Remigrazione: il miope populismo che ignora i numeri
La crisi demografica ha creato difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema, viene proposto il capolavoro di mandarne a casa molti di più

Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior (Unioncamere) segnala che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema, la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più.
Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri. Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori, il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via loro, magicamente gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali. Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti. Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte di alcune delle forze politiche oggi al governo, forze che – dopo aver spesso identificato in passato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nella moneta unica europea – si trovano oggi a essere (per fortuna) più realiste del re, avendo varato la più grande informata di immigrati regolari, ed essendo il governo diventato affidabile garante della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere aderenti alla realtà e non alla propaganda che crea spazio vuoto soprattutto a destra, spazio occupato da nuove e più astruse fole populiste.
La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri Paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. Immaginiamo il settore delle automobili, dove ormai in Cina esistono le “ dark factories ” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema Paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema? Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente, come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina.
Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così: basta controllare tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e incrociare i dati con gli stranieri regolarizzati. Politiche assennate di accesso attraverso canali sicuri e di regolarizzazione condizionata a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema.
Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori di origine straniera danno all’Italia (sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima, per i prossimi anni, un fabbisogno i circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano in misura limitata al progresso, una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale e antropologica di cui anche l’ultima enciclica di papa Leone, Magnifica humanitas , si fa promotrice. La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzioni di continuità lo schermo di un cellulare, ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





