dipendenze e comportamenti problematici, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione. Circa un terzo dei professionisti ha approfondito con i propri pazienti gli strumenti di Ia, discutendone anche limiti e rischi. E il 79,45% degli psicologi ha segnalato che il rischio più rilevante è l’illusione di cura e autodiagnosi, inducendo la falsa percezione di aver ricevuto un supporto clinico adeguato, ritardando o sostituendo il ricorso a un professionista.
Ma esistono anche altri rischi: una riduzione della relazione umana (65,4%), la dipendenza emotiva dai chatbot (52,6%) e la diffusione di contenuti non accurati (47,1%). Peraltro, se opportunamente supervisionata, riferiscono gli psicologi, l’Ia può rappresentare uno strumento di monitoraggio di abitudini, stati d’animo e sintomi (per il 49,43% degli interpellati), di miglioramento dell’alfabetizzazione psicologica (38,19%) e di sviluppo di competenze per riconoscere ed esprimere i propri vissuti emotivi (22,34%).
La direzione per l’uso dell’Ia in psicologia auspicata da chi ha partecipato alla ricerca è la presenza di garanzie etiche e normative: per il 61,58% la supervisione umana, cioè il controllo e la responsabilità decisionale in ogni fase del processo clinico devono restare in capo al professionista; per il 52,82% serve l’elaborazione di linee guida professionali, con la definizione di standard chiari a livello nazionale; per il 52,01% va gestita la tutela della privacy.
Gli psicologi auspicano quindi l’elaborazione di linee guida, la promozione della ricerca, l’investimento nella formazione, la sensibilizzazione dei pazienti, garantendo che nella salute mentale l’uso della Ia venga effettuato sempre con la supervisione umana, del professionista e del terapeuta. La survey rappresenta il primo passo di un percorso che il Cnop intende sviluppare insieme alle istituzioni, al mondo della ricerca e alla comunità professionale: «E contiamo di aggiornare la nostra rilevazione ogni anno» ha concluso Valentina Di Mattei.

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