La febbre delle armi

L'entusiasmo con cui politici e industrie parlano di riarmo rischia di incrinare la credibilità della deterrenza e di allontanare i cittadini. Il consenso si gioca anche sul linguaggio con cui si raccontano difesa, sicurezza e pace
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July 9, 2026
La febbre delle armi
Il Segretario generale della Nato Mark Rutte al vertice di Ankara /Reuters
L’emblema è Mark Rutte, Segretario generale della Nato. Annuisce vistosamente quando Donald Trump rivendica nuove bombe lanciate sull’Iran. Sorride complice mentre il tycoon attacca la Spagna, che pure fa parte dell’Alleanza. E soprattutto parla di contratti in armamenti da bilioni di dollari con un’enfasi quasi fanciullesca. Si esalta tra proiettili di nuova generazione, droni, fregate, missili…
Ma Rutte, ad Ankara, è solo la punta dell’iceberg di una sorta di fanatismo che ormai si stenta a contenere. Anche i vertici delle istituzioni europee non si tirano indietro quando si tratta di glorificare la bontà di una nuova fornitura militare. Come se ormai fosse venuta meno la gravitas del tema e della fase storica in cui ci troviamo. Nonché il pudore con cui si era soliti parlare di armi e difesa, il pudore di chi sa che sono comunque strumenti di morte. Persino l’ipocrisia è venuta meno: quella che trova sfogo in un “purtroppo”, un “ahinoi”, buono per dire, credendoci o meno, che in fondo ci si trova costretti a prendere determinate decisioni. Il sentimento dominante è l’esaltazione, con conseguenze a cascata.
Innanzitutto l’esaltazione alimenta l’affarismo e il lobbismo, che hanno assunto un volto sfrenato, martedì, durante il Forum delle industrie della difesa. Anche i più realisti circa la necessità di avere una deterrenza efficace strabuzzavano gli occhi dinanzi a una disinibizione mai vista prima da parte di manager privati e pubblici. Allo stesso modo non si può non provare tristezza – e preoccupazione – di fronte a una politica che ai massimi livelli si limita al mesto ruolo di far scorrere i flussi di denaro nelle varie direzioni possibili, di modo da mantenere tra gli Alleati un equilibrio non geostrategico, ma in estrema sintesi economico. Ma c’è anche un’altra conseguenza, un altro danno prodotto dal fanatismo. È l’ombra che esso pone sia sulla realtà dei fatti, che talvolta impone scelte difficili, sia sulle motivazioni di fondo di un sistema di difesa comune. Ad Ankara la parola “bilioni” è stata sicuramente più utilizzata della parola “democrazia”, ad esempio. Questo danno è più profondo: il fanatismo e i “bilioni” insospettiscono così tanto i popoli, i “semplici”, che alla fine si rischia di non prendere più in considerazione quei dati di realtà che impongono oggi una maggiore protezione dai pericoli, nonché una maggiore indipendenza degli Stati e dell’Europa rispetto all’aiuto americano; il fanatismo e i “bilioni” rischiano poi di rendere carta velina, agli occhi dei cittadini, le motivazioni politiche per cui si è costituita, dopo la Seconda Guerra mondiale, un’Alleanza difensiva.
Ad aver annusato la deriva fanatizzante, ad Ankara, sembrano essere i principali leader europei. I quali hanno sì confermato la traiettoria di crescita della spesa in difesa dei propri Paesi, ma cercando di emanciparsi, almeno dal punto di vista della postura e della comunicazione, dall’ormai caricaturale Rutte. D’altra parte loro hanno il permanente problema delle elezioni, Rutte non più.
Anche Giorgia Meloni ha imboccato una strada più cauta. Non solo per via dei forsennati attacchi di Donald Trump. Ma anche perché consapevole che sull’enfasi bellicista potrebbero giocarsi le prossime elezioni politiche. Alle estreme crescono movimenti che si dichiarano per la pace e contro il riarmo, e non sembrano pagare dazio di fronte all’accusa di essere accondiscendenti verso le autocrazie. Interpretano una istanza delle comunità, sia quelle economicamente più sviluppate sia quelle socialmente più provate. L’ebbrezza di Ankara dunque fa male, può far male a chi chiederà il consenso ai cittadini nei prossimi mesi, in Italia e in Europa. E può far diventare ai limiti dell’impossibile l’impresa di spiegare ai cittadini perché essere meno “scoperti” dal punto di vista degli armamenti sia un interesse nazionale. Se i popoli vedono politici e manager con occhi che brillano dinanzi ai “bilioni”, anche la credibilità di scelte considerate realistiche e pragmatiche può colare a picco.

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