E ai Mondiali di vela sugli atleti russi e ucraini soffia un altro vento

Il gesto durante la competizione organizzata dal World Sailing sul lago di Biscarrosse, in Francia. Alla barca russa manca un’attrezzatura: i “nemici” gliela forniscono. «Si sono scambiati battute, hanno riso insieme. Un seme di luce, pazzesca e folle»
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July 9, 2026
E ai Mondiali di vela sugli atleti russi e ucraini soffia un altro vento
Una gara di vela classe 420: una categoria giovanile, la più importante del mondo per quell’età. Partecipano ragazze e ragazzi dai quindici ai diciotto anni /Alamy
Dario è un giovane appassionato di vela da sempre e velista a sua volta. Al termine degli studi è riuscito a coronare il suo sogno: lavora come tecnico nei più prestigiosi eventi internazionali. In questi giorni, dal 6 all’11 luglio, è impegnato nel Mondiale di vela classe 420. Si tratta di una categoria giovanile: alla competizione, la più importante del mondo per quell’età, partecipano ragazze e ragazzi dal quindici ai diciotto anni. L’evento è organizzato dal World Sailing, la federazione mondiale di barca a vela, sul lago di Biscarrosse, in Francia.
Dario mi racconta il suo mondo con entusiasmo: «In acqua la competizione è altissima. A volte si creano tensioni, come in tutti gli sport. A terra però cambia tutto: metà del lavoro si fa lì, perché la preparazione tecnica dell’imbarcazione è fondamentale. A terra la solidarietà è assoluta: tutti gli atleti si aiutano. Puoi vedere gli allenatori seduti insieme al bar e gli atleti avversari che si scambiano strumenti e materiali. È la norma. Il clima è sereno, spesso anche giocoso».
Dietro tutto questo, la politica e le tensioni internazionali si fanno comunque sentire. Gli atleti israeliani, che partecipano ai mondiali con cinque barche, girano scortati da agenti del Mossad. Fa impressione vedere ragazzi così giovani sottoposti a una tale pressione. Quando Dario deve avvicinarsi a loro per dare supporto tecnico, viene controllato: «Gli agenti ti squadrano da capo a piedi. Devi stare attento agli strumenti che hai in mano, la diffidenza è molto elevata. Perché potessi fare il mio lavoro, l’allenatrice israeliana ha dovuto presentarmi e spiegare chi ero. A quel punto ho potuto muovermi liberamente».
La tensione maggiore si verifica però con la squadra russa. I vari equipaggi rappresentano infatti le loro nazioni: alla cerimonia di apertura sfilano con la loro bandiera, che è presente anche sulla vela. I russi però sono oggetto di pesanti sanzioni: la loro nazionale non può partecipare. Per essere lì, ogni atleta ha dovuto iscriversi come “Ain”, atleta individuale neutrale: niente bandiera. «Hanno fatto di tutto per esserci», spiega Dario. «Parliamo di due ragazze e due ragazzi che si allenano da anni per arrivare a competere in un mondiale. È la loro passione, la loro vita, il loro più grande sogno».
Raggiungere Biscarrosse non è stato facile: hanno dovuto fare un complicato giro di voli in aereo, perché tra Francia e Russia le tratte dirette sono chiuse. «Gli atleti sono attivati da soli con un taxi, senza la loro allenatrice, che era su un volo successivo», spiega Dario. «Erano molto silenziosi, timidi. Anche il fatto che non parlassero bene l’inglese non li ha aiutati. Gli atleti dei box vicini ai loro però li hanno subito accolti».
Viaggiare all’estero per un russo è complicatissimo. I ragazzi e la loro allenatrice hanno solo contanti: non possono pagare con bancomat e carta di credito, perché le loro banche sono oggetto di sanzioni. In quanto russi, non possono nemmeno attivare una carta prepagata in Francia o in altri Paesi dell’Unione Europea.
Appena li vede, Dario è colpito: «Tutta la Russia viene raccontata come un impero del male, come un Paese aggressivo e invasore. La diffidenza verso i russi è naturale. Così come, ho pensato, la loro diffidenza verso noi occidentali: anche la loro narrazione è deformata, polarizzata, estremizzata. Noi per loro siamo i nemici, e lo sport li ha portati proprio in casa nostra. Quando però li ho incontrati, mi sono accorto che avevo di fronte ragazzi esattamente come me, pieni di desideri e di voglia di futuro. Avevo di fronte quattro giovani sportivi che ce l’hanno messa tutta per farsi avanti in un mondo complicato, sistemati dietro le transenne del loro box, con un’attrezzatura personale non troppo al passo coi tempi. Li ho sentiti vicini. Ecco: questi sono i volti dei terribili nemici dell’Occidente che ho conosciuto…». Dopo l’odissea per arrivare, gli atleti russi rischiano pure di non partecipare. La Federazione di vela francese infatti si mette di traverso: sostiene che si tratta comunque di russi, anche se registrati come atleti individuali neutrali. La Federazione ritiene, dunque, che la Russia sta partecipando ai Mondiali in modo mascherato e che pertanto deve essere esclusa. Si apre così un braccio di ferro con la Federazione mondiale, che alla fine la spunta: nessuno si è opposto finora, gli atleti russi sono iscritti alla competizione e hanno il diritto di gareggiare. La Federazione francese incassa. Il giorno dopo, arriva l’esercito. «Soldati in tuta mimetica, col mitra in mano e i cani antibomba al guinzaglio», racconta Dario. «Era surreale vedere quei militari irrompere nel microcosmo della vela, un piccolo mondo allegro e pacifico. Eravamo tutti stupiti: chi frequenta il nostro ambiente sa che non ci sono pericoli, che la guerra è distante anni luce, che le persone lì presenti vogliono solo competere e divertirsi. Eppure ci siamo trovati i soldati tra le barche, come se le tensioni esterne si fossero riversate lì».
Ma la vita è più forte: i muri continuano a cadere, nascono nuovi ponti. Dario racconta un episodio commovente, bellissimo. «I russi avevano bisogno per la loro barca di materiale tecnico di cui erano sprovvisti: in gara sarebbero stati perciò penalizzati. Ai Mondiali è presente anche la squadra dell’Ucraina, molto ben attrezzata. Gli atleti ucraini, è bene sottolinearlo, sono tutti profughi: hanno dovuto abbandonare il loro Paese dopo l’invasione russa e vivono in Italia. Ero certo che uno di quei ragazzi ucraini avesse il materiale che serviva ai russi, così gli ho telefonato. Lui è arrivato subito. Io ero lì, ho assistito al loro incontro».
Il ragazzo si presenta immediatamente al box di quelli che per la geopolitica sono i nemici. È tranquillo, sereno, come i russi. Si sorridono, si presentano, si stringono la mano. Il ragazzo ucraino si avvicina alla barca dei russi, offre il materiale che serve. Si scambiano battute, ridono insieme. Un seme di luce, di speranza pazzesca e folle. Un seme di futuro fragile e piccolo, ma concreto, perché nel mondo diviso che ci tocca abitare, tra slogan, droni ed esplosioni, quei ragazzi che vogliono navigare in avanti, che continuano a sognare insieme, sono un fatto incancellabile.
«Ciò che mi ha compito moltissimo – commenta Dario – è che se si guarda questo piccolo episodio alla luce della situazione internazionale, sembra un miracolo incredibile. Se invece lo si guarda alla luce dello sport, della vela, non c’è assolutamente nulla di straordinario: è la normalità. Tra avversari ci si aiuta, punto e basta. Tra atleti si è solidali, oltre ogni differenza, sempre. Perché non dovrebbe essere così?».
La scena a cui assiste suscita in Dario un ricordo: «Era il 2013. C’era una competizione internazionale in Italia, a Riva del Garda, per atleti dagli otto ai quindici anni. Russi e ucraini erano arrivati lì insieme per risparmiare sul viaggio. Le loro barche erano vicine: bambini e ragazzi lavoravano insieme, la vela con la bandiera russa era accanto a quella con la bandiera ucraina». Immagini di un passato che, grazie allo sport, è ancora presente in una stretta di mano, in una risata insieme. Credere che questo passato possa diventare anche un futuro nuovo è per noi tutti un dovere.

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