Quella corsa (forsennata) all’Africa per soddisfare gli appetiti dell’Europa
La rivoluzione industriale alimentò la fame di caucciù, rame, cotone e oro. La scintilla la fece scoccare Leopoldo II, avido re del Belgio. Il cancelliere Bismarck iniziò a distribuire territori non suoi. E gli altri Paesi si lanciarono nella conquista

Immaginate un lungo tavolo di mogano, illuminato dai lampadari della Cancelleria imperiale di Berlino. Attorno siedono uomini in marsina, diplomatici, ministri, ambasciatori provenienti da Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Portogallo, Spagna, Italia, Paesi Bassi, Austria-Ungheria, Russia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Impero ottomano. Uomini di mondo, che bevono vino francese, fumano sigari cubani, consultano mappe incompiute. Nell’autunno del 1884 il cancelliere Otto von Bismarck li aveva invitati nella capitale del neonato impero tedesco. Il tema del giorno era l’Africa, ma sorprendentemente nessun sovrano africano, nessun capo tribale, nessun mercante swahili, nessun emissario degli imperi ashanti, nessun portavoce del califfato di Sokoto, del regno del Buganda o dell’impero etiope era stato invitato a quel tavolo dove si stava decidendo alle loro spalle il destino di un continente di quasi duecento milioni di individui. Bismarck, l’uomo che aveva unificato la Germania, stava distribuendo territori che non gli appartenevano.
Era stato il Times di Londra a dare quel nome icastico al fenomeno, destinato a rimanere nella storia. Lo chiamò Scramble for Africa , ovvero, “la corsa all’Africa”. Una corsa forsennata, alla quale scompostamente parteciparono tutti. Ma come era cominciato tutto ciò? L’Europa della rivoluzione industriale aveva fame di caucciù, rame, cotone, olio di palma, oro, diamanti. Le fabbriche di Manchester avevano bisogno di fibre tessili; l’industria elettrica di rame; la nascente industria dell’automobile di gomma naturale. Ma dietro questa brama agiva qualcosa di più sottile: la convinzione che una grande potenza dovesse necessariamente possedere delle colonie. L’impero era diventato una misura del prestigio nazionale e insieme un indicatore di modernità. La scintilla la fece scoccare un piccolo quanto avido sovrano europeo, Leopoldo II re del Belgio, che aveva chiesto e ottenuto il riconoscimento internazionale dell’ État indépendant du Congo (un’immensa regione grande ottanta volte il Belgio, cui corrisponde oggi la Repubblica Democratica del Congo con capitale Kinshasa), presentandolo come un progetto umanitario e scientifico. All’epoca si usava edulcorare le brame coloniali con birignao etici che ne giustificassero l’operato. Lo fece con studiata maestria Rudyard Kipling, autore del Bildungsroman Kim , ma soprattutto del poema Il fardello dell’uomo bianco , laddove quel “ White Man’s Burden ” diventava il perfetto manifesto programmatico dell’imperialismo anglosassone; così come – con più soavi accenti – lo fecero i francesi con la loro Mission civilisatrice , dove l’obiettivo dichiarato (peraltro già ai tempi della Rivoluzione dal marchese di Condorcet) era “francesizzare” le élite indigene attraverso l’insegnamento della lingua francese, la conversione al cristianesimo e l’adozione delle istituzioni nazionali.
Ma c’era una sostanziale differenza rispetto agli appetiti imperiali che cominciavano a contagiare le teste coronate di tutta Europa: Leopoldo non voleva una colonia per il suo regno, voleva una colonia per sé , per potersi proclamare l’uomo più ricco del mondo. Ai capi tribù locali aveva fatto firmare grazie alla truffaldina abilità dell’esploratore Henry Morton Stanley (quello di «Doctor Livingstone, I presume…») trattati e concessioni che gli assegnavano il dominio assoluto su quella terra. Un dominio che si trasformò in un oceano di sangue. Il caucciù era il petrolio dell’Ottocento. Per soddisfare la domanda mondiale, milioni di congolesi furono costretti al lavoro forzato, villaggi incendiati, mutilazioni, ostaggi, esecuzioni: un’ordalia dell’avidità criminale di Leopoldo che Joseph Conrad mise a nudo anni dopo nel suo Heart of Darkness (Cuore di tenebra), viaggio a ritroso lungo il fiume Congo sul battello a vapore Roi des Belges , che diventerà l’implacabile j’accuse del colonialismo belga. Tema ripreso, con i medesimi truci accenti («L’orrore, l’orrore!»), da Francis Ford Coppola nel film Apocalypse Now . Molto prima che il Novecento elaborasse la categoria dei crimini contro l’umanità, il Congo di Leopoldo aveva già mostrato quanto potesse diventare brutale un capitalismo senza limiti morali.
La Corona britannica non era da meno. Anche Cecil Rhodes, abile uomo d’affari e primo ministro della Colonia del Capo, tratteggiò sulla carta dell’Africa una linea rossa che andava dal Capo di Buona Speranza al Cairo, ovvero il sogno di una ferrovia che collegasse le colonie britanniche africane. Alla fine si intestò uno stato intero, la Rhodesia. Attratti da un continente di cui poco si sapeva, anche i tedeschi si videro costretti a salire sul treno dell’imperialismo coloniale. Nel breve volgere di un trentennio, la Germania acquisì a ovest il Togo, il Camerun la Namibia, mentre a oriente si impossessò della Tanzania, del Ruanda e del Burundi. Era nato il Deutsches Kolonialreich e con esso un brutale razzismo di natura biologica. Che rivedremo non molto tempo dopo nei campi di sterminio negli anni bui del nazismo. Anche la Francia fece la sua parte. Dopo lo smacco di Sedan e la caduta della monarchia, per molti uomini politici della Terza Repubblica l’espansione coloniale divenne una forma di compensazione psicologica e geopolitica. Con l’Algeria, la Tunisia, l’Africa Occidentale, la Mission francese si stendeva dal Sahara al Golfo di Guinea allungando i suoi tentacoli al Madagascar e Gibuti, vagheggiando un corridoio che unisse l’Atlantico al Mar Rosso. Ma a differenza degli inglesi, dei portoghesi, degli spagnoli, Parigi cercò di francesizzare i popoli delle sue colonie. La ben nota Françafrique , che in qualche modo sopravvive anche oggi.
In compenso, lo Scramble for Africa ignorava ostentatamente etnie, lingue, religioni, tradizioni, confini naturali. La matita dell’imperialismo coloniale – la stessa che nel 1922 tennero fra le mani Sykes e Picot nel ridisegno del defunto impero ottomano – tracciava confini inverosimilmente geometrici, creando frontiere che attraversavano deserti, savane, fiumi e popolazioni come se fossero state tracciate sopra un foglio millimetrato, con gli africani ridotti a comparse di una storia scritta altrove. C’era tuttavia una crepa nella narrazione dell’invincibilità europea: l’Etiopia. Nel 1896 l’esercito di Menelik II sconfisse quello italiano nella Battaglia di Adua. Fu uno choc per il giovane Regno d’Italia, ma anche per l’Europa degli appetiti coloniali. Per la prima volta un esercito africano infliggeva una grande sconfitta a una potenza europea nel pieno dell’età imperialista. Lo Scramble for Africa terminò formalmente con la decolonizzazione del secondo dopoguerra. Ma gli appetiti delle grandi potenze non sono mai cessati. Alla rapina territoriale dei potentati europei si è sostituito il land grabbing praticato un po’ da tutti, dalla Cina alla Russia agli Emirati Arabi Uniti, all’Arabia Saudita, all’India. Una forma di imperialismo coloniale non poi così dissimile dalla bulimia di Leopoldo. Gli imperi di ieri sono rimasti, hanno solo modificato il proprio galateo.
(2 – continua)
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