E Stefano nacque sano. A dispetto dei fantasmi della diossina di Seveso
di Pierfranco Redaelli, Seveso (Monza e Brianza)
La madre Adele Asnaghi subì pressioni per abortire, ma lei disse no: «Ciò che Dio vuole non è mai troppo». Armando Nava ricorda la fede della moglie e le risposte a chi la invitava a interrompere la gravidanza. Il figlio venne alla luce nel febbraio 1977

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana parteciperanno, domani venerdì 10 luglio, alla commemorazione dell’incidente di Seveso, nel giorno del 50esimo anniversario, che provocò la fuoriuscita e la dispersione nell’atmosfera di una nube di diossina dallo stabilimento Icmesa. L’evento si svolgerà al Bosco delle Querce nella zona maggiormente contaminata, in due momenti distinti: il primo alle ore 10.40 nell’area antistante al “grande pioppo” dove è in programma un flash mob (ingresso da via Redipuglia); il secondo alle ore 11 nella tensostruttura che ospiterà la cerimonia istituzionale con interventi delle autorità, filmati e testimonianze (ingresso da via Ada Negri).
Contro tutto e contro tutti, a partire dai parenti. Adele Asnaghi quel 10 luglio era in attesa del secondo figlio e di abortire non ne voleva sapere. «Quello che Dio vuole non è mai troppo, il Signore c’è e guarda giù», queste le parole dense di fede con le quali rispondeva alle insistenti pressioni che venivano da più parti. A raccontarlo è il marito Armando Nava, nella sua casa di Cesano Maderno e non nasconde che anche lui l’aveva invitata a riflettere.
Questa tragedia aveva dato voce e forza a movimenti favorevoli alla legalizzazione dell’aborto, senza dimenticare che anche il sistema sanitario sosteneva l’opportunità per le donne di abortire, perché a loro dire, c’era il sospetto (che si rivelò infondato) di gravi malformazioni dei nascituri. Patologie che le successive diagnosi fetali non rilevarono. Almeno 26 furono le interruzioni di gravidanza registrate. Sempre Armando, invece, ricorda la gioia, il 25 febbraio 1977, alla nascita di Stefano, in perfetta salute. Nava ricorda le ispezioni degli uomini “bianchi” alla sua abitazione nei primi giorni dopo lo scoppio dell’Icmesa, forse due o tre, per raccomandarci di non mangiare la verdura dell’orto, per sequestrare e sopprimere gli animali da cortile. E aggiunge: «Non avevo paura. Nel giardino c’era un pesco che portava sui rami pesche stupende. Le abbiamo mangiate tutti, e nessuno ha avuto conseguenze».
A ricordare i giorni difficili è un pensionato di Baruccana che si sofferma sulle difficoltà che hanno subito non solo gli abitanti di Seveso, ma anche quelli di questa frazione, e quelli della confinante Meda. La diossina ha distrutto con una parte della natura l’economia di una città, la dignità di migliaia di persone. Attività artigianali e commerciali scomparse, case e abitazioni abbattute. Persino andare in vacanze era difficile. Quando gli albergatori sentivano la parola Seveso, la risposta era: «Mi spiace siamo al completo». Sono in molti a ricordare le figure storiche che hanno lavorato per salvare Seveso, la sua storia, la sua cultura, la grande tradizione religiosa. Su tutti il sindaco Francesco Rocca, il medico Ambrogio Bertoglio, il prevosto don Giulio Bottani, il giovane prete dell’oratorio, don Costante Cereda ma anche la visita del cardinale Giovanni Colombo. Senza dimenticare la figura di Paolo Mocarelli, in quel 1976 primario del servizio di Medicina di laboratorio dell’Ospedale di Desio che ha eseguito migliaia di esami clinici per monitorare eventuali danni all’organismo, conservando poi migliaia di provette che hanno permesso, anni dopo, grazie alle nuove tecnologie, di verificare le conseguenze sul sangue. Anche allora non mancarono i negazionisti, abitanti che sostenevano che tutto era una gran messa in scena per cercare di trarne un vantaggio economico. C’è da dire che per la diossina non si sono registrate vittime. A “pagare”, ma per motivi politici, fu, il 5 febbraio 1980, Paolo Paoletti, responsabile della produzione di Icmesa, ammazzato a Monza in un attentato rivendicato da Prima linea.
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