L'appello di Diana, ucraina adottata in Italia: «Ora cerco i miei fratelli»

Diana Salvatori, 24 anni, è stata abbandonata dalla madre al gelo di Kharkiv quando aveva due anni. In tv ha scoperto dell’esistenza dei parenti Nikolaj, Vyatcheslav e Sofia e oggi chiede ai genitori adottivi «di dire la verità»
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July 10, 2026
L'appello di Diana, ucraina adottata in Italia: «Ora cerco i miei fratelli»
Diana Salvatori
Il gelo che le era entrato nelle ossa quando, ancora neonata, la tossicodipendente mamma Valentina l’aveva abbandonata su un passeggino nel parco di Kharkiv, Diana Salvatori l’ha trasformato in calore umano. E adesso ha deciso di aiutare quelli come lei.
Nata 24 anni fa in Ucraina, Dianka Kukhtina Aleksandrovna (questo il suo nome alla nascita), vive a Terni da quando ne ha 2, adottata da una famiglia umbra dopo aver passato i primi anni della sua vita in un orfanatrofio della sua città natale. Avvenire aveva già raccontato in parte la sua storia di riscatto, di come anche attraverso i social era riuscita a riannodare alcuni fili della sua famiglia. Dopo 19 anni, grazie ad un programma della tv ucraina simile al nostro “Chi l’ha visto”, era riuscita a ritrovare un suo fratello, Nikolaj, e aveva scoperto di averne un altro, Vyatcheslav, entrambi più grandi. Non li aveva mai conosciuti, perché anche loro erano stati abbandonati: «Uno era scappato di casa a 4 anni - spiega Diana -, per sfuggire alle botte. Lo hanno ritrovato in un vagone della metro. L’altro fu lasciato nel bosco». Ora però la ricerca prosegue: «So di avere anche una sorella: l’abbiamo scoperto facendo delle ricerche. Si chiama Sofia ed è stata adottata da una famiglia italiana. Oggi dovrebbe avere 14 anni e non sa di essere stata adottata. So per certo che i suoi genitori conoscono la nostra storia, l’hanno vista in tv (Diana è stata ospite anche in alcuni programmi Rai, ndr). Quindi mi rivolgo ai suoi genitori: ditele la verità, è giusto che la conosca. E fateci mettere in contatto. Poi, quando sarà grande, sceglierà se incontrarci. Quello che voglio dire a lei e ai genitori è che essere adottati non è una vergogna, anzi rende forti perché hai già affrontato sofferenze. Per me è stato un dono, Emiliana e Leonardo sono per me i miei genitori, a tutti gli effetti».
Intanto, mentre studia psicologia e fa lavori saltuari, Diana ha realizzato un primo sogno, quello di costruire una rete fra tutti i ragazzi adottati: «Ho creato un canale Telegram gratuito, si chiama “La voce degli adottati”, per riunire noi ragazzi o anche adulti nella mia stessa condizione, per condividere emozioni. L’ho pensato come un luogo di confronto e mutuo aiuto “tra pari”, anche se vorrei inserire prima o poi un professionista di supporto, perché può servire ad alcuni per superare blocchi o paure. Inoltre il gruppo è aperto anche ai genitori che vogliono comprendere questo universo senza filtri o giudizi».
Ma non c’è solo questo. Diana ha deciso di raccontarsi in un libro autobiografico, “La bambina nel gelo”, nel quale ha riversato dentro tutta la sofferenza di un’infanzia complessa, trascorsa fra lo scherno dei coetanei perché non conosceva la lingua e le difficoltà di adattamento dopo due anni passati a dormire sul pavimento e mangiando quasi niente, fino al primo amore, una storia tossica che le ha lasciato altre cicatrici: «L’ho imparato a mie spese - sottolinea –: chi ti alza le mani non ti ama. Per tutto quello che ho passato, dico ai ragazzi come me: non abbiate paura, non sentitevi sbagliati. Quello che avete vissuto vi rende forti. Ho sofferto anche io, sono entrata in depressione. Ma ora che l’ho superata voglio mettermi a disposizione dei giovani come me: condividere il dolore può diventare una luce preziosa».
A darle forza, oltre ai genitori adottivi, anche i due fratelli ritrovati, coi quali si sente spesso: «Uno è costretto a vivere nascosto, perché altrimenti dovrebbe andare a combattere questa maledetta guerra – dice Diana –. Proprio pochi giorni fa un missile è caduto sulla casa della famiglia dove vive uno di loro. Lanciano razzi di continuo, sempre più spesso sulle abitazioni dei civili. Non ne possono più».

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