Mancano gli insegnanti per asili e materne

Stipendi poco allettanti
ma anche troppa rigidtà nei numeri chiusi della formazione universitaria hanno creato una carenza di formatori difficile da colmare in poco tempo
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July 8, 2026
Mancano gli insegnanti per asili e materne
I bambini di un asilo in gita scolastica con gli zaini in spalla / Ansa
Educatori degli asili nido introvabili al pari degli infermieri. Se l’anno scolastico volge termine da settembre si ricomincia con organici sempre più stiracchiati, ricambio difficile da sostenere, sostituzioni per maternità o malattia praticamente impossibili. A rinnovare l’allarme è Assonidi, l’associazione di nidi privati che fa parte di Confcommercio, che chiede al governo di intervenire con urgenza per evitare che le strutture realizzate con i fondi del Pnrr rimangano chiuse per mancanza di personale.
Il punto di partenza sono gli ultimi dati ufficiali dell’Istat (relativi all’anno scolastico 2023-24) secondo i quali otto nidi e le sezioni primavera su dieci hanno avuto necessità di assumere educatori riscontrando difficoltà, nel 40% dei casi definite “gravi o gravissime”.
I problemi più frequenti sono la carenza di educatori con esperienza adeguata o in possesso di un titolo di studio idoneo, e la mancata accettazione delle condizioni contrattuali proposte. Il segretario di Assonidi Paolo Uniti spiega che la situazione in Italia è a macchia di leopardo con Liguria e Lombardia, dove mancano almeno 1500 insegnanti, da bollino rosso mentre nel Sud Italia la situazione è meno preoccupante. Dal 2017 è necessario essere in possesso della laurea triennale in Scienze dell’educazione, per qualche anno ci sono state delle deroghe, ma ora i nodi vengono al pettine. «In precedenza, bastava il diploma e un attestato di puericultrice, ottenuto mediante corsi professionalizzanti e stage in ospedale che fornivano anche un’esperienza dal punto di vista sanitario – spiega Uniti -. Per legge ci deve essere un educatore ogni otto bambini da zero a tre anni, basta un’assenza per incorrere in multe in caso di controlli, ma trovare una sostituzione dall’oggi al domani è impossibile».
Lo dimostra il caso, segnalato dai sindacati di base, di un nido pubblico di Roma (nel municipio XI) dove a fronte di buchi nell’organico le famiglie sono state invitate a ritirare i bambini dopo pranzo. La situazione però sarebbe tutt’altro che un caso isolato tanto che l’Usb lo scorso 26 maggio ha organizzato una manifestazione in piazza del Campidoglio, per protestare contro i disservizi. Pubblico o privato insomma sono alle prese con lo stesso problema. Causato dalla perdita di appeal di un mestiere tutto al femminile. Dopo tre anni di università le aspettative si scontrano con una retribuzione che si aggira attorno ai 1400 euro e viene considerata (giustamente) insufficiente. «Al contrario di quanto avviene per le professioni sanitarie dove la carenza di personale è stata affrontata assumendo dall’estero con protocolli specifici, per quando riguarda gli educatori questo non è possibile perché la laurea non viene riconosciuta, ogni giorno riceviamo decine di richieste di giovani che lavorano come baby sitter ma non possiamo assumerle». Nonostante la denatalità e l’aumento dei posti disponibili le liste d’attesa sia nel pubblico che nel privato sono in aumento (68,9% nel settore pubblico e 54% del settore privato). Da qui la richiesta di Assonidi di una revisione dei titoli abilitanti. Chiesta anche una maggiore attenzione verso le strutture private che rappresentano circa il 50% del totale e offrono spesso servizi più ampi in termini di orari e settimane di aperture durante le vacanze. Sono proprio i nidi privati (convenzionati e non) che hanno fatto da traino all’aumento dell’offerta con circa il 78% dei posti aggiuntivi. «Da anni segnaliamo la carenza di personale, l’aumento dei costi e le difficoltà che gravano sulle strutture private. Ad oggi, però, tutto tace mentre la crisi continua a mordere. È arrivato il momento di passare dagli annunci ai fatti: il futuro dei nidi e delle famiglie italiane non può più attendere» aggiunge la presidente di Assonidi Federica Ortalli.
L’emergenza è massima anche nelle scuole materne che oggi accolgono circa 785mila bambini. La Fism, Federazione italiana scuole materne di ispirazione cattolica che copre il 35% della quota nazionale, da tempo segnala un’emorragia di maestre. La stima è di una carenza di circa 10mila insegnanti, frutto di pensionamenti e mancate assunzioni per assenza di candidati. Anche in questo caso i problemi nascono a monte, all’università. «Per le materne occorre la laurea di cinque anni in Scienze della formazione primaria ma il problema è che ci sono pochi posti nelle università che hanno assorbito in anticipo il calo demografico – spiega il presidente della Fism Paolo Iemmi –. Abbiamo stimato che in ognuna delle 5mila scuole associate manchino in media due maestre, mentre per va meglio per quanto riguarda le educatrici dei nidi». Una soluzione percorribile secondo la Fism sarebbe quella di consentire a chi ha la laurea triennale di lavorare nelle materne, garantendo anche una continuità didattica e relazionale. «La buona scuola di Renzi ha previsto che ci fosse un unico percorso per nidi e materne proprio per incrementare i posti disponibili per i più piccoli, così in molte delle nostre scuole abbiamo aperto non solo le sezioni primavera ma anche i nidi da uno a tre anni» continua Iemmi. Anche alle materne il tema delle retribuzioni è molto sentito dalle maestre che appena possono si spostano nel pubblico e preferibilmente alle elementari. «Ovviamente le retribuzioni più basse delle scuole private sono dovute al fatto i fondi statali coprono solo in parte, per circa un quarto la spesa di gestione». Per non gravare troppo sulle famiglie le scuole della Fism che sono ovviamente non profit, sono costrette a risparmiare. A pesare è anche la media 32 ore di servizio settimanali a fronte delle 25 del pubblico, e le diversità di contratti, se ne contano almeno cinque diversi nel comparto. «Il nostro dubbio è che si è deciso di investire tanto sui nidi con il Pnrr ma adesso – conclude Iemmi – , a parte la mancanza di insegnanti, si pone un problema organizzativo non indifferente. Chi ci mette i soldi per farli funzionare? Le Regioni avranno abbastanza risorse da destinare?».

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