La diossina e Seveso: il racconto della catastrofe 50 anni dopo

di Pierfranco Redaelli, Seveso (Monza e Brianza)
Il 10 luglio 1975 la fuoriuscita della nube tossica dalla Icmesa: parlano i protagonisti di allora. Venerdì il presidente della Repubblica Mattarella al Bosco delle Querce
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July 9, 2026
La diossina e Seveso: il racconto della catastrofe 50 anni dopo
I lavori di bonifica dell'area inquinata di Seveso / foto scattata nel settembre 1976 / Ansa
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana parteciperanno, venerdì 10 luglio, alla commemorazione dell’incidente di Seveso, nel giorno del 50esimo anniversario, che provocò la fuoriuscita e la dispersione nell’atmosfera di una nube di diossina dallo stabilimento Icmesa. L’evento si svolgerà al Bosco delle Querce nella zona maggiormente contaminata, in due momenti distinti: il primo alle ore 10.40 nell’area antistante al “grande pioppo” dove è in programma un flash mob (ingresso da via Redipuglia); il secondo alle ore 11 nella tensostruttura che ospiterà la cerimonia istituzionale con interventi delle autorità, filmati e testimonianze (ingresso da via Ada Negri).
Aveva colto tutti di sorpresa la catastrofe ecologica che il 10 luglio 1976 avvenne a Seveso, anche se la brezza, che nel caldo mezzogiorno di quel giorno soffiava da Meda verso Seveso e la sua frazione di Baruccana, aveva l'aroma dolce delle essenze che l’Icmesa (Industrie Chimiche – Meda – Società Azionaria) produceva accanto al mortale Tcf Tc nel reparto “A101” dello stabilimento. Alcuni anziani ricordano ancora che «spesso l’aria sapeva di questi profumi, per questo nessuno ci aveva fatto caso». L’esplosione passò quasi sotto silenzio: qualche automezzo dei pompieri e poi la calma sembrò ritornare. La tragedia si manifestò fra il 14 e il 15 luglio quando le analisi interne di Givaudan, la multinazionale svizzera controllata dalla Hoffman La Roche, confermarono l’uscita e la dispersione nell’atmosfera di una nube di diossina Tcdd, sostanza estremamente tossica, che in poche ore investì una vasta area di comuni confinanti con lo stabilimento.
Il 15 luglio l’allora sindaco di Seveso, Francesco Rocca, e quello di Meda, Gianni Caimi, firmarono la prima ordinanza che «vietava l’uso di ortaggi, vegetazione e carne animale del luogo», chiedeva di «porre la massima attenzione igienica delle mani e dei vestiti», disponendo picchetti e divieti di accesso nelle aree limitrofe all’Icmesa. Il 17 luglio il direttore del Laboratorio Chimico provinciale ispezionò la zona inquinata, prelevando campioni di erba e di terra per le analisi. Il 19 luglio dalla Givaudan arrivava la conferma che il vapore sprigionatosi per effetto dell’incidente verificatosi in un reparto il 10 luglio e diffusosi nell’atmosfera, conteneva sostanze altamente tossiche, fra cui Tcdd (2, 3, 7, 8 - tetracloro - dibenzoparadiossina).
Nel frattempo i residenti di Seveso, Meda, Cesano Maderno, Desio, Limbiate, iniziavano a fare i conti con un odore acre e infiammazioni agli occhi. Ancor più allarmanti gli effetti sulla flora e sulla fauna; la diossina mostrava il suo volto mortale colpendo gli animali domestici, gli uccelli, assestando un duro colpo alle colture agricole, sugli orti, in particolare quelli più vicini alla “fabbrica della morte”. Ma a preoccupare le istituzioni erano le continue e ripetute ustioni cutanee che si manifestavano sui residenti, in particolare sui bambini. Il 24 luglio la decisione dello sgombero della popolazione residente in quella che è stata definita la zona “A”. Migliaia di persone furono costrette ad evacuare, trovando un alloggio nei residence di Bruzzano e Assago. All’operazione di sgombero promosso dall’Ast con l’ausilio dell’Esercito furono interessate 225 persone, 80 bambini erano stati inviati nelle colonie dell’Amministrazione provinciale di Milano; dopo l’ampliamento dell’area interessata la diaspora vide l’evacuazione di altre 773 persone.
Accanto alla zona “A” recintata, con assoluto divieto di accesso, sotto il controllo dell’autorità sanitaria, si aggiunse la “B” e la terza “R” definita di rispetto, un’area totale di 1.800 ettari. Per Felice Asnaghi, che quel 10 luglio aveva 20 anni, e grazie ai suoi ricordi, al di là delle cronache giornalistiche, ha contribuito al racconto di giorni e mesi difficili, «la contaminazione della zona di Seveso, il primo incidente non bellico in cui è stata coinvolta massicciamente la popolazione civile, ha riproposto drammaticamente il problema della compatibilità fra stabilimenti “a rischio” e la vicinanza di insediamenti umani. Mai sapremo però, con esattezza, le conseguenze, gli effetti, l’entità e la gravità dei danni ecologici e, soprattutto, alle persone». Per Alessia Borroni, attuale sindaco di Seveso, questo dramma che ha coinvolto la città e il territorio circostante, va rivissuto oggi in un contesto nazionale ed europeo, che ha portato nazioni, istituzioni, opinione pubblica, a riflettere sull’ambiente, sulla sicurezza, sulla sostenibilità. «Un percorso di rinascita per tutti noi sevesini – dice –, una ferita che rimane, ma che ci permette di essere più consapevoli dell’importanza di alcuni valori, come ci ha testimoniato chi ha vissuto questo dramma. Cinque decenni fa dire Seveso era un disonore, oggi grazie a questa vicenda ci sono leggi, per tutte la “Direttiva Seveso”, che tutelano i lavoratori, le donne, la certezza che da una tragedia si è generato qualcosa di forte, di solidale. Ne è testimonianza la Chiesa locale: il seminario, il centro di Fratel Ettore, la Caritas. Così come la Protezione civile e il volontariato, fatto di tanti giovani».
Restano le cicatrici, i ricordi di persone che hanno vissuto questo dramma: «Non dimentico gli “uomini bianchi” – afferma Borroni –, figure da leggenda, che trovavi accanto ai militari attenti a bloccarti, a limitare la nostra esuberanza, la voglia di vita, di gioco, di divertimento». Un terremoto che si è improvvisamente scatenato su centinaia di famiglie che in due settimane si sono ritrovati senza un tetto, senza un passato. Botteghe chiuse, artigiani senza lavoro, esclusi, deportati dalla propria quotidianità senza un perché, senza colpa, solo perché abitanti a Seveso. «Non tralascerei però – dice ancora il sindaco – la positività che vedo nei giovani che, dopo 50 anni, sono alla ricerca della verità, della memoria, di quello che hanno dovuto subire e vivere i loro nonni, le loro famiglie. L’attenzione che riserva oggi la società, la scuola, la famiglia alle tematiche ambientali». A Mattarella in visita domani ricorderò: «Abbiamo sofferto tanto, ma ce l’abbiamo fatta, siamo un esempio per tutta l’Europa».

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