Data center, sale la protesta: «Ma evitiamo pregiudizi»
Sabato mattina manifestazione dei comitati a Lacchiarella, dove è previsto un grande impianto. Ma Infurna, sindaco di Certosa, auspica un confronto aperto sul tema: «Tra Milano e Pavia può nascere
la Silicon valley italiana» I tanti progetti
in arrivo agitano
la popolazione: «Il territorio è a rischio»

La sollevazione popolare anti data center prosegue. Tra Milano e Pavia spuntano comitati come funghi: sabato scorso si sono riuniti a Certosa per dare vita a una rete in grado di arginare l’invasione dei “depositi digitali”. L’evento, battezzato con acume “Festival dell’intelligenza naturale”, è stato l’occasione per fare il punto su tutte le insidie ambientali nascoste nello sbarco di mastodontiche strutture al servizio dell’IA. Dalle emissioni al rischio sversamento (i generatori di emergenza sono alimentati da cisterne di gasolio), passando per le famigerate “isole di calore” innescate dagli insediamenti, le questioni aperte sono tante.
Il fronte della protesta avanza rapidamente: sabato 11 alle 10 a Lacchiarella è in programma la manifestazione di piazza “Facciamo rumore”, indetta dal comitato Ciarlasco per la tutela del territorio, sceso da mesi sul sentiero di guerra per fermare il progetto locale, considerato «il più grande d’Italia e d’Europa, per una potenza di circa 300 Mwit», spiegano gli attivisti, che mettono in guardia contro altri interventi già previsti: «Nel triangolo Lacchiarella – Zibido San giacomo- Binasco, oltre a questo datacenter, sono in progetto anche un altro impianto gigantesco della K2 Strategics (5,6 miliardi di euro di valore), una nuova stazione elettrica Terna da 100 mila metri quadrati, funzionale all’alimentazione dei datacenter, una Bess (impianto elettrochimico, ndr) con 160 container di batterie al lito, come accumulo d’energia per i picchi di domanda. Tutto questo prenderà circa 800 mila metri quadri di suolo greenfield ».
Ma, mentre il comitato chiede massiccia partecipazione perché «quello che sta succedendo attorno a Milano cambierà per sempre il futuro di questo territorio», dal variegato (e frammentato) panorama della politica locale, si leva un invito ad evitare crociate ideologiche. A costo di sfidare l’impopolarità, il sindaco di Certosa Marcello Infurna respinge la «demonizzazione» dei data center e difende l’operato della sua amministrazione a proposito dell’insediamento che dovrebbe sorgere al confine con Borgarello. «Meglio governare i processi, anziché subirli. Quindi preferisco informarmi prima di prendere decisioni. Il progetto che ricade sul nostro territorio, peraltro in una zona già destinata a uso produttivo, è attualmente sottoposto a Valutazione ambientale strategica: essendo un intervento di dimensioni contenute avremmo potuto tirare dritto e dare il via libera con semplici prescrizioni, ma visto che erano emerse criticità da parte di Provincia e Sovrintendenza abbiamo preferito fermarci e prenderci il tempo che serve per una decisione trasparente e serena. Sottolineando però che da Ats e Arpa non erano arrivati rilievi negativi». Infurna, che non ci sta a passare per divoratore di suolo («nemmeno per sogno») ridimensiona l’impatto del progetto: «I 130 mila mq di cui si parla? Per il 45% saranno coperti da bosco, i capannoni ne occuperanno solo 27 mila». Quanto al rischio della nuvola di smog che si leverebbe dai generatori di emergenza, il sindaco liquida così il pericolo: «Negli ultimi 30 anni in Italia si è visto solo un black out. Sarebbe un evento eccezionale e comunque ridotto. Mi preoccupano di più i 30 mila veicoli che percorrono ogni giorno la Sp35». E il rumore delle ventole di raffreddamento? «I data center esistono anche in città, oltre che in vari paesi vicini. E nessuno finora ha mai detto nulla. Vorrei capire perché tutti si scagliano contro di noi per un insediamento che si manterrà a 150 metri dalle case. Se arrivasse un’altra attività, ad esempio un’officina, potrebbe invece esser costruita a ridosso delle abitazioni, secondo le regole urbanistiche in vigore». Non tutto il male viene per nuocere, insomma, anche perché secondo il sindaco il data center porterà «100 posti di lavoro altamente qualificati», oltre a un potenziale indotto. «Questa zona potrebbe diventare la Silicon valley italiana» immagina. Ma è proprio quello che i comitati vogliono scongiurare. «Su che basi non si sa, visto che ancora non esistono studi scientifici ed epidemiologici che evidenzino la nocività dei data center». Meglio prevenire che curare, però. E almeno su questo punto Infurna concorda: «C’è un problema di pianificazione, certamente sarebbe meglio non concentrare in pochi chilometri quadrati troppi data center, soprattutto i cosiddetti hyperscale ». Questione di buon senso, prima che politica. «Non siamo a priori favorevoli né contrari: l’importante è discutere su dati reali, non sui pregiudizi».
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