Tra le baracche degli ultimi nei campi della Sicilia

Le testimonianze alla Bisaccia del Pellegrino, dove si incrociano le vite dei migranti aiutati dalla Caritas diocesana di Catania
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July 9, 2026
Tra le baracche degli ultimi nei campi della Sicilia
La baraccopoli di Ciappe Bianche
Per arrivare a Lampedusa ha speso cinquemila euro, i risparmi di una vita. «In Algeria per mettere insieme quella cifra servono cinquant'anni». Tariq ha 34 anni, una moglie e due figlie rimaste ad Algeri. Tre anni fa è salito su un barcone ed è sbarcato sull'isola simbolo delle migrazioni. Oggi vive in un rudere abbandonato alle porte di Paternò e lavora come bracciante nelle campagne della Sicilia orientale. Nei giorni in cui il Papa torna a Lampedusa, la sua storia racconta ciò che accade dopo lo sbarco.
Lo incontriamo alla Bisaccia del Pellegrino, la struttura della Caritas diocesana di Catania che ogni sera distribuisce pasti a persone in difficoltà e lavoratori stranieri. I volontari stanno chiudendo i sacchetti con la cena. Nell'aria c'è il profumo del pesce appena cucinato. Prima di aprire le porte si fermano per una breve preghiera, poi la fila comincia a scorrere. Si sentono parlare arabo, francese, italiano e perfino un siciliano imparato tra agrumeti e uliveti. Qui tutti conoscono il diacono e responsabile della struttura Salvatore Mazzamuto. Lo salutano, scherzano con lui, si fidano. Quando Mohammed arriva con una ferita alla mano è lui il primo ad accorgersene e a medicarlo. È anche grazie a quel rapporto che in tre accettano di raccontare la loro storia.
Pochi giorni fa un incendio ha distrutto gran parte del vicino campo di Ciappe Bianche. D'estate il caldo supera i quaranta gradi, l'erba è completamente secca e basta un fuoco acceso per cucinare a trasformare tutto in cenere. Nel campo non ci sono elettricità, gas e acqua corrente. Chi perde una tenda perde spesso tutto quello che possiede.
«Pensavo che il viaggio finisse a Lampedusa, invece era solo l'inizio», racconta Tariq. Dopo alcune settimane trascorse sull'isola è stato trasferito a Milano. Avrebbe potuto fermarsi al Nord, invece ha scelto di tornare verso Sud. «Qui conoscevo alcune persone e si trova più facilmente lavoro». D'inverno raccoglie arance, poi seguono limoni, fichidindia, olive e pistacchi. Guadagna fino a quaranta euro al giorno e una parte del denaro la invia ogni mese alla moglie e alle figlie attraverso un money transfer. Dopo l'incendio ha trovato riparo in un edificio abbandonato. «Non ho luce né acqua, ma almeno ho un tetto. La Sicilia è accogliente, la gente ci rispetta e, quando può, ci aiuta. Oggi vivo meglio di quando ero in Algeria».
Anche Ismail, 28 anni, marocchino, è arrivato in Italia dopo un lungo viaggio. Del mare aveva paura. «Sono arrivato in Turchia in pullman, poi ho attraversato i Balcani tra lunghi tratti a piedi e camion clandestini fino alla Germania». Lì ha trovato qualche lavoro, ma senza documenti era difficile costruire un futuro. «Guadagnavo, però spendevo tutto». Così è sceso verso la Sicilia. Oggi vive di lavori saltuari nei campi e nell'incendio ha perso ogni cosa. «Adesso dormo guardando le stelle», dice con un sorriso che non riesce a nascondere l'amarezza. Il fuoco ha distrutto anche il caricabatterie del suo cellulare, l'unico modo per restare in contatto con la famiglia e ricevere le chiamate per il lavoro. «Nei bar mi chiedono un euro per ricaricare il telefono. Adesso non posso neanche farlo».
La stessa rotta balcanica l'ha percorsa Mohammed, 33 anni, sposato, con moglie e una figlia rimaste in Marocco. Prima la Spagna, poi la Francia, infine il ritorno in Italia. «In Spagna lavoro se ne trovava, spesso anche lì in nero, ma venivamo pagati circa venti euro al giorno. Il costo della vita era più basso, però con quei soldi era difficile aiutare la famiglia». Oggi parte ogni volta che un furgone passa a reclutare braccianti diretti nelle campagne del Siracusano e del Catanese. «Qui c'è tanto lavoro nero. Lo sappiamo, ma per noi significa poter lavorare con continuità, sopravvivere e mandare qualcosa a casa. C'è chi riesce perfino a costruire una casa nel proprio Paese grazie a queste giornate nei campi».
Quando lasciano la Bisaccia del Pellegrino stringono tra le mani il sacchetto con la cena. Ismail guarda l'orologio. «Dobbiamo andare, stasera gioca il Marocco». Per novanta minuti il pensiero sarà la partita. Poi torneranno il caldo, il rudere, il fuoco, le famiglie lontane e la sveglia prima dell'alba. Perché il viaggio, per molti di loro, continua ogni mattina sui furgoni diretti nei campi della Sicilia.

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