«Fu un miracolo di tutti»

Giancarlo Cesana, allora giovane medico ricorda la grande opera di solidarietà con la popolazione e la battaglia del mondo cattolico contro l'aborto
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July 9, 2026
«Fu un miracolo di tutti»
Il medico e professore Giancarlo Cesana
«È stato una specie di grande miracolo collettivo». Cinquant’anni dopo la fuoriuscita della nube tossica dell’Icmesa di Seveso, Giancarlo Cesana torna con la memoria a quell’estate del 1976. Medico, già professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e presidente della Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale maggiore policlinico di Milano, fu tra i primi a raggiungere Seveso per contribuire alla gestione dell’emergenza. «Mi ero appena specializzato in medicina del lavoro e la vicenda riguardava proprio la disciplina di cui mi occupavo». Giancarlo Cesana vive a Carate Brianza, a una decina di chilometri dallo stabilimento Icmesa. «Appena seppi della fuoriuscita della nube tossica andai a Seveso e con altri giovani volontari formammo un comitato per affrontare la questione della salute della popolazione e dei lavoratori», ricorda. Accanto all’emergenza sanitaria emerse subito anche un’urgenza sociale. «Dovemmo affrontare immediatamente l’angoscia della popolazione e venne sollevata la questione dell’aborto per tutte le donne incinte». L’impatto della diossina era ancora da decifrare. Si sapeva soltanto che si trattava di una delle sostanze più tossiche conosciute, ma nessuno era in grado di prevederne con precisione gli effetti sull’uomo. Secondo Cesana, il dibattito sulle gravidanze divenne rapidamente il tema centrale dell’emergenza. «L’aborto era proposto addirittura come obbligatorio per evitare una pandemia di feti anormali. Noi ci opponemmo per il rispetto che avevamo della vita e cominciammo a resistere contro quest’onda».
L’incertezza scientifica sugli effetti della diossina alimentò un acceso confronto tra medici, istituzioni, mondo cattolico e movimenti favorevoli alla liberalizzazione dell’aborto. Alcune donne residenti nelle aree contaminate ottennero l’autorizzazione a interrompere la gravidanza per motivi terapeutici, in un periodo precedente all’approvazione della legge 194 del 1978. Per il professor Cesana, quelle decisioni furono «il frutto di un clima di paura e di pressioni culturali. Le informazioni diffuse non erano adeguate, si sapeva poco e si mosse tutto il movimento abortista, tratteggiando scenari disastrosi che poi non si realizzarono». Nel ricordo di quei mesi, il medico sottolinea anche l’impatto della cloracne, le eruzioni cutanee provocate dall’esposizione alla diossina e comparse soprattutto nei bambini. «Fu un fattore di grande preoccupazione perché si temevano conseguenze genetiche e cancerogene». Le lesioni cutanee, spiega, furono in alcuni casi anche gravi e prolungate, ma rimasero limitate alla pelle. «Erano molto visibili, non facili da curare e, proprio perché colpivano i bambini, risultavano particolarmente preoccupanti». La mobilitazione sociale si animò anche sul fronte cattolico, in particolare grazie all’impegno di Comunione e Liberazione. Nacque così anche il giornale Solidarietà. «L’idea venne praticamente subito: era un modo per sostenere i principi che difendevamo, diffondere quello che si sapeva sulla diossina e documentare che la situazione non era disastrosa come si temeva», racconta il docente universitario, tra i promotori dell’iniziativa. Per Cesana, la posizione contraria all’aborto venne rafforzata dall’evoluzione degli studi e dall’esito delle gravidanze. «Notammo, con una certa sorpresa, che non c’erano feti anormali. La grande paura non aveva avuto una giustificazione. Gli effetti della diossina ci sono stati, ma molto più bassi del timore che si aveva».
Il professore ricorda che, accanto ai volontari, si mobilitò rapidamente anche la Chiesa ambrosiana: «Ricordo don Costante, don Norberto, monsignor Gariboldi, che era il vicario episcopale, e poi l’intervento dell’arcivescovo Giovanni Colombo». A suo giudizio, determinante fu anche la risposta della comunità locale. «I paesi interessati dalla diossina rappresentano la Brianza cattolica, intrinsecamente animata da una concezione positiva della vita», afferma. «Andavamo avanti con il comitato, con Solidarietà e con l’Ufficio decanale di assistenza cristiana per difendere la vita e portare un aiuto concreto alla popolazione». Oltre all’impegno civile a Seveso prendeva forma anche il lavoro scientifico. Cesana ricorda di aver proposto il coinvolgimento dell’epidemiologo Pier Alberto Bertazzi, che negli anni successivi avrebbe coordinato una parte importante degli studi sugli effetti sanitari dell’incidente insieme, tra gli altri, a Paolo Mocarelli e alla Medicina del lavoro di Desio, che predispose un’attività di sorveglianza destinata a proseguire per decenni. «Nel corso degli anni gli studi epidemiologici hanno documentato in un periodo di decenni l’eccesso di specifiche patologie, una ventina di casi di linfomi e leucemie, senza però confermare le previsioni catastrofiche immaginate nell’immediato».
A distanza di cinquant’anni, però, per il professor Giancarlo Cesana: «la cosa più importante è che tanti bambini concepiti in quel periodo oggi sono vivi, sono uomini e donne, diventati a loro volta genitori e nonni di bambini che non ci sarebbero e così via. Un popolo che continua».

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