Amore a primo visto: il romanzo della fuga dalla Ddr
Thomas Strässle
racconta la fuga
rocambolesca
del padre svizzero
e della madre tedesca
dalla Germania Est. Le peripezie di una coppia attraverso la burocrazia e l’ideologia comunista diventano spaccato di storia

«Può strania terra patria divenire?», domanda la protagonista dell’Ifigenia in Tauride di Goethe. «E la tua patria a te fatta è straniera», le replica Arcante. Sono i versi che il 23enne svizzero Urs scrive all’amata Birgit, 21enne tedesca della Ddr. Sono due studenti d’arte, normale che citino un classico. Ma c’è l’inghippo. Il distico è a pagina 7 dell’edizione della Reclam Verlag di Lipsia e nella lettera è seguito da un altro, collocato invece a pagina 16: il 16/7 del 1966 è la data stabilita in cui i due voleranno insieme da Praga alla volta di Zurigo e di una nuova vita. Un rischio intrapreso da tanti, in molti casi tragicamente, prima e dopo l’erezione del Muro di Berlino. Via terra, cercando di scavalcare le recinzioni sotto il tiro dei fucili delle guardie di confine o scavando tunnel, percorrendo vie d’acqua e persino sollevandosi in aria per mezzo di mongolfiere.
In questo caso i due giovani - con una buona dose d’astuzia e sfruttando le crepe del sistema nel controllo di visti e passaporti - riusciranno nell’impresa di lasciare il paradiso socialista, in cui hanno deciso di non vivere. Lui perché non gli appartiene, anche se ama la cultura tedesca. Lei invece non vuole che il fidanzato si sacrifichi a per lei e decide di partire, anche se il prezzo da pagare è abbandonare tutto: amici, studi e soprattutto l’amatissima madre, che vive sola. È proprio il dilemma dei versi di Goethe: accettare una nuova patria (che all’inizio si dimostrerà non proprio accogliente per un’estranea tedesca, per di più dell’Est) o restare nel proprio mondo, adattandosi e rinunciando all’amore?
Quella che racconta Thomas Strässle in Storia di una fuga (L’Orma, pagine 156, euro 18,00) è la vicenda dei suoi genitori e di come l’amore li abbia portati a superare le barriere del Novecento. Nel 1975, quando lui aveva tre anni, quell’impresa aveva già attratto l’attenzione dello scrittore svizzero Hermann Burger. Questi aveva registrato su cassetta un colloquio con la coppia e voleva trarne una sceneggiatura. Nel 1993 Strässle – che è docente universitario di Letteratura tedesca a Zurigo, specialista di Robert Walser, Friedrich Dürrenmatt e curatore dell’ opera omnia di Max Frisch – entrò in possesso della registrazione, la cui esistenza gli era nota. Ma non si impossessò dell’idea di Burger. E dopo ricerche, anche negli archivi della Stasi, che non hanno fatto altro che confermare l’accaduto, nel 2024 ne ha fatto la materia del suo primo romanzo, di grande successo in Svizzera e Germania.
Il racconto alterna pagine in cui intervengono un lui e una lei (i nomi, Urs e Birgit, compaiono solo verso la fine) – che giustappongono considerazioni, fatti e circostanze del piano – ad altri in cui l’io narrante è il figlio/autore, che racconta le peripezie dei genitori, ma anche le sue successive esperienze di vista nella materna Ddr prima e dopo la caduta del Muro (che domina le pagine finali). Il resoconto picaresco delle vie che Urs persegue e degli stratagemmi che escogita per la fuga è inframmezzato anche da stralci dal codice penale della Germania comunista, che proprio nel 1966 codificava il reato di fuga e le relative pene, o da altri atti burocratici. Oppure rappresenta lo spunto per gustose digressioni: ad esempio sui caratteri tipografici necessari a copiare l’ortografia ceca, in modo da realizzare faticosamente un timbro uguale a quello del controllo passaporti dell’aeroporto di Praga, oggetto che – nascosto in una saponetta – sarà poi buttato via perché inutile. Ma Urs non si scoraggerà.
Lasciamo al lettore il gusto di scoprire come i due se la caveranno. Prendiamo solo a prestito l’espressione “in direzione opposta”; quella che, ostentando sicurezza, la donna dovrà imboccare per presentarsi al controllo, fingendosi appena arrivata da Zurigo, con un’elvetica identità fittizia. In “direzione opposta” va un po’ tutta la sua storia. Non è certo una dissidente, ma il gesto azzardato e dalle possibili conseguenze negative per sé e la sua amata madre la getta in una paranoia, che la porta a vedere pericoli ovunque. Anche al di là delle cautele necessarie per sviare l’occhiuto controllo del regime sui cittadini da parte della Stasi. Non si cura dell’ideologia incarnata dalla Testa barbuta di bronzo che domina la piazza di Chemnitz, ribattezzata Karl-Marx Stadt, la città in cui Birgit è cresciuta senza un padre. Questi sarà un nonno assente anche per l’autore: non giustificherà mai l’aver abbandonato moglie e figlia per rifarsi una vita a Ovest e sempre tacerà del suo passato nazista.
La storia della Germania divisa emerge in tralice nel racconto di Strässle, che va ben più in profondità, rispetto alla tanta letteratura sull’ex Ddr. Anche il periplo che Urs compie all’inizio del libro e della storia d’amore è uno spaccato dell’epoca. I due si sono conosciuti nel 1965 in un incontro tra studenti svizzeri in gita a Weimar, la paria letteraria di Goethe e Schiller, e studenti di arte a Dresda, la Venezia sull’Elba. La storia prosegue a distanza con scambi di lettere, finché lui non va a studiare a Berlino, per il suo amore per la cultura tedesca, ma soprattutto per lei. Si iscrive all’Università Libera dell’Ovest, ma ha il permesso di andare a Est per frequentare la Humboldt. Dapprima si rivolge invano alla rappresentanza elvetica a Berlino Ovest, ma è fuori discussione che questa si intrometta in questioni che riguardano una cittadina dio uno Stato con cui non ci sono relazioni diplomatiche (il riconoscimento della Ddr da parte di Berna arriverà solo nel 1972, seguendo la Ostpolitik di Willy Brandt). Poi a un’associazione di avvocati per i diritti umani che opera a Berlino Ovest, dai quali ha un contatto con colleghi dell’Est che possono fare qualcosa. Anche per vie ufficiali. E qui Urs apprende che Birgit può sì uscire, ma bisogna calcolare il danno economico che la Ddr subirà dalla perdita di una cittadina studentessa e futura lavoratrice. La cifra Urs non se la può permettere. E inizia a escogitare il piano.
Alla sua riuscita contribuiranno alla fine anche i mondiali di calcio in Inghilterra: quelli del gol fantasma di Hurst convalidato guarda caso da un arbitro svizzero, dopo consultazione con un guardalinee sovietico. Anche nella Praga comunista l’interesse per la finale è alto. E pure un funzionario aeroportuale può essere distratto da una partita. E aiutare così due innamorati a dare un calcio all’oppressione.
In questo caso i due giovani - con una buona dose d’astuzia e sfruttando le crepe del sistema nel controllo di visti e passaporti - riusciranno nell’impresa di lasciare il paradiso socialista, in cui hanno deciso di non vivere. Lui perché non gli appartiene, anche se ama la cultura tedesca. Lei invece non vuole che il fidanzato si sacrifichi a per lei e decide di partire, anche se il prezzo da pagare è abbandonare tutto: amici, studi e soprattutto l’amatissima madre, che vive sola. È proprio il dilemma dei versi di Goethe: accettare una nuova patria (che all’inizio si dimostrerà non proprio accogliente per un’estranea tedesca, per di più dell’Est) o restare nel proprio mondo, adattandosi e rinunciando all’amore?
Quella che racconta Thomas Strässle in Storia di una fuga (L’Orma, pagine 156, euro 18,00) è la vicenda dei suoi genitori e di come l’amore li abbia portati a superare le barriere del Novecento. Nel 1975, quando lui aveva tre anni, quell’impresa aveva già attratto l’attenzione dello scrittore svizzero Hermann Burger. Questi aveva registrato su cassetta un colloquio con la coppia e voleva trarne una sceneggiatura. Nel 1993 Strässle – che è docente universitario di Letteratura tedesca a Zurigo, specialista di Robert Walser, Friedrich Dürrenmatt e curatore dell’ opera omnia di Max Frisch – entrò in possesso della registrazione, la cui esistenza gli era nota. Ma non si impossessò dell’idea di Burger. E dopo ricerche, anche negli archivi della Stasi, che non hanno fatto altro che confermare l’accaduto, nel 2024 ne ha fatto la materia del suo primo romanzo, di grande successo in Svizzera e Germania.
Il racconto alterna pagine in cui intervengono un lui e una lei (i nomi, Urs e Birgit, compaiono solo verso la fine) – che giustappongono considerazioni, fatti e circostanze del piano – ad altri in cui l’io narrante è il figlio/autore, che racconta le peripezie dei genitori, ma anche le sue successive esperienze di vista nella materna Ddr prima e dopo la caduta del Muro (che domina le pagine finali). Il resoconto picaresco delle vie che Urs persegue e degli stratagemmi che escogita per la fuga è inframmezzato anche da stralci dal codice penale della Germania comunista, che proprio nel 1966 codificava il reato di fuga e le relative pene, o da altri atti burocratici. Oppure rappresenta lo spunto per gustose digressioni: ad esempio sui caratteri tipografici necessari a copiare l’ortografia ceca, in modo da realizzare faticosamente un timbro uguale a quello del controllo passaporti dell’aeroporto di Praga, oggetto che – nascosto in una saponetta – sarà poi buttato via perché inutile. Ma Urs non si scoraggerà.
Lasciamo al lettore il gusto di scoprire come i due se la caveranno. Prendiamo solo a prestito l’espressione “in direzione opposta”; quella che, ostentando sicurezza, la donna dovrà imboccare per presentarsi al controllo, fingendosi appena arrivata da Zurigo, con un’elvetica identità fittizia. In “direzione opposta” va un po’ tutta la sua storia. Non è certo una dissidente, ma il gesto azzardato e dalle possibili conseguenze negative per sé e la sua amata madre la getta in una paranoia, che la porta a vedere pericoli ovunque. Anche al di là delle cautele necessarie per sviare l’occhiuto controllo del regime sui cittadini da parte della Stasi. Non si cura dell’ideologia incarnata dalla Testa barbuta di bronzo che domina la piazza di Chemnitz, ribattezzata Karl-Marx Stadt, la città in cui Birgit è cresciuta senza un padre. Questi sarà un nonno assente anche per l’autore: non giustificherà mai l’aver abbandonato moglie e figlia per rifarsi una vita a Ovest e sempre tacerà del suo passato nazista.
La storia della Germania divisa emerge in tralice nel racconto di Strässle, che va ben più in profondità, rispetto alla tanta letteratura sull’ex Ddr. Anche il periplo che Urs compie all’inizio del libro e della storia d’amore è uno spaccato dell’epoca. I due si sono conosciuti nel 1965 in un incontro tra studenti svizzeri in gita a Weimar, la paria letteraria di Goethe e Schiller, e studenti di arte a Dresda, la Venezia sull’Elba. La storia prosegue a distanza con scambi di lettere, finché lui non va a studiare a Berlino, per il suo amore per la cultura tedesca, ma soprattutto per lei. Si iscrive all’Università Libera dell’Ovest, ma ha il permesso di andare a Est per frequentare la Humboldt. Dapprima si rivolge invano alla rappresentanza elvetica a Berlino Ovest, ma è fuori discussione che questa si intrometta in questioni che riguardano una cittadina dio uno Stato con cui non ci sono relazioni diplomatiche (il riconoscimento della Ddr da parte di Berna arriverà solo nel 1972, seguendo la Ostpolitik di Willy Brandt). Poi a un’associazione di avvocati per i diritti umani che opera a Berlino Ovest, dai quali ha un contatto con colleghi dell’Est che possono fare qualcosa. Anche per vie ufficiali. E qui Urs apprende che Birgit può sì uscire, ma bisogna calcolare il danno economico che la Ddr subirà dalla perdita di una cittadina studentessa e futura lavoratrice. La cifra Urs non se la può permettere. E inizia a escogitare il piano.
Alla sua riuscita contribuiranno alla fine anche i mondiali di calcio in Inghilterra: quelli del gol fantasma di Hurst convalidato guarda caso da un arbitro svizzero, dopo consultazione con un guardalinee sovietico. Anche nella Praga comunista l’interesse per la finale è alto. E pure un funzionario aeroportuale può essere distratto da una partita. E aiutare così due innamorati a dare un calcio all’oppressione.
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