Potere non è ottenere obbedienza.
È accompagnare nella crescita

I ragazzi ribaltano l’idea tradizionale del termine: non privilegio o dominio, ma capacità di scegliere e orientare le proprie scelte incidendo sulla realtà
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July 8, 2026
Potere non è ottenere obbedienza.
È accompagnare nella crescita
Il vero potere consiste nel fare buon uso delle possibilità che la realtà rende disponibili / Foto Icp
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo

Potere

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La facoltà di azione attribuita dall’ordinamento giuridico ad organi determinati. Facoltà di fare secondo la propria volontà. Una parola così tanto comune che ormai non sappiamo più cosa significa. L’abilità di orientare o influenzare il comportamento altrui o il corso degli eventi. Nella nostra realtà possiamo individuare forme di potere in molte piccole cose: a scuola, a casa, con gli amici... È un elemento che incontreremo per sempre nella vita. Viene esercitato su di noi dai nostri genitori e dai nostri insegnanti nonostante nessuno di loro abbia una corona in testa o uno scettro in mano. Ma il potere più importante è quello che ognuno di noi esercita su se stesso: la responsabilità che abbiamo di scegliere ciò che possiamo e ciò che non possiamo fare è anch’essa una forma di potere della quale saremo protagonisti per il corso di tutta la nostra vita..
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
La parola potere non gode ai nostri tempi di una buona reputazione. Evoca immediatamente gerarchie, privilegi, dominio, abuso; pensiamo al potere come a qualcosa che alcuni possiedono e altri subiscono. I ragazzi, invece, nella loro definizione ci ricordano che è una presenza diffusa, che interessa le relazioni e accompagna la vita di ciascuno, e che non riguarda soltanto i re, i governi o chi occupa posizioni di comando. La constatazione da cui parte la loro riflessione è tanto acuta quanto disarmante: potere è una parola così comune da aver perso nitidezza. Le ragazze e i ragazzi, invece, provano a restituirle precisione definendola come «l’abilità di orientare o influenzare il comportamento altrui o il corso degli eventi». In questa visione il potere invece di coincidere con l’autorità formale o con la possibilità di impartire ordini, coincide con la facoltà di incidere sulla realtà. Potremmo dire anche con un’abilità, un saperci fare. Tale intuizione sposta immediatamente la questione fuori dai palazzi del cosiddetto “potere” e dentro le case, le scuole, le strade. Le relazioni non sono mai completamente neutre.
È significativo che citino subito i genitori e gli insegnanti, riconosciuti come persone che esercitano una forma di potere senza bisogno di una corona in testa né di uno scettro in mano. Con questa immagine i ragazzi smontano quella rappresentazione antica che fa coincidere il potere con simboli solenni e visibili; può infatti manifestarsi nella normalità di una relazione educativa, nella parola di un insegnante, nella decisione di un genitore, nell’autorità riconosciuta a una persona. In questo passaggio i ragazzi dichiarano che gli adulti esercitano un potere su di loro sebbene non lo esplicitino come una minaccia o un autoritarismo. Non chiedono un mondo senza genitori, insegnanti, regole o autorità, ci stanno piuttosto dicendo che il problema più che l’esistenza del potere stesso è il modo in cui esso viene esercitato. È una distinzione di cui noi adulti dovremmo avere consapevolezza. Possiamo usare il nostro ruolo per controllare oppure per accompagnare, per ottenere semplice obbedienza oppure per favorire la crescita. Ogni educazione implica inevitabilmente un’asimmetria tra chi ha più esperienza e chi ne ha meno, ma la vera domanda riguarda il fine di tale asimmetria. Se serve a rendere l’altro progressivamente più libero e più competente, allora il potere diventa una risorsa. Se serve soltanto a mantenerlo dipendente, diventa un problema.
Siamo spesso attenti ai grandi poteri che agiscono sulla società e assai meno consapevoli di quelli che esercitiamo ogni giorno. Un insegnante ha potere quando valuta, incoraggia, scoraggia, riconosce o ignora. Un genitore quando autorizza, corregge, accompagna o svaluta. Talvolta basta una frase, o uno sguardo, per modificare il modo in cui un ragazzo guarda se stesso. La domanda non è se questo potere esista, ma quale direzione prenda. Le ragazze e i ragazzi dichiarano che il potere diventa negativo le volte in cui si trasforma in arbitrio o in imposizione fine a se stessa; quando invece aiuta a crescere assume una funzione positiva e smette di essere un ostacolo alla libertà. Il passaggio più sorprendente, però, arriva dopo, quando affermano che il potere più importante è quello che ciascuno esercita su se stesso. Quando gli adulti parlano di potere, pensano quasi sempre a un sostantivo: il potere come ruolo, posizione, influenza. I ragazzi sembrano invece ricordarci che, prima di essere un sostantivo, potere è un verbo.
Nel suo capolavoro La valle dell’Eden , John Steinbeck mette questa intuizione al centro di un dialogo tra Li, servo cinese della famiglia Trask, e alcuni suoi interlocutori. Li racconta di essersi soffermato a lungo sul quarto capitolo della Genesi, quello in cui Dio parla a Caino dopo l’uccisione di Abele. A interessarlo è in particolare una parola ebraica, timshel , perché nelle diverse traduzioni della Bibbia muta radicalmente il senso di ciò che viene detto a Caino. «La mano di Li tremava mentre riempiva le sottili tazzine. Bevve tutto di un fiato. “Ma non vedete?” esclamò. “La traduzione americana della Bibbia ordina agli uomini di trionfare sul peccato, e il peccato si può chiamare ignoranza. La traduzione del Re Giacomo fa una promessa con quel “tu avrai”, intendendo che gli uomini trionferanno sicuramente sul peccato. Ma la parola ebraica, la parola timshel – tu puoi – implica una scelta. Potrebbe essere la parola più importante del mondo. Significa che la via è aperta. Rimette tutto all’uomo. Perché se “tu puoi”, è anche vero che “tu non puoi”… Diamine, questo sì che fa grande un uomo e gli dà la statura degli dei, perché, nella sua bassezza e dopo l’assassinio del fratello, tutt’ora egli ha la grande scelta. Può scegliere la sua strada, percorrerla lottando, e vincere.»
È difficile immaginare un commento migliore alle parole dei ragazzi. Il potere è anzitutto una la possibilità di scegliere. Senza garantire il risultato né eliminare il limite, affida a ciascuno la responsabilità di orientare la propria vita. Quando sentiamo la parola potere noi pensiamo immediatamente a chi lo possiede, loro pensano invece a ciò che rende possibile qualcosa. Nel primo caso il centro della questione è il dominio, nel secondo si può imparare, amare, correggere un errore, ricominciare. In questa visione il potere appartiene a chiunque sia chiamato a orientare la propria esistenza, ossia a ogni donna e a ogni uomo, a ogni Caino e a ogni Abele. Per questo la parola viene immediatamente collegata al concetto di responsabilità, e senza nemmeno scomodare lo zio Ben di Peter Parker. Non si tratta di un generico diritto a fare ciò che si vuole, ma della responsabilità di scegliere ciò che possiamo e non possiamo fare. E richiamano la tematica del limite che molti adulti tendono a dimenticare. Estranei a tentazioni di onnipotenza, avere potere significa esercitare un giudizio sulle proprie possibilità, riconoscere i vincoli del reale e agire al loro interno. In una cultura che spesso identifica la libertà con l’assenza di limiti, ci viene suggerito il contrario. Il vero potere consiste nel fare buon uso delle possibilità che la realtà rende disponibili. L’onnipotenza è infatti un’illusione delirante: ogni forma autentica di potere nasce dall’incontro con il principio di realtà.
I ragazzi collegano poi il potere all’orientare la propria vita verso ciò che si ritiene buono e desiderabile, più che al dominio o al controllo. Da questo punto di vista la sua forma autentica coincide con la capacità di perseguire la propria soddisfazione senza compromettere quella altrui. Anche la conclusione della definizione merita attenzione. Parlano di questo potere come di qualcosa di cui saremo protagonisti per tutta la vita. Molte forme di potere cambiano nel corso degli anni: si acquisiscono ruoli, si perdono incarichi, si conquistano posizioni, si lasciano responsabilità. Il potere su se stessi, invece, accompagna l’intera esistenza, ogni giorno, almeno per ciò che è nelle nostre mani. Conviene quindi considerare la prospettiva che i ragazzi ci consegnano: il potere prende forma nelle scelte con cui orientiamo la nostra esistenza, nelle possibilità che sappiamo riconoscere e nella responsabilità con cui decidiamo che cosa farne.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

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